Se siete alla ricerca di un romanzo capace di rapirvi totalmente, la magia della letteratura si manifesta in tutto il suo splendore tra le pagine de “I convitati di pietra”. L’ultimo, libro di Michele Mari, pubblicato da Einaudi e giunto tra i finalisti dell’edizione del Premio Strega, è un’esperienza immersiva.
Michele Mari, considerato da critici e lettori appassionati come una delle voci più alte, colte e originali del panorama letterario italiano contemporaneo, ci regala questa volta una commedia nera dal ritmo implacabile, un congegno narrativo a orologeria che indaga la natura ambigua dei legami umani. Ma andiamo a scoprire insieme perché questo libro è destinato a diventare un nuovo grande classico delle nostre librerie.
“I convitati di pietra” di Michele Mari
Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto fin dai tempi della nostra giovinezza? Partendo da questo interrogativo profondo e universale, l’autore ci catapulta nel passato, in una data destinata a cambiare tutto: il 22 luglio 1975. Una classe di liceo, la fittizia III A, si ritrova per festeggiare il primo anniversario dell’esame di maturità. È l’epoca d’oro dell’adolescenza, quel momento magico, nostalgico e illusorio in cui ci si sente onnipotenti, immortali, pronti a divorare il mondo. Proprio in quell’occasione, complice l’entusiasmo della riunione e qualche brindisi di troppo, trenta ex compagni di classe stipulano un accordo di sangue e denaro, definito tra le pagine un vero e proprio «patto sciagurato».
Ognuno di loro si impegna a versare ogni anno una determinata somma di denaro in una cassa comune. Questo capitale verrà sapientemente investito, in modo da generare una fortuna inestimabile con il trascorrere dei decenni. La regola per poterne godere? È semplice e al tempo stesso macabra: il patto terminerà soltanto quando resteranno in vita solamente tre compagni di classe. Ai tre superstiti andrà l’intero, immenso montepremi. Quello che nasce quasi per gioco, come uno stratagemma bizzarro per non perdersi mai di vista, si trasformerà ben presto in una sfida all’ultimo respiro per rimanere in vita il più a lungo possibile.
Tra amicizia e cinismo: il vero volto delle cene di classe
Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo vissuto le dinamiche di una cena tra ex compagni di scuola. Conosciamo bene quella singolare ambiguità che pervade l’atmosfera di queste serate: i momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi miracolosamente fermato, contrapposti a quella sottile sensazione di disincanto quando, scrostando la patina dorata della nostalgia, ci rendiamo conto di avere ormai ben poco in comune con quegli individui adulti.
Michele Mari prende questo archetipo sociale, così intimo e caro alla nostra cultura, e lo trasforma nel palcoscenico ideale per esplorare le pulsioni inconfessabili dell’essere umano. Con il passare degli anni e il susseguirsi delle cene annuali di luglio, i vecchi rancori sopiti, le invidie mai superate tra i banchi di scuola e i sentimenti taciuti non si spengono affatto; al contrario, s’infiammano. La presunta amicizia giovanile cede gradualmente il passo a un calcolo cinico e spietato.
Durante gli incontri, gli ex alunni iniziano a informarsi morbosamente dei malanni altrui, sperando segretamente di prevedere chi sarà il prossimo a mancare. I protagonisti diventano spietati scommettitori seduti al tavolo di un’immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare». Assisteremo così a tresche amorose, scommesse clandestine, sospetti di tentato omicidio e persino improbabili macumbe, pur di piegare il Caso a proprio favore.
Il tempo e la caducità dell’esistenza: l’illusione di essere immortali
Se da un lato la storia si sviluppa come un racconto avvincente e al cardiopalma, capace di unire l’anima corale e malinconica della celebre pellicola Compagni di scuola all’inevitabilità pop di Final Destination, dall’altro “I convitati di pietra” nasconde una profondissima riflessione sul valore del tempo. Mari ci conduce per mano dalla spensieratezza degli anni ’70 fino al 2050 e oltre. Nel fare ciò, mette a nudo il drammatico passaggio dalla giovinezza, età in cui si ignora audacemente l’orologio biologico, alle crescenti inquietudini della vecchiaia.
Come magistralmente scrive l’autore in una delle frasi più iconiche del romanzo: «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro». Il tempo della scuola è infatti l’unico che, nella nostra memoria, resta immobile per sempre. Anche a distanza di trenta o quarant’anni, l’ombra del compagno di banco fanciullo continua a sovrapporsi alle rughe e ai capelli bianchi del presente. L’autore scandaglia questa meravigliosa e tragica illusione ricordandoci, con perfido e brillante divertimento, quanto siamo fragili dinanzi allo scorrere inesorabile della vita.
Perché leggere “I convitati di pietra”
Finalista al prestigioso Premio Strega, questo capolavoro è un’opera che al tempo stesso intrattiene, diverte e graffia l’anima senza chiedere il permesso. È una lettura assolutamente imprescindibile per chi ama la letteratura che osa indagare le fragilità della condizione umana e per chi, pur scrutando nell’abisso delle nostre imperfezioni, crede sempre nel potere salvifico dell’ironia. Michele Mari ci regala una commedia nera feroce e geniale, un inno particolarissimo alla caducità dell’esistenza in cui, ribaltando sagacemente il celebre proverbio, vale una sola ed egoistica regola: chi perde un amico trova un tesoro.
