A pochissimi giorni dalla prima prova degli esami di maturità, l’ansia e lo stress dei ragazzi che devono sottop da prestazione si fa fisica: si chiude lo stomaco, la mente si satura e subentra il terrore del giudizio, la paura che una commissione di sconosciuti possa ridurre cinque anni di scuola a un semplice numero su un tabellone. In questi giorni di vigilia, la tentazione è quella di cercare conforto in qualche strategia rapida online o nei pronostici dei social.
Eppure, la mappa più preziosa per attraversare questa tempesta emotiva si trova in un luogo inaspettato, all’interno di un’opera che ha attraversato i secoli per parlarci di cosa significhi rimanere umani sotto pressione: la Divina Commedia.
Se si guarda oltre l’obbligo scolastico, ci si accorge che il capolavoro di Dante Alighieri non è solo un monumento della letteratura, ma un immenso trattato di psicologia vissuta. Nel Canto XXIV del Paradiso, Dante ci regala una lezione fondamentale sulla natura umana, mettendoci davanti a uno specchio: l’uomo che ha avuto il coraggio di scendere all’Inferno e guardare in faccia Lucifero si ritrova seduto su quella stessa sedia che oggi scotta sotto i piedi dei maturandi, davanti a una commissione d’esame straordinaria.
È proprio attraverso il racconto di quella prova suprema che la Commedia smette di essere un testo da studiare e diventa una guida per l’anima, svelandoci l’esatta postura mentale per disinnescare la paura del vuoto, sbloccare il cervello e ritrovare la propria voce.
Sì come il baccialier s’arma e non parla
fin che ‘l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,così m’armava io d’ogne ragione
mentre ch’ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.(Paradiso XXIV, vv. 46-51)
Il grande esame di Dante nel Paradiso: dove la letteratura incontra la vita
Per comprendere la straordinaria coerenza di questo parallelo, dobbiamo spogliarci dall’idea della Divina Commedia come una serie di episodi slegati e guardarla per ciò che è, ovvero il racconto di un estenuante cammino di maturazione. Dante Alighieri ha dedicato a quest’opera gran parte della sua vita matura, consumando le sue forze negli anni dolorosi dell’esilio. Il suo è stato un lavoro immenso iniziato intorno al 1304 e conclusosi nel 1321, pochissimo tempo prima di morire.
La terza cantica, il Paradiso, scritta tra il 1316 e il 1321, rappresenta dunque la fine di un ciclo durato quindici anni. È il traguardo di una vita, esattamente come la Maturità rappresenta la fine del percorso scolastico quinquennale delle superiori, per tutti gli studenti che tutti gli anni sono coinvolti in questa dura prova.
Quando Dante giunge quasi al termine di questo lunghissimo viaggio, a un passo dall’Empireo e dalla visione finale, la sua guida Beatrice lo ferma. Non si accede al traguardo più alto per inerzia, né basta aver camminato a lungo. Occorre dimostrare di essere pronti. È qui che Dante si trova davanti a una vera e propria sessione d’esame, che lui stesso nel testo chiama la sua «professione», termine che nelle università medievali indicava la discussione della tesi per diventare dottori.
La commissione che si schiera davanti al poeta è composta da tre esaminatori d’eccezione, chiamati a «essaminarlo» di ramo in ramo sulle tre virtù teologali. San Pietro presiede la prova sulla Fede (Canto XXIV), San Giacomo conduce quella sulla Speranza (Canto XXV) e San Giovanni chiude il ciclo con l’esame sulla Carità (Canto XXVI).
Il primo a prendere la parola è proprio San Pietro, l’apostolo vicario, una figura monumentale che incute un timore reverenziale assoluto. Ed è qui che scatta la grande lezione umana di Dante Alighieri. Davanti a quel tavolo d’esame universale, l’autore che ha visitato l’Inferno e scalato il Purgatorio non indossa la maschera dell’intellettuale infallibile. Al contrario, confessa tutta la propria vulnerabilità di studente.
Il testo descrive un uomo che sente il peso del giudizio, che avverte il batticuore della vigilia e che sceglie di fare silenzio per raccogliere le forze prima che il professore formuli la domanda. La sedia su cui siede Dante nel cielo stellato è, nello spirito e nella tensione, la stessa identica sedia che attende i ragazzi nelle aule d’esame. Una prova in cui non si misura solo la memoria, ma la capacità di reggere l’urto del proprio destino.
Il panico che crea il vuoto e l’ansia che paralizza la mente e il corpo
L’ansia che in queste ore stringe lo stomaco dei maturandi non è un concetto astratto da manuale di psicologia. È una sensazione fisica, violenta, che si manifesta con sintomi precisi che chiunque sia passato attraverso questa prova conosce fin troppo bene: il cuore che accelera di colpo, le mani che sudano, i fogli sul banco che sembrano improvvisamente sbiadire. È quel terrore primordiale che la mente si svuoti del tutto nell’istante esatto in cui ci si siede di fronte alla commissione.
La paura di fare scena muta, di rimanere abbagliati dalla pressione e di vedere cinque anni di fatiche sbriciolarsi sotto il peso di un’emozione incontrollabile.
In una narrazione sociale spesso sbilanciata sulla pura performance, l’emotività rischia di essere letta come un difetto di preparazione. Ma è proprio qui che la Divina Commedia compie il suo primo, straordinario miracolo terapeutico, offrendo supporto agli studenti e dimostrando che persino il più grande genio della nostra letteratura ha provato gli stessi identici sintomi, davanti a un esame vissuto con il massimo rispetto e solennità.
Torniamo per un attimo a quei versi che aprono l’articolo. Dante è lì, immobile nel cielo stellato del Paradiso, e sta per iniziare la sua prova. Ascoltiamo come si descrive:
Sì come il baccialier s’arma e non parla
fin che ‘l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,
Tradotta dal gergo del Trecento, questa non è una terzina accademica: è la fotografia esatta dello studente fuori dall’aula d’esame. Il baccialier era il candidato che, completato il ciclo di studi, si presentava davanti alla commissione dei dottori per discutere la tesi e ottenere il titolo.
Dante si ritrae esattamente in quella postura: è fermo, «non parla». Non è un supereroe immune alla paura. Ma veste i panni di un ragazzo che sta accumulando l’adrenalina della vigilia. Mentre aspetta che il maestro (il professore) formuli la domanda («la question propone»), Dante si «armava […] d’ogne ragione», cioè ripassa mentalmente, in un silenzio teso e concentrato, ogni singolo argomento del programma per farsi trovare pronto.
Subito dopo questo silenzio, però, arriva l’impatto visivo con la commissione. È il momento in cui il candidato siede davanti alla cattedra per l’orale, quando i professori interrompono i loro colloqui e si girano per fissare lo sguardo su di lui. Dante ha immortalato quel preciso secondo di totale vulnerabilità psicologica nel Canto successivo, quando i suoi esaminatori si piantano silenziosi di fronte a lui:
Ma poi che ’l gratular si fu assolto,
tacito coram me ciascun s’affisse,
ignito sì che vincëa ’l mio volto.(Paradiso XXV, vv. 25-27)
Questo «coram me» (davanti a me) è l’istantanea millenaria della commissione schierata che scruta il candidato. Quel fuoco («ignito sì») dei Santi che “vince il volto” di Dante è la descrizione perfetta della forte emozione che sale, del viso che si fa rosso e di quel senso di profonda soggezione che si prova di fronte a chi ha il compito istituzionale di valutare.
Ma il cortocircuito più spietato che gli studenti rischiano di subire è il “buio totale”, quel blackout mentale in cui sembra di non ricordare più nulla. Dante sperimenta sulla sua pelle anche questo. Nel Canto XXVI, per l’eccessiva tensione e per aver fissato troppo a lungo la luce accecante dell’esaminatore, subisce un vero e proprio shock e va in paralisi, descrivendo il proprio smarrimento con l’espressione:
Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,
(Paradiso XXVI, v. 1)
Il «viso spento» è la cecità temporanea da panico. È il momento in cui l’adrenalina sale a mille, il cervello si satura di cortisolo e le informazioni sembrano svanite nel nulla, lasciando lo studente al buio di fronte al foglio o alla domanda.
Eppure, la “Commedia” ci dice che questa paralisi non è la fine di tutto. Subito dopo, infatti, Dante aggiunge che proprio da quella stessa fiamma che lo ha spaventato esce una voce che lo riscuote e lo rimette «in cura di ragionare», riattivando i suoi pensieri.
La diagnosi che Alighieri ci regala è una liberazione. Avere il vuoto in testa, sentire il silenzio del baccelliere, sentire il volto bruciare e spaventarsi davanti alla commissione non significa affatto fallire. Significa semplicemente essere umani di fronte a un rito di passaggio decisivo, che merita di essere vissuto con rispetto.
La paura non è il segnale dell’ignoranza, ma l’energia di un cervello che riconosce l’importanza del momento e sta raccogliendo le forze per compiere il salto.
La cura di Dante Alighieri per affrontare la “commisione”
Se la diagnosi di Dante è così spietatamente vicina alle notti insonni dei maturandi, la risposta che offre la Divina Commedia per superare il blocco degli esami è un invito a cambiare prospettiva. Davanti a una prova così importante, la tentazione più comune per uno studente è quella di annullarsi, cercando rifugio dietro formule impersonali e definizioni preconfezionate, per il timore che il proprio pensiero non sia all’altezza delle aspettative della commissione.
Dante mostra che la via per superare l’ansia non è la sparizione di sé, ma la fiera rivendicazione della propria identità di studenti. Nel Canto XXIV, quando San Pietro chiede al poeta se possiede davvero la Fede all’interno della sua borsa, la risposta dell’esaminato è un inno alla consapevolezza del percorso svolto:
ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s’inforsa».
(Paradiso XXIV, vv. 85-87)
Il sommo poeta risponde con una dignità immensa. afferma che quella conoscenza è in suo possesso, ed è così lucida e perfettamente rotonda da non lasciare spazio a nessun dubbio («nulla mi s’inforsa») sul suo valore.
La parola chiave, tuttavia, è «conio». Il conio è la matrice, il timbro impresso sulla moneta. Dante sa bene di aver studiato i testi e le dottrine, ma rivendica che quel sapere è diventato suo; vi ha impresso la propria identità attraverso la fatica, la riflessione e l’esperienza vissuta.
Qui si nasconde la vera lezione per il colloquio d’esame. Rispettare la prova e la commissione non significa ripetere meccanicamente nozioni come spettatori passivi del proprio studio. Significa, al contrario, dimostrare di aver assimilato quel cammino, portando davanti ai docenti il proprio “conio”: il proprio modo di esprimersi, le proprie intuizioni e la responsabilità dei collegamenti multidisciplinari.
La commissione è lì per ascoltare persone, non enciclopedie viventi; mostrare una conoscenza viva, rielaborata con la propria testa, è il modo più alto per onorare il lavoro degli insegnanti e i cinque anni passati sui banchi.
L’esame è un momento di passaggio, non un verdetto
Un’ulteriore, grandissima forma di supporto per chi si appresta a entrare in aula arriva dalle prime righe del Canto XXV. Dante confessa a cuore aperto che la tensione della prova e lo sforzo immane per portare a termine il poema lo hanno fatto «per molti anni macro», consumandolo fisicamente e portando la sua mente al limite della sopportazione.
La Divina Commedia non nasconde il prezzo emotivo e la fatica che i grandi traguardi richiedono. Al contrario, ricorda che è normale, alla vigilia del via, sentirsi fragili, stanchi e sotto pressione. La fatica stessa fa parte della bellezza del traguardo.
Eppure Dante attraversa quel fuoco e supera l’esame, poiché tiene lo sguardo fisso oltre la sbarra del momento. Sa che quell’esame non rappresenta la fine di tutto, ma il passaggio necessario per compiere il proprio destino e riprendere la propria strada.
È questo il distacco profondo che gli studenti possono fare proprio per ritrovare la serenità. La Maturità è un rito di passaggio serio, fondamentale e profondo, ma rimane un passaggio. Il voto che comparirà su quel tabellone misurerà una performance estiva, non il valore assoluto della persona, né la complessità dei suoi sogni futuri.
L’esame non è un verdetto su chi si è, ma la chiave per aprire il cancello della vita adulta. La moneta dei maturandi è già pronta nella borsa: l’hanno coniata giorno dopo giorno, con l’aiuto di chi li ha guidati fin qui. Guardare in faccia questa prova con rispetto e tenere la testa alta come il baccelliere del Paradiso è l’unico modo per andarsi a prendere il futuro.
L’abbraccio che trasforma la paura in futuro
C’è un’immagine finale, di straordinaria solennità, che chiude il Canto XXIV e che merita di essere ricordata dagli studenti mentre camminano verso il corridoio della scuola. Non appena Dante finisce di formulare la sua professione di fede, dopo aver difeso la sua moneta e la sua idea di mondo, la reazione dell’esaminatore spezza ogni rigore accademico:
Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto ch’el si tace;così, benedicendomi cantando,
tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
l’appostolico lume al cui comandoio avea detto: sì nel dir li piacqui!
(Paradiso XXIV, vv. 148-154)
Dante Alighieri utilizza una similitudine feudale di rara delicatezza: San Pietro si comporta come un signore che, felice per la buona notizia recata da un servitore, lo abbraccia non appena questi smette di parlare («tosto ch’el si tace»). L’apostolo («l’appostolico lume») avvolge il poeta cantando e gli gira intorno per tre volte, esprimendo la gioia profonda di chi è rimasto conquistato dalle parole del candidato («sì nel dir li piacqui!»).
In questo triplice abbraccio si annulla ogni distanza gerarchica: l’esaminatore e l’esaminato si riconoscono simili, uniti dallo stesso amore per la conoscenza.
È questo il vero significato della Maturità, il motivo profondo per cui questo esame rappresenta un patrimonio culturale da preservare con dignità e rispetto. Quella sedia di fronte alla commissione non serve a castigare lo studente, ma a consacrarne il percorso quinquennale. I docenti seduti davanti al tavolo non cercano il passo falso, ma sperano di assistere all’espressione del pensiero critico del ragazzo, di vedere i suoi occhi accendersi e di poter finalmente premiare la sua maturazione umana.
Quando i maturandi varcheranno la soglia dell’aula, dunque, sapranno che la paura che provano è nobile, perché è la stessa che ha tremato nei versi del più grande poeta della nostra storia. Ma ricorderanno anche che, un secondo dopo aver pronunciato l’ultima parola del colloquio, quel tavolo smetterà di essere un confine.
L’ansia si scioglierà nel silenzio del corridoio, i professori tenderanno la mano chiamando i candidati per nome e il lungo viaggio delle superiori lascerà finalmente il posto al futuro. La moneta è lucida, è tonda ed è pronta: basta fare un respiro profondo e lasciare che la propria voce risuoni.
