I bravi signori di Gianni Rodari è una filastrocca che colpisce per la sua genialità nel raccontare, con leggerezza e precisione, uno dei grandi paradossi della nostra esistenza: la difficoltà di riconoscere ciò che ha davvero valore.
Al centro del testo non ci sono solo personaggi buffi, ma un meccanismo profondamente umano: quello che ci porta, spesso senza accorgercene, a invertire le priorità. A scegliere ciò che è inutile, superficiale o secondario, lasciando andare, quasi con naturalezza, ciò che invece nutre, arricchisce, dà senso.
Rodari trasforma questo errore in racconto, lo rende visibile, quasi tangibile. E proprio in questa capacità sta la sua forza, nel prendere un comportamento diffuso, quotidiano, e mostrarlo nella sua forma più chiara, fino a farci sorridere, e subito dopo riflettere.
Il risultato è una poesia che, sotto il tono leggero, mette al centro un tema attualissimo: il rischio di vivere distratti, di perdere il contatto con l’essenziale, di accontentarsi della superficie senza accorgersene.
I bravi signori è la terza filastrocca della sezione “Storie nuove” della raccolta di poesie per l’infanzia e i ragazzi Filastrocche in cielo e in terra di Gianni Rodari, pubblicata da Einaudi nel 1960 con le illustrazioni di Bruno Munari. Un’opera pensata per bambini e ragazzi, ma capace di parlare con forza anche agli adulti. Perché, in fondo, è proprio agli adulti che questa poesia chiede qualcosa in più.
Leggiamo questa breve filastrocca di Gianni Rodari per scoprirne il significato.
I bravi signori di Gianni Rodari
Un signore di Scandicci,
buttava le castagne e mangiava i ricci.
Un suo amico di Lastra a Signa,
buttava i pinoli e mangiava la pigna.
Un suo cugino di Prato,
mangiava la carta stagnola
e buttava il cioccolato.
Tanta gente non lo sa
e dunque non se ne cruccia:
la vita la butta via
e mangia soltanto la buccia.
Il paradosso di sprecare ciò che conta di più: la vita
I bravi signori è una poesia di Gianni Rodari che, dietro la forma semplice della filastrocca, costruisce una riflessione sorprendentemente lucida su uno dei grandi paradossi della vita: la difficoltà di riconoscere ciò che ha davvero valore.
Il meccanismo costruito da Rodari appare nella sua chiarezza più disarmante. I protagonisti dei versi del grande maestro d’Omegna non sono semplicemente “strani”, ma incarnano una dinamica profondamente umana, tanto diffusa quanto spesso invisibile.
Ogni gesto raccontato rappresenta un’inversione di senso, una distorsione del giudizio. Sembra evidente che si rifiuta ciò che è essenziale, nutriente, autentico, per scegliere ciò che è secondario, superficiale o addirittura dannoso. È un rovesciamento che inizialmente diverte, ma che subito dopo introduce una sottile inquietudine, perché richiama un comportamento che non ci è affatto estraneo.
Il cuore del messaggio si colloca proprio in questa zona di inconsapevolezza. Non è l’errore in sé a colpire, ma la naturalezza con cui può avvenire: la facilità con cui si può perdere il senso delle priorità, fino a non distinguere più tra ciò che ha valore e ciò che ne è soltanto il rivestimento.
Gianni Rodari, ancora una volta, evita qualsiasi forma di giudizio esplicito. Non spiega, non ammonisce, non corregge. Mostra. E nel mostrare rende visibile una verità che spesso resta sommersa: la tendenza a vivere per abitudine, a lasciarsi guidare da automatismi che allontanano dall’essenziale.
Il nonsense che diventa rivelazione
La forza di I bravi signori nasce dalla sua struttura semplicissima e perfetta. Rodari costruisce la filastrocca come una piccola sequenza di esempi assurdi, tutti fondati sullo stesso meccanismo: qualcuno scarta ciò che è buono e conserva ciò che non serve, ciò che punge, ciò che è duro, ciò che avvolge ma non nutre.
Il primo signore viene da Scandicci e compie un gesto paradossale: getta via le castagne e mangia i ricci. L’immagine è immediata, concreta, quasi fisica. Non si tratta solo di scegliere male, ma di scegliere ciò che fa male. Il riccio, infatti, è la parte esterna, spinosa, pensata per proteggere il frutto. Mangiarlo significa confondere la difesa con il nutrimento, l’involucro con il contenuto.
Lo stesso accade con l’amico di Lastra a Signa, che butta i pinoli e mangia la pigna. Anche qui Rodari insiste sul capovolgimento del valore: il pinolo è piccolo, prezioso, commestibile; la pigna è il contenitore legnoso, duro, inadatto a essere mangiato. Il paradosso si ripete e si rafforza, mostrando come l’errore non sia isolato, ma diventi quasi un’abitudine condivisa.
Il terzo esempio, quello del cugino di Prato, è forse il più efficace e memorabile: mangia la carta stagnola e butta il cioccolato. Qui il contrasto è ancora più netto, perché il cioccolato richiama il piacere, la dolcezza, la gratificazione, mentre la stagnola è solo il rivestimento esterno. Rodari porta così il meccanismo al suo punto più evidente: non solo si perde ciò che nutre, ma si rinuncia anche a ciò che dà gioia.
Dopo questa serie di immagini comiche, arriva la svolta finale. La filastrocca abbandona l’apparente gioco e rivela il suo significato più profondo: molte persone, senza rendersene conto, fanno lo stesso con la propria esistenza. Gettano via la vita, cioè ciò che è pieno, vivo, autentico, e trattengono soltanto la “buccia”: l’apparenza, la superficie, ciò che resta fuori.
È qui che il nonsense diventa una forma di conoscenza. Rodari usa l’assurdo non per allontanarsi dalla realtà, ma per mostrarla meglio. Attraverso immagini infantili, quotidiane e facilmente comprensibili, riesce a parlare di un tema enorme: il rischio di sprecare la vita perché non si è più capaci di distinguere il valore dalla sua confezione.
La poesia, dunque, non invita semplicemente a “scegliere meglio”. Chiede qualcosa di più profondo: imparare a guardare. A riconoscere ciò che conta prima di perderlo. A non lasciarsi ingannare dalle forme esteriori, dalle abitudini, dalle apparenze che spesso occupano tutto lo spazio della nostra attenzione.
In questo sta la grande modernità della filastrocca. In un tempo dominato dall’immagine, dalla velocità, dal consumo e dalla distrazione, I bravi signori ci ricorda che il vero errore non è solo buttare via qualcosa di prezioso, ma non accorgersi nemmeno di averlo fatto.
Imparare a riconoscere il valore vero della vita è importante
C’è qualcosa di profondamente disarmante in questa filastrocca di Gianni Rodari. Non tanto per il contenuto esplicito, quanto per il movimento che genera: un passaggio quasi impercettibile dal sorriso alla consapevolezza, dalla leggerezza del gioco alla profondità della riflessione.
I bravi signori non si limita a raccontare un errore, ma mette in scena una condizione esistenziale. Non parla di scelte sbagliate occasionali, ma di un modo di abitare la realtà in cui il criterio del valore si offusca, si indebolisce, fino quasi a scomparire. È una perdita lenta, silenziosa, che non fa rumore, proprio perché si consuma dentro la normalità.
Rodari intercetta un punto cruciale: la distanza crescente tra ciò che è essenziale e ciò che percepiamo come tale. Non è solo una questione morale, ma percettiva. Quando lo sguardo si abitua alla superficie, quando il tempo viene riempito ma non vissuto, quando le cose perdono spessore e diventano intercambiabili, allora anche il valore smette di essere riconoscibile.
È in questo scarto che si inserisce il senso più profondo della poesia. Non un invito generico a “vivere meglio”, ma una chiamata più radicale: recuperare un rapporto autentico con le cose, con il tempo, con ciò che davvero nutre. Tornare a distinguere, a dare peso, a riconoscere ciò che ha senso prima che venga consumato o lasciato indietro.
La grandezza di Gianni Rodari sta proprio qui: nel trasformare un gesto apparentemente assurdo in una chiave di lettura del reale. Nel mostrare che il rischio più grande non è perdere qualcosa di prezioso, ma arrivare a non percepirne più la mancanza.
E allora la filastrocca diventa qualcosa di più di un testo per l’infanzia. Diventa uno spazio di consapevolezza, un invito sottile ma urgente a riappropriarsi di uno sguardo attento, selettivo, capace di sottrarsi al rumore e alla dispersione.
Perché, in fondo, il vero nodo non è ciò che abbiamo tra le mani, ma la capacità di riconoscerne il valore mentre lo abbiamo. Prima che resti soltanto la traccia, la forma, la “buccia” di qualcosa che non siamo stati davvero in grado di vivere.
