I mestieri per Gianni Rodari: due poesie sul valore del lavoro e dei lavoratori

Scopri il significato de I colori dei mestieri e Gli odori dei mestieri di Rodari: poesie sul lavoro che raccontano dignità, rispetto e cultura umana.

I mestieri per Gianni Rodari: due poesie sul valore del lavoro e dei lavoratori

Ogni mestiere ha un colore, ma anche un odore. Il lavoro per Gianni Rodari ha un carattere qualsiasi sia la tipologia ha un valore e una dignità che meritano il massimo rispetto.

Lo racconta Gianni Rodari due bellissime filastrocche, dal titolo quasi simile, I colori dei mestieri e Gli odori dei mestieri che vogliamo proporre per celebrare il Primo Maggio, la Festa internazionale dei Lavoratori.

Le due poesie fanno parte della sezione I colori dei mestieri della raccolta di poesie per l’infanzia e i ragazzi Filastrocche in cielo e in terra di Gianni Rodari, pubblicata da Einaudi nel 1960 con le illustrazioni di Bruno Munari. Un’opera pensata per bambini e ragazzi, ma capace di parlare con forza anche agli adulti. Perché, in fondo, è proprio agli adulti che questa poesia chiede qualcosa in più.

Leggiamo queste due filastrocche di Gianni Rodari, da dedicare a tutti i lavoratori del mondo e per scoprirne il significato

I colori dei mestieri di Gianni Rodari

Io so i colori dei mestieri:
sono bianchi i panettieri,
s'alzano prima degli uccelli
e han la farina nei capelli;
sono neri gli spazzacamini,
di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell'officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso:
i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano nemmeno un dito,
ma il loro mestiere non è pulito.

Gli odori dei mestieri di Gianni Rodari

Io so gli odori dei mestieri:
di noce moscata sanno i droghieri,
sa d’olio la tuta dell’operaîo,
di farina sa il fornaio,
sanno di terra i contadini,
di vernice gli imbianchini,
sul camice bianco del dottore
di medicine c’è un buon odore.
I fannulloni, strano però,
non sanno di nulla e puzzano un po’.

Il valore universale del lavoro: evviva i lavoratori

Le due filastrocche di Gianni Rodari, I colori dei mestieri e Gli odori dei mestieri, possono essere lette come un unico racconto poetico. Due prospettive diverse, quella visiva e quella sensoriale, che convergono in un messaggio comune: ogni lavoro lascia un segno, e proprio in quel segno risiede la sua dignità.

Attraverso i colori e gli odori, Rodari trasforma i mestieri in esperienze vive, concrete, riconoscibili. Il lavoro non è mai astratto, ma è fatto di mani sporche di grasso, di farina tra i capelli, di profumi intensi e di tracce quotidiane. È presenza nel mondo.

Il messaggio è chiaro e profondamente etico: non esistono lavori “alti” e lavori “bassi”, ma solo lavori che raccontano l’impegno e l’identità di chi li svolge. Ogni mestiere ha una sua bellezza, perché ogni mestiere implica cura, fatica, responsabilità.

E poi c’è il contrasto, sottile ma decisivo: quello con i “fannulloni”. Figure che non hanno colore né odore, perché non lasciano traccia.

È qui che Rodari introduce una riflessione ancora attuale: ciò che non si sporca, che non si mette in gioco, che non contribuisce, perde valore. Non è il lavoro a essere “sporco”, ma l’assenza di lavoro, intesa come mancanza di partecipazione e responsabilità.

In questo senso, le due filastrocche diventano una piccola lezione di cittadinanza e di rispetto: riconoscere il lavoro degli altri significa riconoscere il loro posto nel mondo.

Due filastrocche un unico significato: il lavoro merita rispetto

Gianni Rodari costruisce queste filastrocche con una lingua semplice solo in apparenza. In realtà, ogni parola è scelta per evocare immagini immediate e allo stesso tempo per trasmettere un significato più profondo.

L’uso dei colori nella prima poesia non è casuale: il bianco dei panettieri, il nero degli spazzacamini, l’azzurro degli operai. Sono colori che non descrivono solo, ma raccontano. Il bianco richiama la purezza e la quotidianità del pane, il nero la fatica e il contatto con ciò che è nascosto, l’azzurro una dignità quasi “uniforme”, collettiva.

Gianni Rodari prende elementi concreti e li trasforma in simboli immediatamente leggibili.

Nella seconda filastrocca, invece, entrano in gioco gli odori, ancora più evocativi perché invisibili ma potentissimi. L’odore di farina, di olio, di terra, di vernice: sono tracce sensoriali che parlano di lavoro vissuto, di esperienza diretta, di realtà concreta.

L’olfatto, più di ogni altro senso, richiama la memoria e l’intimità e Rodari lo usa per rendere il lavoro qualcosa di vicino, umano, quasi familiare.

Un elemento centrale è la ripetizione della struttura:

“Io so i colori…” / “Io so gli odori…”.

Questa scelta crea un ritmo riconoscibile, tipico della filastrocca, ma soprattutto introduce una voce narrante consapevole, quasi orgogliosa. È come se il poeta rivendicasse una conoscenza autentica del mondo del lavoro, fatta non di teoria ma di osservazione.

Poi c’è il punto più interessante: la figura dei fannulloni.
Rodari li inserisce alla fine di entrambe le poesie, rompendo l’armonia costruita fino a quel momento. Sono gli unici a non avere segni distintivi: non hanno colore, non hanno odore.

Questa assenza diventa un giudizio morale, ma mai pesante o retorico. Anzi, è quasi ironico:

“non si sporcano nemmeno un dito”

e proprio per questo “il loro mestiere non è pulito”.

È un rovesciamento potente: ciò che sembra “pulito” (non sporcarsi) diventa in realtà privo di valore. Il lavoro, per Rodari, è dignitoso proprio perché lascia tracce, perché implica fatica, coinvolgimento, trasformazione.

Infine, colpisce la capacità dell’autore di parlare a più livelli. Riesce a spiegare ai bambini, attraverso immagini semplici e ritmo musicale. Comunica agli adulti, attraverso una riflessione etica sul lavoro, sulla responsabilità e sul contributo individuale alla società.

In poche righe, il maestro d’Omegna riesce a fare quello che solo i grandi autori sanno fare: trasformare una filastrocca in una lezione di vita.

Perché le filastrocche di Rodari parlano ancora al lavoro di oggi

Le filastrocche di Rodari non celebrano il lavoro in modo retorico: lo riportano alla sua radice umana.
Nei colori e negli odori dei mestieri c’è una verità semplice e profonda: il lavoro non è soltanto produzione, salario, funzione sociale. È cultura umana. È il modo in cui l’essere umano entra in relazione con il mondo, lo trasforma, lo abita, lo rende condivisibile.

La farina nei capelli del panettiere, l’olio sulla tuta dell’operaio, la terra dei contadini, la vernice degli imbianchini non sono dettagli decorativi. Sono segni di presenza. Raccontano corpi che agiscono, mani che imparano, gesti che si tramandano, competenze che diventano vita quotidiana. Ogni mestiere porta con sé una conoscenza pratica del mondo: un sapere fatto di esperienza, attenzione, fatica, precisione.

Rodari ci invita a riconoscere proprio questo: dietro ogni lavoro c’è una forma di intelligenza. Non solo quella astratta, teorica, riconosciuta dai titoli o dal prestigio sociale, ma anche quella manuale, sensibile, concreta. L’intelligenza di chi sa impastare, aggiustare, coltivare, costruire, curare. Di chi conosce la materia perché la incontra ogni giorno.

In questo senso, il lavoro diventa una delle grandi espressioni della cultura umana. Non esiste civiltà senza lavoro, perché non esiste comunità senza qualcuno che trasformi il bisogno in gesto, il gesto in mestiere, il mestiere in bene comune.

Il contrasto con i “fannulloni” acquista allora un significato più ampio. Non è una semplice presa in giro di chi non lavora, ma una critica dell’assenza: chi non partecipa, chi non contribuisce, chi resta fuori dalla fatica comune non lascia colore, non lascia odore, non lascia memoria.

La dignità, per Gianni Rodari, nasce da qui: dall’avere una traccia nel mondo. Non importa quanto umile o prestigioso sia il mestiere. Conta il fatto che quel lavoro dica: io ci sono, partecipo, contribuisco.

Per questo, nel Primo Maggio, queste filastrocche non sono solo poesie per bambini. Sono una piccola dichiarazione di rispetto per la cultura del lavoro: una cultura che rimette al centro le persone, i gesti, i corpi, i saperi e la dignità di ogni lavoratore.

Buon primo maggio a tutti i lavoratori!