“La poesia consiste nella visione d’un particolare inavvertito, fuori e dentro di noi.”
Questa frase di Giovanni Pascoli, tratta dalla sua celebre opera “Il fanciullino“, è forse una delle più illuminanti che si possano leggere. La poesia si trova in tutto ciò che ci circonda e che siamo noi; basta avere gli occhi giusti per poterne cogliere la bellezza. Questa bellezza, tuttavia, si insinua proprio nei più piccoli e semplici dettagli ai quali, troppo spesso a causa delle nostre vite frenetiche, non facciamo caso.
Pascoli ci insegna la magia della meraviglia, quella stessa capacità di stupirsi che i bambini sanno cogliere nel modo più naturale e spontaneo possibile. Non a caso, infatti, questa citazione si trova proprio nel testo “Il fanciullino”, in cui il poeta spiega in modo approfondito quanto sia importante mantenere vivo il fanciullo che è in noi. Dovremmo prendere alla lettera questo prezioso insegnamento per poter godere appieno della vita.
Cosa ci insegna la frase del “Fanciullino” e lo sguardo dell’infanzia
Ma su cosa si basa, nel profondo, questo invito e cosa ci insegna davvero questa fase infantile della nostra anima? L’insegnamento principale risiede in una totale rivoluzione della nostra percezione del mondo. Il “fanciullino” ci insegna prima di tutto il valore inestimabile dell’attenzione pura e disinteressata.
Quando siamo bambini, ogni frammento della realtà è una scoperta inedita: il movimento incerto di un insetto su una foglia, il rumore ritmico della pioggia che batte sui vetri, le forme mutevoli che le nuvole disegnano nel cielo. Il bambino non classifica le cose in base all’utilità e non dà nulla per scontato. Questa fase mentale ci educa a spogliarci delle sovrastrutture, della noia e dei pregiudizi tipici dell’età adulta, permettendoci di osservare l’ambiente circostante come se fosse sempre la primissima volta.
Inoltre, lo sguardo dell’infanzia ci insegna la “democratizzazione” della bellezza. Per il fanciullino interiore, non esiste una gerarchia di importanza dettata dalla società o dal valore economico. Un umile fiore di campo, un ciottolo colorato o il riflesso della luna in una pozzanghera hanno la medesima, infinita dignità di un monumento imponente; un angolo di giardino o il bordo di una strada si trasformano in universi immensi, carichi di misteri da esplorare.
È un atteggiamento che ci salva dall’aridità del materialismo contemporaneo e dalle continue ansie di prestazione. In un mondo moderno che ci spinge a correre in modo incessante verso traguardi sempre più ambiziosi, la voce del fanciullino ci obbliga dolcemente a rallentare. Ci insegna a fermarci, a respirare a fondo e ad ascoltare il battito silenzioso della natura.
Vi è poi un profondo e liberatorio insegnamento emotivo. La fase infantile è caratterizzata da emozioni autentiche e genuine, vissute senza i filtri opprimenti dell’ipocrisia o del finto decoro sociale. Il bambino piange apertamente per un dolore improvviso e ride con tutto sé stesso per una gioia inaspettata. ù
Ci insegna l’assoluta onestà del sentire. Pascoli ci suggerisce che per comprendere veramente noi stessi e le trame invisibili dell’universo – per intercettare quel “particolare inavvertito” nascosto fuori e dentro di noi – dobbiamo imparare di nuovo a dialogare con il mondo e a sentirci parte vibrante, umile e integrante di esso.
Giovanni Pascoli: una vita segnata dalle tragedie e la ricerca del “nido”
La necessità vitale di rifugiarsi in questo sguardo infantile così puro non nasce in Pascoli per pura speculazione filosofica, ma si intreccia in maniera profonda e dolorosa alla sua biografia. Giovanni Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, provenendo da una famiglia agiata. Il padre, Ruggiero, lavorava in qualità di fattore presso una delle tenute dei principi di Torlonia. La sua famiglia di origine è molto numerosa: Giovanni è infatti il quarto di dieci figli.
L’infanzia di Giovanni trascorre in modo abbastanza sereno e spensierato fino al 10 agosto 1867, data in cui una tragedia inimmaginabile colpisce la sua casa: mentre torna dal mercato di Cesena, il padre di Giovanni Pascoli viene ucciso da alcuni spari esplosi da ignoti. Comincia così per lui e i suoi cari un periodo drammatico fatto di grande tristezza e pesanti difficoltà economiche, culminato con il trasferimento forzato prima a San Mauro e poi a Rimini, dove il fratello maggiore di Giovanni era riuscito a trovare un ottimo lavoro per sostentare la famiglia.
Da quel momento, il destino sembra accanirsi e i lutti si susseguono rapidamente: nel 1868 muoiono la madre e la sorella maggiore, nel ’71 si spegne il fratello Luigi, mentre nel ’76 viene a mancare anche Giacomo. È probabile che proprio la brutale e prematura distruzione della sua infanzia reale abbia spinto il poeta a ricercare rifugio in una fanciullezza interiore eterna. Nonostante le immense difficoltà economiche e il carico di dolore, Giovanni Pascoli riesce comunque a completare i suoi studi classici e ad iscriversi alla facoltà di lettere all’Università di Bologna grazie a una borsa di studi.
I suoi anni universitari si rivelano un po’ turbolenti: il giovane studente partecipa a manifestazioni di stampo socialista contro il governo e nel 1879 viene persino arrestato. La permanenza in carcere per qualche mese lo segna nel profondo, determinando il suo definitivo distacco dalla militanza politica.
Da questo momento in poi, Giovanni Pascoli decide di dedicarsi in via del tutto esclusiva alla poesia e all’affetto della sua famiglia, in particolar modo legandosi alle due sorelle Ida e Mariù, con le quali vive a Massa dal 1884, con lo scopo preciso di ricostruire quel “nido” familiare che era stato spietatamente distrutto dai lutti. Nel 1887 la famiglia si trasferisce a Livorno, città in cui Giovanni Pascoli ottiene l’incarico di insegnante.
Le successive nozze di Ida e un nuovo incarico accademico, stavolta come insegnante all’Università, stravolgono un’altra volta la vita del poeta, che si trasferisce insieme a Mariù prima nella amata Bologna e poi a Messina, dove ottiene l’incarico di professore di latino presso l’ateneo siciliano. Nel 1905, infine, a coronamento della sua carriera, viene nominato professore di letteratura italiana all’Università di Pisa, andando a sostituire il suo stesso amatissimo maestro, Giosuè Carducci.
Gli ultimi anni della sua vita sono per Pascoli anni molto schivi, trascorsi per lo più all’interno del suo “nido” e impegnati soprattutto nella scrittura. Essendo ormai diventato un poeta noto a tutti gli italiani, si dedica a scrivere discorsi pubblici e svariati componimenti patriottici. Si spegne il 6 aprile 1912 a causa di un tumore allo stomaco.
Coltivare la magia quotidiana per il futuro
Leggere e rileggere le riflessioni di Giovanni Pascoli oggi rappresenta una risorsa formidabile per lo spirito. Il fanciullino che sopravvive dentro ciascuno di noi è quella voce leggera, troppo spesso zittita dal brusio incessante delle nostre responsabilità adulte, che ci sussurra timidamente di fermarci. Ci invita a meravigliarci per un raggio di sole che illumina la polvere, o per la forza della natura che si fa strada attraverso l’asfalto delle nostre città.
Ascoltare la voce di questo eterno fanciullo non significa assolutamente fuggire dalla realtà o peccare di immaturità, ma al contrario, rappresenta uno straordinario atto di saggezza. Vuol dire riconnettersi con la propria parte più luminosa, capendo che è proprio nell’umiltà del “particolare inavvertito” che riposa il significato più profondo, poetico e autentico del nostro viaggio.

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