C’è qualcosa di stranamente seducente nel caos che stiamo vivendo. In un mondo che sembra aver smarrito la bussola del buonsenso, definirsi “pazzi” o agire fuori da ogni logica non è più un segno di debolezza, ma un’invidiabile strategia di sopravvivenza, o peggio una volontà di affermazione. Quasi una moda. Il rigore, la coerenza e la responsabilità oggi appaiono come vestiti troppo stretti, faticosi da indossare, mentre la “follia” offre una libertà senza precedenti: quella di non dover mai spiegare nulla.
In questo scenario, dove l’assurdo è diventato il nuovo canone internazionale, la voce di Erasmo da Rotterdam torna a parlarci con una grazia tagliente. Nel suo Elogio della Follia, l’umanista non scrive un atto d’accusa, ma lascia che sia la Follia stessa, con un pizzico di vanità, a spiegarci perché la saggezza è ormai passata di moda, soprattutto tra chi ama circondarsi di corone e onori.
Nel capitolo 55 dell’opera, la Follia abbandona i toni giocosi sulle debolezze umane universali per concentrarsi specificamente sui Principi, su col,oro che sono chiamati a governare il destino dei popoli. L’umanista li descrive come figure intrappolate tra l’ideale del “buon sovrano” e la realtà di una gestione del potere basata sul puro mantenimento del privilegio.
È in questo capitolo che viene svelato il trucco della “follia al potere”: non un’incapacità mentale, ma una forma d’arte burocratica e manipolatoria utilizzata per gestire i sudditi senza dover mai rispondere alla propria coscienza. Erasmo scrive parole che sembrano scritte per descrivere certe dinamiche della finanza e della politica internazionale odierna:
«Escogitano nuovi mezzi con i quali depauperare le ricchezze dei cittadini e farle confluire nel proprio tesoro: ma lo fanno servendosi di pretesti escogitati appositamente, affinché anche l’atto più iniquo abbia una qualche parvenza di legalità.»
Questo passaggio è fondamentale perché sposta il piano dalla morale alla sociologia del potere. Erasmo ci dice che il principe “folle” non è quello che non capisce, ma quello che usa l’ingegno per costruire “pretesti” – narrazioni, decreti d’urgenza, necessità di stato – al fine di rendere accettabile l’inaccettabile.
La follia, in questo contesto, è la capacità di ignorare il bene comune per concentrarsi su una macchina amministrativa che serve solo a sé stessa, ammantando l’arbitrio con la veste rassicurante della norma scritta.
Elogio della follia, quando la pazzia parla in prima persona
Per comprendere la portata di queste parole, bisogna riscoprire l’universo dell’Elogio della Follia (Moriae Encomium). Scritto nel 1509 in poco più di una settimana, durante un viaggio dalle Alpi verso l’Inghilterra, il libro nasce da un’intuizione quasi magica tra Erasmo e l’amico Thomas More (Tommaso Moro). Il titolo stesso è un raffinato gioco di parole: in greco, Moria significa follia, richiamando per assonanza il cognome dell’amico, quasi a suggerire che la sapienza più alta sia indistinguibile dalla pazzia agli occhi del mondo.
Erasmo da Rotterdam compie un gesto di rottura totale con la tradizione. Il filosofo olandese non scrive un trattato, ma una prosopopea, ovvero un saggio che sfrutta un figura retorica che personifica oggetti inanimati o astrazioni. L’umanista cede la parola direttamente alla Follia, che si presenta al pubblico non come una malata, ma come una divinità radiosa, vestita con l’abito dei buffoni di corte.
La trama è un viaggio analitico attraverso la psiche umana, diviso in tre momenti chiave:
La Follia come forza vitale
Inizialmente, lei sostiene di essere l’origine di ogni bene. Senza un pizzico di incoscienza, chi avrebbe il coraggio di sposarsi? Senza l’illusione, chi sopporterebbe i difetti di un amico? Qui la Follia è la “colla” della società, quella benevola cecità che rende la vita tollerabile.
Il corteggio dei vizi
Successivamente, la narrazione si fa più cupa e rivela le sue ancelle: l’Adulazione, l’Amor di Sé (Philautia), la Dimenticanza (Lethe) e la Pigrizia. Non sono semplici nomi, ma gli ingredienti con cui si costruisce il consenso. Erasmo ci mostra come i potenti utilizzino queste “divinità” per creare una bolla di isolamento, dove ogni critica viene filtrata e ogni errore dimenticato.
La satira sociale e il “Mondo alla rovescia”
Infine, la Follia passa in rassegna le gerarchie: monaci, teologi, re e cortigiani. Erasmo da Rotterdam usa la sua protagonista per dire verità che gli sarebbero costate il rogo. Se è la Follia a dire che i re sono avidi e i teologi vanesi, chi può condannare l’autore? È il “privilegio del giullare”: dire la verità ridendo.
L’opera è dunque un’indagine sulla maschera. Erasmo ci insegna che la società è una recita perenne dove chi cerca di togliere il velo dell’illusione agli altri non è visto come un saggio, ma come un guastafeste. È questa “ironia tragica” a rendere il testo eterno: la consapevolezza che, spesso, il buonsenso è l’invitato più sgradito alla tavola dei potenti.
La faticosa schiavitù del senno
Perché oggi il buonsenso sembra un reperto archeologico, quasi un intralcio alla velocità delle decisioni globali? La risposta del teologo olandese è di un’attualità spiazzante: perché essere saggi è una schiavitù. Il senno non è un dono leggero, ma una responsabilità che toglie il sonno e impone una disciplina ferrea.
Secondo la Follia, chi governa seguendo la ragione è destinato a una vita di sacrifici costanti, tormentato dalla consapevolezza che la sua condotta non è un fatto privato, ma una bussola collettiva. Se il principe devia anche di poco dall’onestà, la corruzione serpeggia immediatamente nel corpo sociale.
Erasmo tocca qui il nervo scoperto della leadership moderna, rivelando perché la saggezza sia diventata così impopolare:
«Chiunque rifletterà su quanto gravoso sia il peso che sostiene sulle sue spalle chi voglia comportarsi da vero principe, non riterrà che valga la pena impadronirsi del potere con lo spergiuro o con il parricidio.»
Il “problema” che emerge è dunque un’inversione di valori dettata dalla convenienza emotiva. La saggezza imporrebbe al leader di essere “come una stella propizia”, un punto di riferimento fisso e irreprensibile. Ma la realtà è complessa, sporca, piena di dilemmi etici. Se il principe riflettesse davvero sulle conseguenze umane delle sue manovre – scrive Erasmo da Rotterdam – “non proverebbe piacere a mangiare e non dormirebbe sonni tranquilli”.
Ecco allora che la Follia offre la via d’uscita perfetta: l’incoscienza organizzata. Scegliere di “ritenersi pazzi” (o recitare la parte di chi non deve rispondere a nessuna logica) diventa l’alibi perfetto per ignorare la tragicità della storia e affermare il proprio predominio. Il buonsenso viene declassato da virtù a ostacolo, poiché costringerebbe il potere a guardarsi allo specchio e a riconoscere le proprie colpe.
Oggi, questa “fuga dal senno” si manifesta in una leadership che preferisce l’adrenalina del conflitto alla pazienza della diplomazia, l’immediatezza del consenso social alla profondità della visione politica. Governare col buonsenso significa accettare di soffrire per il bene comune. Guidare i cittadini con la follia permette di godersi il privilegio del potere delegando le conseguenze al destino, o peggio, ai sudditi stessi.
In un mondo che corre veloce, la riflessione è diventata un lusso che chi comanda ha deciso di non potersi più permettere, preferendo il “frastuono del fare” al “silenzio del pensare”. L’imporsi con qualsiasi mezzo possibile, sfruttando l’arteficio di dover rispondere alle esigenze e alle necessità del popolo, contro l’avanzare del pericolo esterno, è diventata la Follia che presume l’ottenimento del consenso popolare.
La spoliazione del potere e il ritorno alla “stella propizia”
La soluzione che Erasmo da Rotterdam sottende in tutta la sua opera non risiede nel tentativo ingenuo o impossibile di estirpare la follia dal mondo, che sarebbe come voler togliere il respiro alla vita stessa, ma nel sottometterla nuovamente a una rigorosa visione etica dell’esistenza. Se il problema odierno è il leader che si trasforma in “cometa mortifera”, un astro errante che brilla di una luce sinistra e annuncia distruzione perché privo di una rotta morale, la soluzione del filosofo risiede nel ritorno alla figura della “stella propizia”.
Questo mutamento di paradigma richiede che il potere smetta di essere un esercizio di narcisismo scenografico, alimentato da pretesti burocratici, per tornare a essere un servizio di orientamento collettivo. La leadersh
La vera soluzione è dunque il coraggio della coerenza, una sorta di “ascesi del comando” che Erasmo descrive attraverso la simbologia stessa degli ornamenti regali. Un leader dovrebbe guardare alla propria collana d’oro non come a un gioiello che esalta la sua bellezza estetica, ma come al monito di una perfezione interiore da raggiungere:
«Mettergli una collana d’oro, simbolo dell’armonioso confluire in lui di tutte quante le virtù; una corona decorata di gemme, che gli ricordi il dovere di superare gli altri in tutte le virtù eroiche; uno scettro, simbolo di giustizia e di irreprensibile moralità.»
La soluzione finale è dunque una “spoliazione interiore”: il potente deve avere la forza intellettuale di spogliarsi del personaggio che recita — quel “vestiario teatrale” che serve a incantare le masse — per ritrovare l’uomo che deve servire. Non si tratta di una scelta estetica, ma di un atto di onestà radicale. Solo quando chi comanda tornerà a sentire il peso gravoso della responsabilità non come un fastidio da delegare ad adulatori e cortigiani, ma come un onere fisico e morale, il buonsenso smetterà di essere un reperto archeologico.
La via d’uscita dal labirinto della follia autocratica è racchiusa nel recupero di quella consapevolezza che Erasmo pone come condizione essenziale per non trasformare il governo in tirannia:
«Chi ha assunto le leve del potere deve occuparsi degli affari pubblici e non dei suoi affari privati, non deve pensare ad altro che al pubblico interesse; non si deve allontanare nemmeno di un pollice dalle leggi di cui egli stesso è autore ed esecutore.»
Senza questa aderenza totale alla legge e all’interesse comune, il potere rimane solo una maschera vuota dietro cui si nasconde l’arbitrio. La soluzione, in definitiva, è la fine dell’impunità intellettuale, ovvero il ritorno a una cultura in cui il leader sia il primo servitore di quella verità che oggi, troppo spesso, viene sacrificata sull’altare della convenienza.
Solo attraverso questo “sacrificio dell’ego”, la stella del potere potrà tornare a illuminare la rotta dell’umanità anziché bruciare il suo futuro.
L’alibi dell’incoscienza: Erasmo da Rotterdam e il teatro del potere contemporaneo
Se oggi la Follia di Erasmo da Rotterdam tornasse a calcare le scene, non avrebbe bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. le basterebbe un sorriso sornione nel vederci prigionieri di un sistema che abbiamo costruito con le nostre stesse mani.
Si prenderebbe gioco della nostra pretesa di chiamare “buonsenso” quella stanchezza intellettuale che ci spinge ad accettare l’assurdo come inevitabile. Riderebbe della nostra fede in una razionalità fatta di algoritmi e dati, usata spesso solo per dare una “parvenza di legalità” a decisioni che nulla hanno a che fare con il bene comune, ma molto con il mantenimento di un’egemonia d’immagine.
La follia contemporanea deriderebbe la nostra cecità volontaria: quella che ci porta a seguire leader che hanno trasformato la gestione della realtà in una messinscena perenne, dove chi urla più forte o agisce in modo più irrazionale viene paradossalmente percepito come il più autentico.
Si farebbe beffe del nostro smarrimento, sapendo che abbiamo barattato la fatica del pensiero critico con la comodità di narrazioni semplificate, lasciando che il “vestiario teatrale” del comando sostituisse la sostanza etica del governare.
In questo scenario, la lezione di Erasmo da Rotterdam è che non siamo vittime di un destino irrazionale, ma spettatori troppo accondiscendenti di un teatro che ha smarrito la sua funzione civile.
Abitare il presente con consapevolezza significa allora smettere di essere il “coro” che applaude a ogni pretesto del potere e tornare a essere quel “critico mordace” capace di distinguere la luce ferma di una stella da quella sinistra e fuggiasca di una cometa.
La vera sfida non è sconfiggere la follia, ma rifiutarsi di diventarne complici, recuperando quel buonsenso che, oggi più che mai, è l’unico atto di ribellione capace di restituirci la nostra dignità di uomini liberi.
