C’è un motivo per cui, ancora oggi, l’uomo continua a indossare scarponi e salire verso le montagne come il Monte Bianco. Non soltanto per raggiungere una cima, scattare una fotografia o superare i propri limiti fisici. Forse, più semplicemente, perché lassù cambiano le prospettive. La confusione diminuisce, le cose superflue perdono importanza e ciò che rimane acquista un peso diverso.
È la domanda che attraversa anche Nelle terre estreme (Into the Wild), il libro di Jon Krakauer dedicato alla storia di Christopher McCandless, il giovane americano che scelse di lasciare alle spalle la vita conosciuta per cercare un rapporto più autentico con la natura. Un viaggio estremo nelle terre selvagge del Nord America, nato dal desiderio di sottrarsi a un mondo percepito come troppo veloce e artificiale.
La storia di McCandless non è soltanto il racconto di una fuga verso la libertà, ma anche il confronto con chi cerca nella natura una risposta assoluta e finisce per scoprire qualcosa di diverso da ciò che cercava.
Anche senza arrivare alle terre selvagge dell’Alaska, ogni montagna porta con sé una domanda simile: siamo capaci di tornare all’essenziale?
Sulle Alpi questa ricerca procede lentamente, passo dopo passo. È scritta nel fiato corto della salita, nel peso dello zaino sulla schiena, nel silenzio liberatorio dei sentieri che obbligano a rallentare.
In montagna occorre fare scelte, non si può portare tutto. Un oggetto in più pesa sulle spalle; una distrazione in più pesa sullo sguardo. È forse questa la prima lezione delle vette: imparare la misura.
Viaggio letterario tra i sentieri del Monte Bianco: la montagna dove resta solo ciò che serve
La montagna non ha bisogno di sedurre, non cerca nemmeno di conquistare con promesse facili. La roccia si offre nuda e aspra, il vento sferza il viso senza chiedere il permesso e il paesaggio alterna alla bellezza una profonda e sincera durezza.
Davanti a una parete verticale o a un ghiacciaio l’uomo si confronta con la propria fragilità. La natura alpina non mette al centro chi la osserva, ma ricorda senza ostentazione che esiste qualcosa di più grande, che sfugge alle logiche umane.
È una sensazione difficile da provare nella quotidianità, dove spesso tutto sembra costruito per essere riempito dall’uomo: spazi, giornate, pensieri. La montagna invece si afferma senza clamore, procedendo per sottrazione. Rallenta il tempo e restituisce valore ai gesti semplici.
La sveglia la mattina presto, la pelle arsa dal sole, il respiro che diventa affanno con l’ascesa. Sono attimi apparentemente banali, ma che custodiscono una forma di libertà, alla quale non siamo più abituati.
“Desideravo acquisire la semplicità, i sentimenti puri e le virtù della vita selvaggia, spogliarmi delle abitudini artificiali, dei pregiudizi e delle imperfezioni del mondo civilizzato; trovare nella solitudine e nella grandiosità del selvaggio ovest vedute più corrette della natura umana e dei veri interessi dell’uomo.”
Estwick Evans, A Pedestrian Tour of Four Thousand Miles, 1818, citato in Jon Krakauer, Nelle terre estreme
Il Monte Bianco, il gigante che chiede rispetto
Ai piedi del Monte Bianco questa sensazione diventa ancora più forte. La montagna domina il paesaggio con una presenza che non ha bisogno di spiegazioni.
Il suo profilo accompagna lo sguardo per chilometri, cambia colore con il passare delle ore. È una presenza che sa essere familiare per chi vive nelle valli ai suoi piedi e. allo stesso tempo, distante e un po’ spaventosa per chi ne fa la conoscenza per la prima volta.
Il Monte Bianco non è soltanto una cima da conquistare, è soprattutto una montagna alla quale avvicinarsi con grande rispetto: dal primo passo mosso verso il massiccio, fino all’ultimo tratto di salita, quando l’uomo si trova davanti alla vetta più alta delle Alpi occidentali.
Anche ciò che sembra eterno porta ormai i segni del tempo presente. I ghiacciai osservabili dalla Punta Helbronner ricordano che perfino la montagna cambia. Salire verso il Monte Bianco significa allora anche imparare a fare i conti con l’impermanenza. A riconoscere ciò che si nasconde dietro la sua apparente eternità.
La montagna lascia allora una consapevolezza profonda: ciò che appare immenso e saldo non è necessariamente invulnerabile.
Courmayeur, il piacere di un tempo diverso
Dopo una giornata in quota, quando il dislivello si fa sentire nelle gambe e il passo rallenta, anche i piccoli gesti assumono un valore nuovo.
Quando il sole scende lentamente dietro le montagne e lascia spazio al buio, una croce illuminata rimane visibile sul versante della montagna di fronte, come un piccolo punto fermo nella vastità della valle. È una presenza discreta, che accompagna il silenzio della sera e sembra ricordare a chi osserva che anche in montagna l’uomo cerca punti di riferimento, fuori e dentro di sé.
La vita ai piedi delle Alpi segue ritmi diversi. Si comincia presto, quando l’aria è ancora fresca e i sentieri sono più silenziosi. Si cammina mentre il sole sale, si rientra nel pomeriggio con la stanchezza piacevole di chi ha trascorso molte ore all’aperto.
Poi arriva la sera: una cena tipica, le conversazioni nei locali del paese, prima di tornare nella propria camera o nella baita dove la sera arriva ristoratrice.
Non è nostalgia di un passato che non esiste più. È un presente che segue ritmi diversi e chiede soltanto un altro modo di abitare le giornate.
Nei piccoli paesi di montagna accade ancora qualcosa di raro: le persone si incontrano per davvero. Chi parte per un’escursione riceve un saluto, chi torna dal sentiero viene accolto da uno sguardo complice. Sono gesti minimi, ma ricordano una dimensione più umana delle relazioni. Quasi come se salendo di quota, si riducessero le distanze.
Quando il vento sembra raccontare qualcosa
Forse il momento più autentico arriva quando la giornata finisce. Quando sopra le montagne il cielo diventa più profondo e le stelle sembrano più vicine perché nulla interferisce con la loro luce. Quando il vento attraversa una cresta e per un attimo sembra avere una voce.
In quei momenti quel paesaggio che di giorno è spettacolare e faticoso al tempo stesso smette di essere soltanto un luogo e diventa un approdo interiore. Il richiamo delle vette affonda le radici in qualcosa di più viscerale.
Christopher McCandless cercava una risposta nelle terre selvagge dell’Alaska. Sulle Alpi, tra i sentieri che salgono verso il Monte Bianco, la domanda resta la stessa: che cosa resta quando impariamo a distinguere il necessario dal superfluo?
La roccia arida, il sole alto e il vento fresco sembrano suggerirci una risposta che forse avevamo dimenticato: non saliamo soltanto per vivere l’esperienza estrema della vetta, ma per ritrovare una parte di noi.
E forse è proprio questo il motivo per cui non ci stancheremo mai di salire, a volte soli, ma il più delle volte in compagnia. Perché anche nella ricerca più solitaria dell’essenziale resta una verità semplice, quella che Christopher McCandless aveva annotato:
«La felicità è reale solo quando è condivisa.»
Christopher McCandless, annotazione riportata in Nelle terre estreme di Jon Krakauer.

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