La scomparsa di Carlo Petrini, avvenuta nella tarda serata del 21 maggio 2026 nella sua casa di Bra all’età di 76 anni, colpisce il cuore pulsante della cultura contemporanea. Oltre ad essere stato il fondatore di Slow Food e l’ideatore della rete planetaria di Terra Madre, Carlo Petrini è stato un intellettuale a tutto tondo, un sociologo del quotidiano, uno scrittore prolifico e un umanista straordinario, capace di ricucire lo strappo profondo tra l’essere umano e la natura, elevando l’atto del nutrire a una delle massime espressioni culturali del nostro tempo.
La rivoluzione di Arcigola e Slow Food: il cibo come identità
Nato nel 1949 a Bra, in quel Piemonte che ha sempre custodito come baricentro affettivo e geografico di tutte le sue intuizioni, Petrini ha compreso prima di chiunque altro che la globalizzazione selvaggia e l’avvento dei ritmi frenetici del consumismo avrebbero impoverito non solo i corpi, ma soprattutto le menti, la memoria storica e le identità locali.
Quando nel 1986 diede vita ad Arcigola, evoluta poi nel 1989 nel movimento internazionale Slow Food attraverso il celebre Manifesto firmato a Parigi, il suo non era un invito all’edonismo borghese o alla pura estetica della buona tavola. Si trattava di un manifesto politico, sociale e squisitamente filosofico. Contrapporre la “lentezza” consapevole alla velocità distruttiva del fast-food significava proporre un nuovo modello di civiltà, un’ecologia della mente prima ancora che del piatto.
Petrini ha fatto della parola scritta, della narrazione e del dialogo lo strumento d’elezione per diffondere la sua rivoluzione pacifica. Attraverso i suoi scritti, ha dimostrato che la gastronomia non ha nulla a che vedere con la futilità dei programmi televisivi patinati o il lusso d’élite, bensì rappresenta una scienza complessa che interseca l’antropologia, l’economia politica, la storia dei territori e la letteratura.
Carlo Petrini: i libri e il dialogo
Autore di testi fondamentali che hanno segnato il dibattito culturale internazionale, come “Buono, Pulito e Giusto. Principi di una nuova gastronomia”, Petrini ha saputo codificare una filosofia sistemica che unisce il piacere etico alla responsabilità ecologica. La sua scrittura, sempre densa ma accessibile, intrisa di quell’”austera anarchia” e di quell’ironia saggia tipiche della sua terra, ha dialogato con le menti più brillanti e le istituzioni morali del nostro pianeta.
In questo senso, resta indimenticabile “Terrafutura” (2020), lo straordinario volume nato dai dialoghi intimi e profondi con Papa Francesco sull’ecologia integrale. In quell’opera, la visione laica e lungimirante di Petrini si è fusa armoniosamente con il magistero dell’enciclica Laudato si’, di cui lo stesso gastronomo è stato profondo estimatore e co-fondatore delle Comunità omonime nel 2017.
Fino ai suoi contributi più recenti, come il saggio “Il gusto di cambiare” scritto insieme all’economista Gaël Giraud, Petrini ha costantemente esortato la politica globale a cambiare radicalmente agenda di fronte all’insostenibilità del modello neoliberista, dimostrando come la fame di profitto stesse desertificando la biodiversità culturale e biologica della Terra.
Dalla terra all’università: la legittimazione del sapere popolare
Un altro immenso contributo culturale di Carlo Petrini è stato quello di aver scardinato e ridefinito le barriere dell’accademia tradizionale. Nel 2004, fondando a Pollenzo l’Università di Scienze Gastronomiche – la prima istituzione accademica al mondo interamente dedicata a questo approccio interdisciplinare -, ha conferito dignità scientifica e dottrinale alla figura del gastronomo.
Questa intuizione, ritenuta all’epoca provocatoria o “utopica” da molti circoli intellettuali conservatori, ha dimostrato che il sapere popolare, la saggezza contadina e le tradizioni orali dei produttori possiedono la medesima dignità della letteratura classica o della filosofia speculativa. Un percorso rivoluzionario culminato nel 2017, quando lo Stato italiano ha istituito ufficialmente la Classe di Laurea in Scienze Gastronomiche, legittimando una figura professionale cardine per il futuro del pianeta.
La sua capacità di trasformare i sogni in progetti concreti – si pensi ai Presìdi Slow Food, nati per salvare dall’estinzione razze animali, varietà di ortaggi e antichi mestieri artigianali, o alla straordinaria rete globale di Terra Madre che dà voce alle comunità indigene e ai piccoli agricoltori del Sud del mondo – rappresenta un unicum nella storia intellettuale recente. Petrini ha saputo unire l’immaginazione poetica al pragmatismo piemontese, insegnando alle nuove generazioni che la difesa della propria cultura non coincide con la chiusura identitaria, bensì con l’apertura al dialogo fraterno e allo scambio.
L’eredità di un grande umanista contemporaneo
Oggi, nel piangere la scomparsa di questo straordinario ambasciatore della nostra identità più autentica, ci resta in dote un patrimonio immenso di riflessioni e parole. Carlo Petrini ci lascia un monito che risuona con forza tra le pagine dei suoi libri e nei cuori di chi lo ha ascoltato: la tutela della biodiversità e delle culture locali non è un nostalgico e sterile ritorno al passato, ma l’unica via d’uscita possibile per garantire un futuro che sia pienamente umano, sostenibile e giusto.
La cultura, per Carlin Petrini, era esattamente come la terra: va curata con devozione, nutrita con pazienza e protetta dall’omologazione industriale, affinché continui a generare frutti capaci di alimentare la nostra coscienza critica e la nostra libertà. La sua voce calda, carismatica ed empatica ci mancherà profondamente, ma le sue parole e il suo esempio continueranno a essere semi fecondi di un’utopia che abbiamo il dovere, giorno dopo giorno, di rendere felice realtà.
Photocredits: Bruno Cordioli
