Come una sirena – Racconto di Veronica Giada Vesco

Come una sirena

 

L’esplosione dell’estate se la sentiva addosso già a maggio. Con l’inquietudine e l’irruenza tipica dell’infanzia, Verdiana vibrava fin dalla mattina sui banchi di scuola. Pensava a quegli ultimi giorni in città come a una vigilia, sentiva il rumore del mare nel fruscio delle foglie, immaginava la frescura dell’acqua intorno al suo corpo. E naturalmente scriveva. Pensieri, impressioni, piccole poesie leggere come ali di farfalla. Aveva solo otto anni, ma già aveva fatto suo l’amore per la riflessione. Giocava quasi sempre sola, inventando passatempi e storie mirabili in cui il grande tavolo da lavoro a due ripiani dei nonni diveniva di volta in volta un antro in cui era rinchiusa, una casetta rassicurante, una grotta in cui si celavano tesori. Lei stessa era a volte pirata, a volte principessa. Più spesso solamente se stessa.
Il giorno della partenza era indimenticabile. C’era la stazione Centrale di Milano che brulicava di gente, c’era la lacrimuccia sottile nel salutare mamma e papà che restavano in città. C’era la nonna energica e infaticabile, che organizzava e distribuiva le valigie nei portapacchi. E soprattutto c’era il nonno, con i suoi bellissimi occhi verdi, l’immancabile canna da pesca e la Settimana enigmistica già aperta nella pagina dei cruciverba a schema libero. E poi c’era la sera di giugno, che profumava d’estate, che allungava i suoi chiarori proiettandoli all’interno dei binari. E la cena al sacco, con il thermos del caffè, l’acqua fresca e una bibita che diventava in fretta troppo calda. E un finestrino abbassato al quale appendersi per gli ultimi saluti, gustando il sapore del distacco e della nostalgia che faceva a gara con l’eccitazione per la meta da raggiungere.
La notte volava, cullata dal dondolio del treno, dai rumori della gente, dagli annunci delle città importanti. Era un viaggio immenso che accarezzava la sua mente nel dormiveglia e le permetteva di sorridere nel sonno. La mattina il chiarore inondava la carrozza, le cuccette sparivano, gli scompartimenti ritrovavano il loro aspetto ordinario. C’era la Calabria, terra selvaggia e ostile. Poi il treno veniva inghiottito in una gigantesca nave per attraversare lo stretto e giungere a Messina. Infine Milazzo. Verdiana trovava che fosse divertente quell’assonanza tra la città di partenza e quella di arrivo. Ancora non conosceva le figure retoriche, ma trovava che quei nomi rivelassero alla perfezione la natura delle due città. Milano, l’elegante dama dell’inverno, che suonava musica classica. Milazzo la calda porta verso il sud, verso il mare, che orchestrava il suo concerto al ritmo di un tamburo. Il grande porto era il caos e il caldo opprimente. Era il leggero vestitino bianco che si arroventava. Poi l’enorme nave, che l’avrebbe portata sulla sua isola.
Da allora in poi per lei il mare sarebbe stato sempre evocato da una nave, dal suono metallico delle catene che facevano scendere il ponte mobile con un colpo secco, mentre lei improvvisava una giravolta gonfiando la gonna del suo abito carino e facendo roteare la borsetta da signorina. Solcare quella distesa d’acqua equivaleva un po’ a immergersi nell’ignoto, a entrare in confidenza con la vastità dell’orizzonte. Dopo la traversata avrebbe ritrovato il porto familiare con il cemento sbiadito dal sole, l’odore acre e pungente della miracolosa solfatara che la nonna chiamava amichevolmente pozza, la grazia selvatica dei fiori di ginestra. E naturalmente lui. Il vulcano.
Non le faceva paura, ne aveva rispetto. Di notte, quando si rigirava nella stanza rovente, curava solo di non dargli le spalle, per una questione di reverenza. Era una sorta di divinità capricciosa, come quelle mitologiche, ma in fondo lo considerava un amico, forse burbero e suscettibile. Il suo cratere emetteva un fumo perenne, che le ricordava le sigarette di papà. Di giorno, quando la pigrizia del pomeriggio incombeva e lei vagava inquieta dal sussidiario al cortile arso, mentre i nonni si abbandonavano al riposo dei giusti, alle volte gli parlava. Spesso protetta dalla pianta di capperi, che la nascondeva da sguardi indiscreti, si rivolgeva a quella grande altura che le svettava dinnanzi chiamandolo “Signor Vulcano”. Alle volte gli raccontava qualche aneddoto che riguardava l’inverno, la scuola o la famiglia.
Però la cosa che Verdiana amava più di tutto era il mare, l’unico mare che aveva conosciuto da quando era nata. Non aveva neppure due anni e già aveva incontrato quella spiaggia unica, dove la sabbia era quasi nera. Naturalmente sull’isola c’erano altre spiagge, ma lei aveva visto solo quella e ciò bastava affinché la ritenesse la più bella. Ci si arrivava attraversando un sentiero stretto, assolato, in cui la sabbia scottava perennemente sotto agli zoccoli. Al lati, innumerevoli cespugli di more, piccole, nere, gustosissime. Verdiana si divertiva a mettere i piedi sopra agli sparuti ciuffetti d’erba che crescevano indomiti in una terra che pareva avere la consistenza del deserto, balzando dietro al colorato pareo della nonna.
Il mare la trasformava. Era meno solitaria, più aperta. Giocava sempre con le sue storiche amiche e altre volte la comitiva si allargava con l’ingresso di qualche nuovo arrivato. Lei e le altre due bambine preferivano giochi maschili, piste da biglie che divenivano circuiti immaginari come quello di Monza e mirabili castelli che sfidavano le leggi dell’architettura. Niente bambole o leziosità simili.
Però il momento del bagno era un rito che amava gustarsi essenzialmente da sola. Certo, non nelle giornate in cui i cavalloni si accartocciavano su se stessi e si rincorrevano veloci solo per il piacere di offrire loro un gioco più eccitante, nel caleidoscopio di migliaia di spruzzi. Ma quando il mare era calmo e la sua voce solo un sussurro. Nel tardo pomeriggio che si tingeva di sera Verdiana si abbandonava all’abbraccio del mare. Si scioglieva, fino a divenire un tutt’uno con l’acqua che le scivolava intorno al corpo e lo modellava proprio come lei lo avrebbe voluto. Immersa con la maschera, nuotando a cagnolino o lasciandosi trasportare dalle onde si sentiva cullata, era diversa. Non era più la bambina grassottella e derisa, non sentiva più lo scherno delle battute pungenti, tanto più cattive quanto più erano espresse con la lucida e spietata sincerità degli altri suoi coetanei. Era una principessa, o meglio una sirena, con i capelli fini impalpabili che le fluttuavano accanto. Era una figlia del mare che trovava rifugio tra le braccia del suo Poseidone. Era finalmente leggera e leggiadra, aveva la consistenza di una nuvola.
Negli anni seguenti il mare avrebbe sempre rivestito per lei un’importanza vitale, tanto da divenire l’essenza stessa dell’estate. Avrebbe imparato ad esplorare e ad amare altri luoghi, a sentirseli addosso come parte di sé. Avrebbe imparato a vivere il riflesso della notte e della luna sulle onde, a incantarsi sotto all’ombra delle pinete, ascoltando il concerto dei grilli. Avrebbe imparato ad accettare le delusioni, le avversità, diventando più forte e più consapevole. Ma il mare sarebbe sempre rimasto il suo rifugio. Un amico lontano che intona una vecchia canzone in cui si parla di un treno che viaggia verso il sud, di una grande nave e della ginestra gialla che fiorisce sotto al vulcano.

 

Veronica Giada Vesco

 

 

 

 

 

 

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