Solo con tutti (1977) di Charles Bukowski: la poesia sulla potente solitudine del nostro tempo

L’autopsia di una solitudine che toglie il respiro. Scopri i duri versi di “Solo con tutti” di Bukowski: la poesia che ha profetizzato il vuoto del nostro tempo.

Solo con tutti (1977) di Charles Bukowski: la poesia sulla solitudine del nostro tempo

Solo con tutti (Alone with Everybody) di Charles Bukowski è una poesia che dà voce alla solitudine profonda, a quel senso di isolamento che persiste nonostante tutto. Malgrado il progresso abbia generato una moltitudine sempre più grande di connessioni, queste finiscono spesso per essere solo un effetto collaterale che rende ancora più evidente quell’ingombrante senso di vuoto che toglie il respiro all’anima.

È un componimento dal linguaggio crudo, vero, per certi versi anche spinto, in pieno stile Henry Chinaski (l’alter ego dello scrittore statunitense). Nei suoi versi non c’è spazio per il romanticismo. Nella sua essenza, la poesia è una rappresentazione nuda e cruda della decadenza dei rapporti e delle relazioni umane.

Bukowski mette in scena la “brutta piega” che sembra caratterizzare i legami di ogni tipologia, condannando gli esseri umani a un disastroso isolamento che oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, sentiamo ancora più forte e inevitabile.

Alone With Everybody è una poesia tratta dalla sua raccolta di poesie Love is a Dog from Hell, pubblicata nel 1977. In Italia il libro ha il titolo L’amore è un cane che viene dall’inferno, pubblicato da Guanda.

Leggiamo la poesia di Charles Bukowski per apprezzarne il significato.

Solo con tutti di Charles Bukowski 

la carne copre l’osso
ed essi ci mettono una mente
dentro e
a volte un’anima,
e le donne spaccano
vasi contro le pareti
e gli uomini bevono troppo
e nessuno trova l’uno
ma continuano a cercare
strisciando e dentro e fuori dai letti.
La carne copre
l’osso e la
carne cerca
per più della carne.

non c’è nessuna possibilità:
siamo tutti intrappolati
in un destino singolare.

nessuno trova mai quello giusto.

le discariche della città piene
gli sfasciacarrozze pieni
i manicomi pieni
gli ospedali pieni
i cimiteri pieni

nient’altro si riempie.

Alone With Everybody, Charles Bukowski


the flesh covers the bone
and they put a mind
in there and
sometimes a soul,
and the women break
vases against the walls
and the men drink too
much
and nobody finds the
one
but keep
looking
crawling in and out
of beds.
flesh covers
the bone and the
flesh searches
for more than
flesh.

there’s no chance
at all:
we are all trapped
by a singular
fate.

nobody ever finds
the one.

the city dumps fill
the junkyards fill
the madhouses fill
the hospitals fill
the graveyards fill

nothing else
fills.

L’anatomia dell’isolamento umano e del vuoto esistenziale

Solo con tutti è una poesia di Charles Bukowski che possiamo considerare una condanna senza appello: l’essere umano è un’isola biologica che cerca disperatamente un ponte verso l’altro, senza mai trovarlo.

Il tema centrale è lo scacco matto del desiderio: quella “carne che cerca per più della carne” ma che rimane intrappolata in un “destino singolare”.

Non è solo solitudine; è l’impossibilità ontologica di essere compresi, di trovare “quello giusto” in un mondo che sembra progettato per produrre scarti anziché legami.

Bukowski esplora la disperazione silenziosa che si cela dietro i gesti quotidiani – il bere, l’abbandono fisico, la rabbia – mostrandoci come il rumore del mondo serva solo a coprire il ronzio di un vuoto interiore che non si colma mai.

Il contesto: tra le strade di Los Angeles e l’inferno dei rapporti

Scritta nel cuore degli anni ’70 e pubblicata nel 1977, la poesia nasce in un clima di profonda disillusione. Bukowski scrive dalla periferia esistenziale di una Los Angeles sporca e indifferente, lontano dai riflettori del sogno americano.

È il periodo del suo successo internazionale, ma il suo sguardo resta quello di Henry Chinaski: l’uomo che osserva l’umanità dai banconi dei bar e dalle stanze di motel. In quegli anni, il crollo delle ideologie e la massificazione urbana stavano trasformando le persone in “atomi sociali”.

Bukowski intuisce prima di altri che la modernità non ci sta liberando, ma ci sta ammassando gli uni contro gli altri in una vicinanza che rende l’isolamento ancora più atroce.

È in questo “inferno” dei rapporti, dove l’amore è un cane che morde, che prende vita la visione spietata di Alone with Everybody.

Il significato dei versi di Soli con tutti

Per comprendere appieno la desolazione di Solo con tutti, dobbiamo sezionare il testo proprio come Bukowski seziona il corpo umano: verso dopo verso, strofa dopo strofa senza sconti.

la carne copre l'osso
ed essi ci mettono una mente
dentro e
a volte un'anima,

La poesia non inizia con la vita, ma con un montaggio biologico. L’uomo è ridotto a materiale di scarto: carne e osso. Bukowski usa un “essi” impersonale (il destino, la biologia, o un Dio indifferente) per suggerire che non abbiamo scelto di essere qui.

La mente è un accessorio inserito quasi per forza, mentre l’anima è un optional incerto (“a volte”), un elemento non garantito che rende ancora più precaria la nostra natura.

e le donne spaccano
vasi contro le pareti
e gli uomini bevono troppo
e nessuno trova l'uno
ma continuano a cercare
strisciando e dentro e fuori dai letti.

In questa strofa Bukowski mette in scena il disastro delle relazioni. La solitudine esplode in due direzioni: la rabbia (i vasi spaccati) e l’oblio (l’alcol).

È una danza macabra dove il sesso non è unione, ma un movimento meccanico, uno “strisciare”, che non porta a nessuna elevazione. La ricerca dell’anima gemella (“l’uno”) è descritta come un istinto cieco che produce solo stanchezza. la ricerca dell’altro diventa pura apatia.

La carne copre
l’osso e la
carne cerca
per più della carne.

In questi versi si tocca il vertice della tragedia umana. Bukowski riconosce che non siamo solo animali: la nostra materia è tormentata da un desiderio di trascendenza.

La carne cerca “più della carne”, cerca un senso, un legame, un calore che la biologia non può fornire. È il dramma di avere desideri infiniti racchiusi in un corpo finito.

È l’avidità del “principio di piacere” teorizzato da Sigmund Freud, ovvero quella ricerca infinita della felicità, del desiderio da soddisfare che si porta avanti per tutta la vita e che conduce inevitabilmente alla dannazione.

Bukowski fa emergere malgrado il crudo linguaggio, un aprofondità di giudizio fuori dal comune. Riesce ad esprimere in modo reale il limite vero degli esseri umani.

non c’è nessuna possibilità:
siamo tutti intrappolati
in un destino singolare.

nessuno trova mai quello giusto."

Con un nichilismo che non ammette repliche, il poeta chiude ogni porta alla speranza. Il “destino singolare” è la nostra cella di isolamento: siamo nati soli e moriremo soli. L’idea che esista “quello giusto” viene liquidata come la più grande bugia mai raccontata all’umanità.

le discariche della città piene
gli sfasciacarrozze pieni
i manicomi pieni
gli ospedali pieni
i cimiteri pieni

nient’altro si riempie.

Il finale sposta l’obiettivo dal singolo alla società. Bukowski elenca i luoghi dove la materia si accumula: rifiuti, rottami, follia, malattia e morte.

Il mondo è “pieno” solo di ciò che è rotto o finito. L’ultimo verso, “nient’altro si riempie”, è una sentenza definitiva, che evidenzia come l’unico spazio che resta desolatamente vuoto, nonostante le connessioni, nonostante i letti condivisi, nonostante i cinquant’anni anni trascorsi, è il vuoto tra un essere umano e l’altro.

L’eredità di un naufragio: Bukowski e la profezia del vuoto urbano

In definitiva, la visione di Charles Bukowski in Solo con tutti non è solo il lamento di un uomo disilluso, ma la lucida decifrazione di un mutamento antropologico che era già in atto e che oggi è giunto a compimento.

Bukowski è riuscito, con una precisione chirurgica, a leggere il grande smarrimento che l’urbanità e la modernità stavano iniettando nel vissuto quotidiano: quel processo di massificazione che, paradossalmente, più ci avvicina fisicamente, più ci allontana spiritualmente.

Le strade di Los Angeles, con i bar affollati e le stanze di motel tutte uguali, erano per Henry Chinaski il laboratorio di una nuova forma di solitudine “affollata”. Egli aveva compreso che la città moderna non è un luogo di incontro, ma un immenso ingranaggio che produce solitudini parallele.

Quella “carne che cerca per più della carne” non è altro che il grido di chi è stato strappato alle relazioni autentiche per essere inserito in un contesto di pura funzione, dove l’altro è solo un corpo di passaggio, un frammento di un destino altrettanto singolare e isolato.

Oggi, a quasi cinquant’anni da quei versi, la sua analisi appare quasi profetica. Il vuoto che toglie il respiro all’anima non è sparito. Si è soltanto fatto più silenzioso, mimetizzandosi tra le infinite connessioni della nostra era.

Charles Bukowski ci lascia con una verità scomoda ma necessaria: l’urbanità, l’evoluzione tecnologica, la globalizzazione, che dovevano rendere la vita delle persone più felice e lo stare bene doveva diventare lo stile di vita predominante, di fatto hanno finito per riempire ogni spazio con discariche, sfasciacarrozze e manicomi, dimenticando l’unica cosa che conta: la salute mentale e fisica degli umani.

Esseri umani ridotti a merce di scarto, a rifiuti, prodotti da smaltire, è questa l’impietosa descrizione che emerge dai versi del poeta. Non c’è spazio a nessuna rigenerazione, il riciclo dei rifiuti reali diventa di maggior valore, rispetto alla rinascita delle persone in carne ed ossa.

Resta l’immagine di un uomo che, tra un bicchiere e l’altro, ha saputo guardare dentro l’abisso dei rapporti umani, ricordandoci che finché cercheremo nell’altro solo un modo per non sentire il nostro silenzio, resteremo sempre e comunque “soli con tutti”.

La sua è una lezione di dignità nel dolore: ammettere il vuoto è l’unico modo per non esserne completamente divorati.