Se (1895) di Rudyard Kipling: la poesia sul coraggio e sul valore di saper affrontare la vita

Scopri il significato profondo di “Se” di Rudyard Kipling: un manifesto di libertà e coraggio per i giovani davanti alle grandi scelte della vita.

Se (1895) di Rudyard Kipling: la poesia sul coraggio e sul valore di saper affrontare la vita

Se (If) di Rudyard Kipling è una poesia che invita a imparare i valori della moderazione, dell’autocontrollo, della compostezza, dell’integrità e dell’umiltà. Valori sani che ogni essere umano dovrebbe far propri per dare alla propria vita dignità e virtù.

Eppure, proprio quando ci si trova davanti a quei bivi invisibili ma giganteschi che cambiano il corso di una vita, questi versi si rivelano qualcosa di molto più profondo: un manifesto di liberazione e di autodeterminazione assoluta.

Per migliaia di ragazzi e ragazze, giugno è il periodo delle grandi scelte (la maturità, lo scoglio dei test universitari, la paura del futuro che bussa alla porta), è il momento in cui il mondo esterno comincia a premere, esigendo risposte, voti, performance e definizioni.

Ma è proprio sotto questa pressione che emerge il senso “vetta” del capolavoro di Kipling. Il messaggio profondo della poesia non è come avere successo nel mondo, ma come non farsi distruggere dal mondo.

La poesia, che Rudyard Kipling sembra voler rivolgere al figlio John, fu scritta orientativamente nel 1895 quale tributo a Leander Starr Jameson ed è contenuta nella raccolta Ricompense e Fate (Rewards and Fairies) che fu pubblicata per la prima volta nel 1910.

Leggiamo. la poesia di Rudyard Kipling per comprenderne l’origine, il significato e apprezzarne i valori.

Se di Rudyard Kipling

Se riuscirai a mantenere la calma quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno una colpa.
Se riuscirai a avere fiducia in te quando tutti ne dubitano,
ma anche a tener conto del dubbio.
Se riuscirai ad aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con la calunnia,
O essendo odiato a non lasciarti prendere dall’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio;

Se riuscirai a sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se riuscirai a pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se riuscirai a confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
distorta dai furfanti per ingannare gli sciocchi,
o a vedere le cose per cui hai dato la vita, distrutte,
e piegarti a ricostruirle con strumenti ormai logori.

Se riuscirai a fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
e rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
e perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se riuscirai a costringere cuore, nervi e tendini
a servire il tuo traguardo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non resta altro
se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se riuscirai a parlare alla folla e a conservare la tua virtù,
O passeggiare con i Re, senza perdere il senso comune,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se riuscirai a riempire l’inesorabile minuto
Con un istante del valore di sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!
If, Rudyard Kipling (testo originale)

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you;
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too:
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise;

If you can dream—and not make dreams your master;
If you can think—and not make thoughts your aim,
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same:
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ‘em up with worn-out tools;

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss:
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: “Hold on!”

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much:
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And—which is more—you’ll be a Man, my son!

Diventare uomini coltivando le giuste virtù

Il messaggio vero e la potenza filosofica della poesia di Rudyard Kipling risiedono risiede in un invito radicale all’autodeterminazione e all’autarchia spirituale, intesa come l’unica vera libertà concessa all’essere umano, ovvero l’indipendenza emotiva, etica e intellettuale dal resto dell’universo.

Rudyard Kipling non delinea una strategia per scalare le gerarchie sociali o per accumulare successi materiali. Al contrario, offre la formula per edificare una cittadella interiore inespugnabile, muovendo dal presupposto che il mondo esterno sia strutturalmente caotico, parziale, manipolatorio e instabile.

Il nucleo filosofico del testo si configura come un rifiuto categorico del vittimismo e della dipendenza dal riconoscimento altrui. Kipling rammenta che, sebbene l’individuo non possa in alcun modo determinare le azioni del prossimo, la casualità degli eventi o l’ostilità della sorte, egli conserva il pieno, esclusivo e totale controllo sulle proprie reazioni interne.

Diventare adulti, nel senso più nobile e universale del termine, significa precisamente questo: sviluppare un baricentro etico talmente solido da impedire alle tempeste esterne di incrinare la pace interna.

Attraverso una fitta rete di proposizioni ipotetiche, la poesia esplora la dialettica tra l’Io e il Mondo, individuando nella padronanza di sé l’unico strumento in grado di sottrarre l’uomo al ruolo di passivo oggetto della storia, elevandolo a soggetto assoluto del proprio destino.

Non si tratta di un’esaltazione dell’insensibilità o di un distacco cinico dalla realtà, ma di una forma superiore di responsabilità personale: l’individuo è chiamato a rispondere solo davanti alla propria coscienza, l’unico tribunale che non conosce corruzione.

Analisi e Significato di If di Rudyard Kipling

L’architettura concettuale della poesia si svela attraverso un serrato e spietato confronto con la realtà, scardinando per prima cosa i due più grandi inganni della percezione umana, che il poeta affronta nel celebre verso “Se riuscirai a confrontarti con Trionfo e Rovina e trattare allo stesso modo questi due impostori”.

Successo e fallimento vengono qui svelati nella loro natura di costrutti fallaci e menzogneri. Il Trionfo è un impostore poiché nutre l’orgoglio, genera l’illusione dell’invincibilità e rende l’essere umano cieco di fronte ai propri limiti strutturali. La Rovina è ugualmente mendace poiché paralizza l’azione, induce alla disperazione e fa credere che un crollo parziale coincida con la fine dell’identità stessa.

L’atto rivoluzionario di Kipling consiste nello sganciare interamente il valore dell’uomo dai suoi risultati. La statura morale non si misura dai trofei accumulati o dalle sconfitte subite, ma dall’immutata dignità con cui si attraversa il loro passaggio, mantenendo un’andatura costante sia nella bonaccia sia nella tempesta.

Questo distacco dai risultati si sposta poi verso una dimensione ancora più tragica e viscerale, quella della perdita materiale e ideale, espressa nel monito “o a vedere le cose per cui hai dato la vita, distrutte, e piegarti a ricostruirle con strumenti ormai logori”. Il testo accetta l’eventualità che l’esistenza possa azzerare gli sforzi di un’intera vita, riducendo in cenere ciò che si è edificato con fatica.

Nel momento esatto in cui la carne e la mente reclamerebbero la resa, interviene il passaggio più denso e metafisico dell’intera opera: “E a tenere duro quando in te non resta altro se non la Volontà che dice loro: ‘Tenete duro!’”.

La Volontà, nell’universo kiplinghiano, non è semplice ostinazione o testardaggine, ma una forza primigenia e auto-generativa. Quando l’energia fisica è esaurita (“cuore, nervi e tendini” sono sfiniti) e le motivazioni mentali iniziano a svanire, l’essere umano ha la facoltà quasi divina di attingere al vuoto interiore per ricominciare da capo.

Ricostruire con “strumenti ormai logori” significa accettare la propria vulnerabilità e la propria decadenza fisica o materiale, senza per questo rinunciare alla sacralità dell’azione.

La poesia si muove costantemente su questo crinale di rigoroso equilibrio psicologico, esigendo che l’individuo non si faccia fagocitare o sottomettere dalle sue stesse facoltà superiori, come emerge chiaramente nel contrasto: “Se riuscirai a sognare, senza fare del sogno il tuo padrone; Se riuscirai a pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo”.

L’immaginazione e l’intelletto sono facoltà nobili, necessarie per tracciare una rotta nel mondo. Tuttavia, Kipling ne scorge il potenziale patologico. Il sogno che si scompone dalla realtà diviene un rifugio consolatorio, un oppiaceo che sostituisce l’azione e rende l’uomo schiavo di utopie sterili.

Allo stesso modo, il pensiero che elegge se stesso a fine ultimo rischia di avvitarsi in un solipsismo sterile, conducendo alla paralisi da analisi. L’uomo integro domina i propri sogni e i propri pensieri, usandoli come strumenti di navigazione e mai come padroni a cui cedere la propria sovranità.

Questa medesima fermezza deve regolare i rapporti con l’alterità sociale, sintetizzata mirabilmente nella formula geometrica di “Se riuscirai a parlare alla folla e a conservare la tua virtù, O passeggiare con i Re, senza perdere il senso comune”.

Kipling rifiuta con forza due tentazioni opposte che corrompono l’anima: l’omologazione degradante della massa (“la folla”), che richiede la rinuncia alla propria unicità e ai propri valori in nome del consenso, e l’isolamento aristocratico o il servilismo delle élite (“i Re”), che nutre la superbia e recide i legami con la realtà condivisa.

La sovranità interiore si manifesta nella capacità di abitare qualsiasi strato dell’esistenza umana rimanendo impermeabili alla contaminazione esterna: saper dialogare con gli ultimi senza farsi trascinare dal risentimento e frequentare i potenti senza mutare la propria natura o dimenticare l’umiltà.

Tutta questa immensa tensione etica, accumulata strofa dopo strofa, converge e trova la sua risoluzione definitiva nella gestione del tempo presente, racchiusa nella chiave di volta e sigillo dell’intera opera: “Se riuscirai a riempire l’inesorabile minuto Con un istante del valore di sessanta secondi”.

Il tempo è definito “inesorabile” poiché scorre in modo matematico, indifferente alle sofferenze o ai desideri umani, divorando l’esistenza senza concedere appelli.

L’unico modo per sconfiggere questa tirannia cronologica non è fuggire nel passato con il rimpianto o nel futuro con l’ansia, ma sacralizzare il qui e ora. Riempire il minuto con sessanta secondi di presenza assoluta, di azione consapevole e di dignità significa riscattare il tempo dalla sua vacuità.

Solo in questo preciso istante, quando l’autodisciplina si fa perfetta aderenza al presente, la promessa finale si compie: il mondo cessa di essere una minaccia e si tramuta in uno spazio aperto di possibilità, e l’essere umano conquista finalmente la propria libertà autonoma.

Diventare Uomini va inteso come essere Migliori

Bisogna decontestualizzare il senso della poesia rispetto a quando fu scritta. È qualcosa che andrebbe fatto sempre, perché i contesti culturali, il modo di pensare prevalente, in senso antropologico-culturale, sono legati al tempo e allo spazio in cui le opere sono state create.

Sarebbe ingiusto censurare il buon senso espresso nei dettami della poesia di Kipling, anche se quando parla di “Uomo”, di “Virilità” o di “Mascolinità” oggi potrebbe apparire discriminante. Essere uomini oggi, lo ripetiamo, va tradotto con essere persone Perbene, Civili, Virtuose.

La virilità, secondo la poesia, è la sua stessa ricompensa, che fornisce a chi la possiede un incrollabile senso di sé. L’uso della maiuscola nella parola “Uomo” suggerisce che per Rudyard Kipling la virilità è un titolo d’onore: diventare “Man” è come ottenere una laurea o essere nominato cavaliere.

La forza d’animo, la lucidità e l’autosufficienza descritte da Kipling sono virtù universali, prive di barriere di genere. Oggi, per i ragazzi e le ragazze che affrontano le grandi decisioni della vita, quel traguardo va tradotto con coraggio nella necessità di diventare persone autonome, libere e integre. If non chiede di essere perfetti, ma lancia una sfida di straordinaria modernità: smettere di cercare conferme all’esterno e governare l’unica cosa che è davvero sotto il nostro controllo: noi stessi.

Come nasce l’ispirazione della poesia di Rudyard Kipling

Secondo lo stesso Kipling nella sua autobiografia, Something of Myself (1937), le origini di Se risalgono al fallito raid di Leander Starr Jameson del 1895-6, quando lo statista coloniale britannico guidò un’incursione contro la Repubblica sudafricana (boera) durante il fine settimana di Capodanno. Jameson aveva intenzione di sollevare gli espatriati britannici che vivevano nel Transvaal per insorgere contro il governo boero, ma i suoi connazionali non mostrarono alcuna inclinazione alla rivolta.

Al contrario, l’azione militare malriuscita di Jameson contribuì a creare il clima che avrebbe portato alla Seconda guerra boera pochi anni dopo. Kipling conosceva Jameson e in Something of Myself scrive:

Tra le poesie di Rewards ce n’era una chiamata ‘If’… I versi furono tratti dal carattere di Jameson e contenevano consigli di perfezione molto semplici da dare.

Tuttavia, sarebbe facile sopravvalutare il ruolo che l’incursione di Jameson ebbe su If, e sembra che il libro di memorie di Kipling (pubblicato postumo) evidenzi per la prima volta questo legame. Le parole finali della poesia, “sarai un uomo, figlio mio”, suggeriscono che la poesia è indirizzata a John, il figlio di Kipling.

La poesia assumerà una sfumatura tragica e dolorosa pochi anni dopo la pubblicazione, nel 1915, quando John morirà giovanissimo in Francia, disperso durante la prima guerra mondiale nella battaglia di Loos.

Il mito di Gramsci e il vero “Breviario per laici”

Spesso, all’interno della critica e delle antologie, si legge che la prima traduzione italiana di If sia opera di Antonio Gramsci, pubblicata nel 1916 con il titolo “Breviario per laici”. In realtà si tratta di un affascinante equivoco storiografico.

In quell’anno, sulle pagine dell’edizione torinese dell’Avanti!, Gramsci scrisse effettivamente un celebre articolo intitolato Breviario per laici, ma non si trattava della traduzione di Kipling, bensì della recensione a un saggio del pedagogista Giuseppe Prezzolini (Discorso su laici e cattolici).

Tuttavia, se la traduzione materiale non è mai esistita, il legame ideale tra il pensatore sardo e la poesia è profondo ed eccezionale. L’intera riflessione pedagogica di Gramsci, in particolare nelle sue Lettere dal carcere indirizzate all’educazione dei figli Delio e Giuliano, è un inno alla pedagogia della volontà.

Ciò che afferma è il totale rifiuto del fatalismo e la convinzione che la dignità, l’autodisciplina e la cultura si conquistino solo attraverso un ferreo e consapevole sforzo interiore, in perfetta consonanza con il senso più puro e profondo dei versi di Rudyard Kipling.

If è una vera lezione per imparare a diventare Umani

La vera “vetta” di Se, ciò che rende questo testo un pilastro della cultura umana, risiede in una promessa che supera i secoli: la virilità di cui parlava Kipling non è una condizione biologica né un’esclusiva di genere, ma la metafora universale del diventare umani.

Non si nasce umani, lo si diventa attraverso un lento, consapevole e faticoso processo di alfabetizzazione emotiva e spirituale. Kipling non si rivolgeva solo a suo figlio John, ma a ogni individuo che accetta la sfida di non farsi disumanizzare dal mondo.

La straordinaria universalità di questa poesia sta nel fatto che essa non promette la felicità, non garantisce l’assenza di dolore e non offre scorciatoie per il successo. Al contrario, fotografa l’essere umano nella sua nudità dinanzi all’esistenza, celebrando la sua virtù più grande: la capacità di restare integri quando tutto intorno crolla.

In un presente frammentato, che spesso ci vorrebbe ridotti a consumatori di impulsi o a ingranaggi di una performance costante, rileggere If significa compiere un atto di resistenza culturale. Significa ricordarsi che la cultura è lo spazio in cui impariamo a proteggere la nostra scintilla più autentica.

A tutti coloro che oggi si trovano davanti ai bivi della vita, la poesia non chiede di essere invincibili. Chiede, molto più radicalmente, di saper abitare la propria fragilità con dignità, di non vendere la propria anima per un briciolo di consenso e di saper riempire ogni singolo istante di valore.

Perché è proprio lì, in quel baricentro perfetto tra il coraggio di agire e l’umiltà di saper ricominciare, che si compie il miracolo più grande: smettere di subire il destino e diventare, finalmente, pienamente umani.