Per Giovanni Falcone (1992) di Alda Merini: poesia che svela il lato oscuro della vera mafia

Il 23 maggio è la Giornata della Legalità. Scopri la rabbia e il significato di “Per Giovanni Falcone”, la potente poesia antimafia di Alda Merini.

Per Giovanni Falcone (1992) di Alda Merini: poesia che svela il lato oscuro della vera mafia

Per Giovanni Falcone di Alda Merini è una poesia amara, dalla quale emerge tutta la rabbia e il disgusto nei riguardi della mafia, quella vera, quella che ha sacrificato il coraggioso giudice e le persone che quel maggio del 1992 stavano vicino a lui per proteggerlo nell’anima e nel fisico. Una poesia scritta di getto pochi giorni dopo la vile strage e i funerali di Stato che tanto sgomento e sdegno avevano provocato nell’opinione pubblica.

Questo squarcio di rabbia civile riemerge con forza ogni anno il 23 maggio, quando l’Italia si ferma per la Giornata della Legalità. La ricorrenza nazionale, volta a commemorare le vittime di tutte le mafie, ricorda in particolare la Strage di Capaci, in cui persero la vita il magistrato antimafia, la moglie Francesca Morvillo (anch’essa magistrato) e i tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Mentre a Palermo e in tutto il Paese migliaia di studenti, associazioni e istituzioni si uniscono per testimoniare il loro dissenso, i versi della “poetessa dei Navigli” continuano a fare luce sul lato più oscuro e profondo del potere mafioso.

Per Giovanni Falcone fu scritta proprio nel 1992 e fa parte della raccolta Ipotenusa d’amore, pubblicata da La vita felice nel 1994.

Leggiamo questa poesia di Alda Merini per viverne le emozioni e scoprirne il significato.

Per Giovanni Falcone, poesia di Alda Merini

La mafia sbanda,
la mafia scolora
la mafia scommette,
la mafia giura
che l’esistenza non esiste,
che la cultura non c’è,
che l’uomo non è amico dell’uomo.
La mafia è il cavallo nero
dell’apocalisse che porta in sella
un relitto mortale,
la mafia accusa i suoi morti.
La mafia li commemora
con ciclopici funerali:
così è stato per te, Giovanni,
trasportato a braccia da quelli
che ti avevano ucciso.

Per Giovanni Falcone: la denuncia in versi di Alda Merini

Per comprendere a fondo la potenza d’urto di queste parole, bisogna calarsi nel preciso contesto storico ed emotivo in cui furono concepite. Nel maggio del 1992 l’Italia non è solo ferita, è terrorizzata e profondamente indignata. Le immagini dell’autostrada di Capaci sventrata dal tritolo squarciano la coscienza del Paese.

Pochi giorni dopo, i funerali di Stato a Palermo (famosi anche per lo strazio e il grido disperato di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani) diventano il palcoscenico di una rabbia collettiva diretta non solo contro i boss di Cosa Nostra, ma contro un intero sistema politico-istituzionale percepito come complice o, quantomeno, colpevole di aver lasciato solo il magistrato.

È in questa atmosfera incandescente e satura di dolore che si scatenano le parole di Alda Merini. La poetessa dei Navigli, solitamente associata a una dimensione lirica intima e orfica, viene travolta da un imperativo morale.

La sua non è una reazione accademica, ma una risposta viscerale. Alda Merini usa la parola poetica come un sasso scagliato contro la vetrata dell’ipocrisia pubblica, traducendo lo sconcerto della piazza in un manifesto civile eterno.

Il messaggio centrale della poesia scava ben oltre la superficie della cronaca, toccando tasti profondi con una chiarezza spaventosa. Alda Merini spoglia la mafia di ogni falsa idea di potenza o di “onore”, rivelandola per ciò che è veramente: un vuoto totale di valori e di umanità.

Quando scrive che la mafia giura che l’esistenza non esiste e che la cultura non c’è, l’autrice individua il vero segreto del potere criminale. Il sistema mafioso vince solo se cancella il pensiero delle persone, se convince il popolo che lo Stato non esiste e che non c’è nessuna alternativa alla sottomissione. La violenza criminale diventa così la negazione di ogni forma di crescita e di istruzione.

Allo stesso modo, affermare che l’uomo non è amico dell’uomo significa cancellare la solidarietà e distruggere la possibilità stessa di vivere insieme in modo pacifico. La mafia vive e prospera sul sospetto, sulla solitudine della gente e sulla convinzione che il prossimo sia solo un nemico da calpestare o qualcuno da sfruttare.

Per descrivere questa distruzione, Alda Merini usa l’immagine biblica del cavallo nero dell’Apocalisse. Nei testi sacri questo animale porta la carestia, ma nella visione della poetessa rappresenta una carestia dello spirito e delle menti, una fame di dignità che riduce l’essere umano a un relitto ferito a morte.

Il punto più alto e doloroso della poesia, che colpisce duro proprio durante le celebrazioni della Giornata della Legalità, affronta il tema del tradimento e dell’ipocrisia. La Merini svela un meccanismo tanto spietato quanto reale: prima l’ambiente circostante isola, attacca e abbandona l’uomo quando è in vita, e poi, una volta che è stato ucciso, si impossessa della sua figura organizzando cerimonie solenni e gigantesche.

La chiusura è un’istantanea cruda, in cui il giudice viene portato a spalle proprio da coloro che lo avevano ucciso. Con queste parole la scrittrice non parla soltanto dei killer materiali che hanno premuto il bottone a Capaci.

Punta il dito contro il cerchio più ampio dei colletti bianchi, dei traditori e di tutti quei rappresentanti delle istituzioni che avevano ostacolato e lasciato solo Falcone mentre cercava di fare il suo lavoro, per poi presentarsi in prima fila, con le lacrime agli occhi, a reggere la bara durante i funerali di Stato.

Anche la scelta di dove pubblicare la poesia fa riflettere, Alda Merini decise di inserirla all’interno di Ipotenusa d’amore, una raccolta che parla quasi interamente di sentimenti e passioni intime.

In mezzo a versi dolci e tormentati, questo testo del 1992 arriva come uno schiaffo necessario. Una testimonianza preziosa che oggi, nella Giornata della Legalità, ci ricorda che fare memoria non significa partecipare a una sfilata di circostanza, ma pretendere una bruciante verità.

Versi indignati di chi non accetta l’ipocrisia e il tradimento

La mafia sbanda,
la mafia scolora
la mafia scommette,
la mafia giura
che l’esistenza non esiste,
che la cultura non c’è,
che l’uomo non è amico dell’uomo.

I primi quattro versi si aprono con una martellante ripetizione della parola “la mafia”. Questo inizio serve a mettere il nemico al centro del mirino. Alda Merini usa verbi di movimento che descrivono un’entità viscida, che cambia forma: prima “sbanda” e “scolora” come un fantasma, poi “scommette” sulla pelle della gente e infine “giura”.

Ma cosa giura? Qui la struttura cambia e si fa ripetitiva con tre versi che iniziano tutti con la parola “che”. È il manifesto del vuoto mafioso. Alda Merini ci dice che la criminalità organizzata vuole azzerare tutto ciò che ci rende umani: cancella il valore della vita stessa (“l’esistenza non esiste”), spegne l’intelligenza (“la cultura non c’è”) e distrugge la fiducia tra gli esseri umani (“l’uomo non è amico dell’uomo”). È la descrizione di un mondo al contrario, dove regna la solitudine e il sospetto.

La mafia è il cavallo nero
dell’apocalisse che porta in sella
un relitto mortale,
la mafia accusa i suoi morti.

In questa seconda parte, il tono della poetessa si fa epico e terribile. La mafia viene personificata attraverso un’immagine spaventosa: il cavallo nero dell’Apocalisse. Nella Bibbia questo animale annuncia la carestia, ma qui diventa il simbolo di una carestia morale.

Questo mostro porta in sella un “relitto mortale”, che rappresenta la dignità umana ridotta a un cumulo di macerie. Subito dopo, un verso brevissimo e isolato svela la crudeltà psicologica del sistema: “la mafia accusa i suoi morti”.

È il fango che viene gettato sulle vittime prima e dopo averle uccise, la strategia del discredito per far passare l’eroe come colpevole della sua stessa fine.

La mafia li commemora
con ciclopici funerali:
così è stato per te, Giovanni,
trasportato a braccia da quelli
che ti avevano ucciso.

L’ultima parte della poesia è un crescendo di indignazione. La parola “mafia” torna per l’ultima volta, legata al verbo “commemora”. È il paradosso supremo: gli stessi ambienti che hanno voluto o tollerato la morte del giudice adesso organizzano per lui funerali “ciclopici”, cioè giganteschi, solenni, teatrali.

Il ritmo rallenta e si fa intimo, quasi un sussurro doloroso, quando compare il nome del magistrato: “così è stato per te, Giovanni”. Negli ultimi tre versi il velo dell’ipocrisia viene strappato via del tutto.

L’immagine del feretro portato a braccia da coloro che ne hanno decretato la fine è un’accusa politica e civile devastante. La Merini chiude la poesia senza lasciare spazio alla consolazione, lasciando il lettore solo davanti alla verità storica del tradimento subito da Giovanni Falcone.

Una poesia per non dimenticare, oggi più che mai

A distanza di così tanti anni da quel tragico 1992, che valore e che significato ha rileggere oggi questi versi di Alda Merini? La risposta sta nella necessità assoluta di mantenere viva una memoria che non sia solo una ricorrenza sul calendario, ma carne viva e coscienza quotidiana.

Questa è una poesia nata per non dimenticare gli eroi della nostra storia contemporanea italiana che meritano la massima attenzione, soprattutto tra i più giovani, perché la maggior parte dei ragazzi di oggi non ha vissuto quegli anni e, spesso, non ha la minima idea di cosa sia stata e di cosa sia tuttora la mafia.

Per le nuove generazioni, la mafia rischia di essere solo un concetto astratto, una storia sbiadita sui libri o, peggio, un fenomeno romanzato nelle serie televisive. Ma la mafia esiste ancora e, come intuì la Merini, si annida proprio in quei colletti bianchi, in un sistema culturale malato che svende la propria esistenza e la propria dignità in cambio di favori, posti di potere e soldi.

È la mafia della porta accanto, quella che si sostituisce allo Stato offrendo scorciatoie e calpestandoti i diritti, quella che si nutre dell’indifferenza e del silenzio della gente comune.

Se guardiamo il mondo attuale, la mafia combattuta da Giovanni Falcone e da tutte le vittime della mafia nessuna esclusa, sembra essere diventata la superbia e l’arroganza dei grandi potenti della Terra. Oggi, a livello globale, assistiamo alle stesse dinamiche mafiose: leader e grandi organizzazioni che adottano lo stesso identico meccanismo di ricatto, minaccia e violenza economica per far valere la loro prepotenza sui più deboli. Quando il profitto e il controllo contano più della vita umana, quando si decide che “l’uomo non è amico dell’uomo”, si sta applicando la legge della mafia su scala globale.

Ricordare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, gli agenti della scorta, tutte le vittime della mafia attraverso la lente cruda di Alda Merini significa dare ai giovani gli occhi per vedere questa prepotenza e gli strumenti per rifiutarla.

Questa poesia ci ricorda che la legalità non è una sfilata retorica da celebrare il 23 maggio, ma una scelta di coraggio quotidiana. Insegnare questi versi nelle scuole significa dire ai ragazzi che la cultura è l’unica arma capace di sconfiggere quel vuoto profondo in cui i potenti e i criminali sperano di vederci crollare.