Autunno (o Foglie gialle) di Trilussa è una poesia che rivela l’inevitabile fine della vita e dell’amore, dimostrando quanto sia illusorio pensare che qualcosa possa durare per sempre. Di fronte al tempo che passa, tutto ciò che incontriamo è destinato prima o poi a svanire.
Dietro l’immagine leggera e apparentemente spensierata delle foglie d’autunno che danzano nel vento, il poeta romano nasconde un pensiero amaro, venato da una pungente ironia: la bellezza, i ricordi e persino le passioni più travolgenti finiscono per perdersi, confondendosi con la polvere e le macerie dell’esistenza.
La poesia unisce con maestria leggerezza e profondità, risata sorniona e intima malinconia. Le foglie ingiallite che cadono dagli alberi diventano il simbolo di una condizione universale in cui tutto ciò che viviamo è destinato alla dissoluzione. È proprio in questa semplicità disarmante che il componimento trova la sua forza, trasformando uno scorcio urbano quotidiano in una riflessione filosofica sulla natura effimera della felicità.
La scelta di Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri) di utilizzare il dialetto romanesco è cruciale per l’impatto emotivo della lirica. Il linguaggio colloquiale e popolare crea una connessione immediata con il lettore, radicando la vicenda tra i vicoli della Capitale e impedendo al sentimento di scadere nel patetico o nell’astratto.
Autunno fu pubblicata per la prima volta nel 1923 all’interno della raccolta Le Storie, la poesia è oggi contenuta nel volume Poesie di Trilussa, pubblicato per Rizzoli da Mondadori Libri nel 2021.
Leggiamo questa stupenda poesia di Trilussa per scoprirne il profondo significato.
Autunno di Trilussa
Indove ve n’annate,
povere foje gialle,
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino?
da un bosco o da un giardino?
E nun sentite la malinconia
der vento stesso che ve porta via?
Io v’ho rivisto spesso
su la piazzetta avanti a casa mia,
quanno giocate e ve correte appresso
fra l’antra porcheria de la città,
e ballate er rondò co’ la monnezza
com’usa ne la bona società.
Jeri, presempio, quanti mulinelli
ch’avete fatto in termine d’un’ora
assieme a un rotoletto de capelli!
Èreno forse quelli
ch’ogni matina butta una signora…
Je cascheno, così, come le foje,
e, come a voi, nessuno l’ariccoje
manco in memoria de li tempi belli!
Forse quarche matina,
fra l’antre cose che ve porta er vento,
troverete le lettere amorose
che me scriveva quela signorina,
quela che m’ha mancato ar giuramento.
L’ho rilette e baciate infìno a jeri:
oggi, però, le straccio volentieri
e ve le butto… Bon divertimento!
Le foglie, i capelli e la “monnezza”: così Trilussa ridicolizza il per sempre
In Autunno (o Foglie gialle), l’osservazione della natura si sposta immediatamente dal bosco idilliaco alla concretezza della strada. Trilussa costruisce un viaggio lirico che parte da una delicata contemplazione delle foglie cadute per approdare a un’amara e grottesca riflessione sul tempo che consuma le relazioni umane.
Le parole schiette del dialetto romanesco, come “monnezza”, “porcheria” o “rotoletto de capelli”, non sviliscono la poesia, ma la ancorano a una realtà viva e tangibile. Il poeta mostra come la decadenza non risparmi nulla: la natura, la giovinezza, la bellezza femminile e i giuramenti d’amore finiscono tutti nello stesso vortice di polvere da buttare via.
L’architettura concettuale della lirica si regge su una complessa stratificazione emotiva che intreccia la satira sociale alla meditazione esistenziale. In primo luogo, il testo mette in scena un violento e consapevole cortocircuito tra l’ideale romantico della natura e la prosaicità della vita cittadina. La danza aerea delle foglie, inizialmente poeticizzata nel volo grazioso delle “farfalle”, viene brutalmente ridimensionata e degradata nel momento in cui tocca il suolo dei vicoli romani, trasformandosi in un grottesco rondò ballato spalla a spalla con i rifiuti della strada.
Questa collisione tra il bello e il degradato si carica di una pungente vena satirica contro l’ipocrisia della “bona società”, rivelando come anche le forme più elevate della convivenza umana siano in realtà sottomesse alle stesse miserie della corruzione terrena.
A questo primo livello si affianca la riflessione sulla caducità della bellezza e della giovinezza, incarnata dall’immagine folclorica e al contempo tragica del “rotoletto de capelli”. La perdita dei capelli della signora diventa una potente metafora fisiologica del tempo che devasta i corpi e cancella l’avvenenza. Come le foglie morte abbandonate sui marciapiedi, anche i resti della seduzione femminile perdono ogni attrattiva e vengono restituiti all’oblio senza che nessuno si curi di raccoglierli, a testimonianza dell’indifferenza con cui il mondo dimentica ciò che un tempo è stato desiderato.
Infine, il componimento raggiunge la sua acme espressiva attraverso la catarsi del disincanto amoroso. Il gesto con cui il poeta strappa le lettere della donna amata, replicando la medesima sorte riservata alle foglie e ai capelli scartati, segna il superamento dell’illusione romantica.
Consegnare i ricordi d’amore al vento cittadino con un riso beffardo rappresenta l’atto supremo di liberazione dal dolore: di fronte al tradimento e alla caducità di ogni promessa, l’unica risposta possibile per preservare la propria dignità non è il pianto sterile, ma l’accettazione disincantata della fine, sublimata da un’ironia pura e dissacrante.
Analisi e significato della poesia Autunno di Trilussa
Per comprendere a fondo la struttura di Autunno, occorre seguire lo sviluppo narrativo e concettuale che Trilussa snoda lungo il componimento.
La poesia si apre con un’immagine idilliaca e quasi fiabesca:
Indove ve n’annate,
povere foje gialle,
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino?
da un bosco o da un giardino?
E nun sentite la malinconia
der vento stesso che ve porta via?
L’incipit del componimento di Trilussa si costruisce attorno a una delicata personificazione: il poeta instaura un dialogo intimo con le foglie ingiallite, trasformandole in interlocutrici inconsapevoli della propria riflessione. L’accostamento iniziale con “tante farfalle spensierate” restituisce un’immagine aerea, aggraziata e quasi fiabesca, che sembra inizialmente mascherare la drammaticità del momento. Il volo cieco delle foglie appare leggero e privo di pensieri, proprio come quello degli insetti legati all’illusione della bella stagione.
Trilussa incalza le foglie con una serie di interrogativi retorici sulla loro provenienza — “da un bosco o da un giardino?” — suggerendo come la caducità non faccia alcuna distinzione d’origine: che provengano da una natura selvaggia e incontaminata o da un ambiente curato e aristocratico, la sorte riservata loro dal tempo è la medesima.
Tuttavia, sotto questa apparente spensieratezza, affiora subito una vena cupa ed esistenziale. Nel momento in cui il poeta chiede alle foglie se non avvertano la “malinconia der vento stesso”, opera un sottile rovesciamento prospettico: il vento non è soltanto la forza cieca della natura che sradica e distrugge, ma si fa esso stesso veicolo di un dolore cosmico. La corrente d’aria che le strappa dai rami per trascinarle verso l’ignoto porta con sé il peso della fine, trasformando un semplice fenomeno atmosferico nella metafora di un destino ineluttabile a cui nessuna creatura può sottrarsi.
Io v’ho rivisto spesso
su la piazzetta avanti a casa mia,
quanno giocate e ve correte appresso
fra l’antra porcheria de la città,
e ballate er rondò co’ la monnezza
com’usa ne la bona società.
Subito dopo l’apertura contemplativa, l’incanto idilliaco si infrange violentemente contro la cruda realtà del paesaggio urbano. Le foglie non volano più nei cieli incontaminati di un bosco ideale, ma vengono colte nella concretezza quotidiana della “piazzetta avanti a casa mia”. Qui la natura perde ogni aura romantica e viene trascinata nel vortice caotico della strada: le foglie si rincorrono e “giocano” non tra i prati, ma mescolandosi alla “porcheria” e ballando un grottesco rondò spalla a spalla con la “monnezza”.
Attraverso questo netto contrasto visivo e linguistico, Trilussa compie un’operazione demistificante di straordinaria efficacia. L’uso schietto dei termini dialectali romaneschi serve ad ancorare la poesia alla terra e alla polvere dei vicoli, impedendo al sentimento di scadere in una vaga malinconia d’maniera. La bellezza delle foglie, inizialmente accostata al volo leggiadro delle farfalle, viene brutalmente degradata al livello dei rifiuti urbani, mostrando come il destino di ogni grazia terrena sia quello di finire calpestata tra gli scarti del mondo.
Nel bel mezzo di questo quadro popolaresco e disincantato, Trilussa inserisce una stoccata satirica sferzante e di altissimo valore sociale: “com’usa ne la bona società”. Con un fulmineo sarcasmo, il poeta equipara la danza delle foglie con i rifiuti della città alle dinamiche dei salotti borghesi. Il rondò, ballo elegante e aristocratico per eccellenza, diventa la caricatura dell’ipocrisia e del vuoto morale delle classi elevate, dove le apparenze sbrilluccicanti nascondono la medesima corruzione e la stessa spazzatura spirituale della strada.
La natura non viene soltanto degradata dalla città, ma si fa essa stessa specchio e satira del degrado umano. Trilussa rivela così come non vi sia alcuna reale differenza tra ciò che la società considera “alto” e raffinato e ciò che viene rigettato come “monnezza”: difronte all’incessante muoversi del tempo e della vita, anche le convenzioni della borghesia rivelano la loro natura effimera, riducendosi a un ballo ridicolo e macabro sulla spazzatura della storia.
Jeri, presempio, quanti mulinelli
ch’avete fatto in termine d’un’ora
assieme a un rotoletto de capelli!
Èreno forse quelli
ch’ogni matina butta una signora…
Je cascheno, così, come le foje,
e, come a voi, nessuno l’ariccoje
manco in memoria de li tempi belli!
Nel prosseguire della lirica, l’osservazione del poeta si fa ancora più intima, virando verso un dettaglio domestico che si carica di una profonda e spietata valenza simbolica. Il mulinello d’aria creato dal vento non trasporta più soltanto materia vegetale, ma unisce le foglie ingiallite a un “rotoletto de capelli”, pettinato e gettato via ogni mattina da una signora. Con un’intuizione di altissimo impatto visivo e fisiologico, Trilussa stabilisce un’analogia immediata tra la caduta delle foglie dagli alberi e la perdita dei capelli dal capo femminile: “Je cascheno, così, come le foje”.
La chioma, storicamente considerata uno dei simboli supremi della seduzione, della giovinezza e dell’avvenenza della donna, viene qui dissacrata e ridotta a scarto biologico. La metamorfosi del capello, da strumento di fascino a rifiuto spazzato via dal vento lungo le strade, incarna l’inesorabile trascorrere degli anni che devasta i corpi, sgretola l’attrattiva fisica e consuma la grazia.
Ciò che rende questa strofa particolarmente amara non è soltanto il declino fisico in sé, ma l’indifferenza e l’oblio che lo accompagnano. Trilussa annota con disincantato rigore che “nessuno l’ariccoje / manco in memoria de li tempi belli”. Non vi è pietà o nostalgia consolatoria nel mondo reale: nessuno si ferma a raccogliere i resti di una bellezza ormai sfiorita, né vi è spazio per la celebrazione del passato. I ricordi e la seduzione passata cadono nella dimenticanza con la stessa fredda immediatezza con cui le foglie secche vengono calpestate sui marciapiedi.
Attraverso questo parallelo tra il ciclo naturale della vegetazione e la decadenza del corpo umano, il poeta romano svela la fragilità del narcisismo e della vanità terrena. La giovinezza e la bellezza non sono che beni in prestito, destinati a sfuggire alle dita proprio come una ciocca spezzata o una foglia morta, consegnando l’essere umano a una solitudine in cui neppure la memoria del tempo felice può offrire un riparo.
Forse quarche matina,
fra l’antre cose che ve porta er vento,
troverete le lettere amorose
che me scriveva quela signorina,
quela che m’ha mancato ar giuramento.
L’ho rilette e baciate infìno a jeri:
oggi, però, le straccio volentieri
e ve le butto… Bon divertimento!
La conclusione del componimento segna il culmine drammatico ed emotivo dell’opera, dove la meditazione sul mondo esterno cede il passo al disvelamento del dramma personale del poeta. Trilussa immagina che il vento, dopo aver travolto le foglie cadute e i capelli scartati, finisca per trasportare tra la sporcizia anche le “lettere amorose” scrittegli in passato da una “signorina” che ha infranto la promessa di fedeltà. Le testimonianze scritte di quella che doveva essere una passione eterna si trasformano così nel terzo elemento di scarto della lirica, allineandosi alla medesima sorte di decadenza riservata alla natura e alla bellezza fisica.
Il passaggio temporale ed emotivo espresso negli ultimi tre versi racchiude l’intera parabola del disincanto amoroso: “L’ho rilette e baciate infìno a jeri: / oggi, però, le straccio volentieri / e ve le butto…”. Fino al giorno prima, il poeta conservava quei fogli come feticci sacri, indulgendo nella nostalgia e nella sofferenza dell’abbandono. L’evento risolutivo risiede nell’atto volontario del “oggi”: la decisione consapevole di strappare i ricordi a brandelli per consegnarli al vento e alla polvere della strada.
Questo gesto liberatorio rappresenta il superamento dell’idealismo romantico e della disperazione sterile. Strappare le lettere dell’amore tradito non è un semplice atto di stizza, ma una catarsi etica ed esistenziale. Nel momento in cui il poeta comprende che l’amore, le promesse e la fedeltà sono fragili e periture quanto le foglie d’autunno, smette di soffrire per la loro perdita.
Il beffardo e sfrontato “Bon divertimento!” rivolto alle foglie e al vento racchiude la cifra filosofica più autentica di Trilussa. L’ironia romanesca si erge a scudo e difesa della dignità personale: di fronte al tradimento e all’inevitabile dissoluzione di tutte le cose, la risposta dell’uomo saggio non è il lamento tragico, bensì un riso amaro e dissacrante. Consegnando le proprie ferite sentimentali alla grande danza caotica della città, il poeta ritrova la propria libertà interiore, dimostrando che l’unico modo per dominare la caducità dell’esistenza è imparare a sorridere della sua assurda precarietà.
L’arte di sorridere e liberarsi del peso del passato
Autunno elude qualsiasi tentazione consolatoria per offrire un’anatomia spietata e vitale del disincanto. Trilussa non sublima il senso della fine della condizione umana né cerca rifugio in una qualche forma di trascendenza o di compenso spirituale: prende la materia grezza e prosaica della quotidianità romana e ne fa un modello pragmatista di sopravvivenza psicologica.
La forza dirompente della sua poesia risiede nella totale assenza di posa e nell’azzeramento di ogni artificio elegiaco. Invece di indulgere nel lamento vittimistico, cifra stilistica di molta lirica tradizionale sulla fine dei sentimenti, l’autore sceglie la via dissacrante del disprezzo ironico. Il tradimento della parola data e la dissoluzione della passione non vengono vissuti come una tragedia cosmica, ma ridimensionati a fatti di cronaca urbana, assimilati con lucida spietatezza al ricambio fisiologico di una chioma o alla pulizia ordinaria dei marciapiedi.
L’operazione culturale compiuta da Trilussa si radica in una filosofia popolare che rifiuta la mitizzazione del dolore. Sbarazzarsi dei ricordi con un gesto secco e un beffardo “Bon divertimento!” significa ribaltare radicalmente i rapporti di forza con la sofferenza. L’autore mostra come l’ostinazione a trattenere ciò che è inevitabilmente finito trasformi il ricordo in un feticcio tossico. La distruzione fisica dei fogli d’amore diventa così un rituale di igiene mentale: le lettere, un tempo baciate e sacralizzate, perdono il loro valore di reliquia nel momento stesso in cui viene meno la verità del giuramento che le aveva generate.
In questa prospettiva, la precarietà smette di essere un motivo di disperazione e si converte in uno strumento di liberazione. Trilussa suggerisce che l’unica risposta razionale all’usura del tempo non è la resistenza nostalgica, ma il rifiuto categorico di farsi pietrificare dal passato. Riconoscere che anche i sentimenti più solenni sono soggetti alle medesime leggi di decadimento che governano la materia organica permette di disarmare l’angoscia della perdita.
Accettare che tutto passi, e che persino il dramma personale possa dissolversi nella prosaica indifferenza della città, significa riappropriarsi della propria sovranità interiore, trasformando la lucida presa d’atto della fine nell’ultimo e definitivo atto di autodifesa.

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