Perpetrare e perpetuare sono sinonimi? Come evitare l’errore che molti commettono

Perpetrare o perpetuare? Il primo significa compiere un reato, il secondo far durare nel tempo: ecco perché non sono sinonimi e come non confonderli.

Perpetrare e perpetuare sono sinonimi Come evitare l'errore che molti commettono

La lingua italiana è un tesoro immenso di sfumature, un mosaico dove ogni singola tessera possiede una collocazione precisa e una storia affascinante.

Tuttavia, a volte, ci troviamo di fronte a vocaboli che si somigliano così tanto da trarci in inganno, come canti di sirene. Tra i “falsi amici” più insidiosi e ricorrenti del nostro lessico quotidiano spiccano due verbi: perpetrare e perpetuare. È questo il caso dei cosiddetti paronimi, ovvero quelle parole che presentano una notevole somiglianza per suono e per forma grammaticale, ma che divergono profondamente per significato.

Spesso, sfogliando le pagine di un quotidiano, leggendo un saggio o ascoltando un discorso pubblico, ci imbattiamo in frasi altisonanti come: “È nostro dovere morale perpetrare la memoria dei padri fondatori”, oppure “Questa comunità ha saputo perpetrare le sue antiche tradizioni”. Suona bene, vero? Apparentemente sì. Eppure, in queste frasi si annida un errore madornale. Perpetrare e perpetuare non sono sinonimi. Anzi, la loro confusione genera scivoloni linguistici che, a un orecchio attento, risultano involontariamente comici, se non addirittura paradossali.

Perpetrare: l’anatomia di un “delitto” verbale

Per comprendere a fondo la differenza, dobbiamo compiere un affascinante viaggio nell’etimologia delle parole, sfogliando virtualmente le prestigiose pagine dell’Enciclopedia e del vocabolario Treccani. Il verbo perpetrare deriva dal latino perpetrare, un composto formato dalla particella per- (che indica il compimento totale, fino in fondo) e patrare (compiere, eseguire). In origine, nell’antica Roma, questo verbo possedeva un’accezione del tutto neutra: significava semplicemente portare a termine un’azione in modo completo.

Eppure, come spesso accade nella magica evoluzione del linguaggio, l’uso forense e giuridico dei secoli successivi ne ha mutato drasticamente l’aura e il destino. Oggi, perpetrare ha assunto una connotazione marcatamente e inequivocabilmente negativa. Come ci ricorda la Treccani, non si perpetra un’opera di bene né si perpetra un gesto eroico: si perpetra un crimine, un delitto, una truffa, un efferato abuso o un massacro. Il verbo indica l’atto materiale di compiere una cattiva azione. Dire, perciò, di voler “perpetrare una tradizione di famiglia” significa, all’atto pratico, confessare di trattare quella nobile usanza come se fosse una grave violazione del codice penale!

Perpetuare: il potere della memoria e del tempo

Se perpetrare ci trascina inevitabilmente nelle fredde aule di un tribunale, perpetuare ci trasporta invece in una dimensione filosofica e poetica: quella dell’eternità, della conservazione e dell’amore per la memoria. Anch’esso ci giunge in dono dal latino, per la precisione da perpetuare, verbo formato sull’aggettivo perpetuus (continuo, ininterrotto, perpetuo).

Il significato essenziale di perpetuare è far durare nel tempo, rendere inestinguibile, mantenere in vita e tramandare di generazione in generazione. Si perpetua il ricordo di un grande scrittore, si perpetua un’usanza secolare, si perpetua la memoria di una data storica. Attenzione, però: a differenza dell’altro verbo, l’oggetto di ciò che viene perpetuato non deve essere obbligatoriamente positivo. Si può perpetuare un’ingiustizia sociale, un sistema di potere iniquo o un pregiudizio. Tuttavia, il senso logico dell’azione è totalmente differente: in questo caso non si “commette” l’atto in quel preciso istante, bensì lo si lascia sopravvivere nel tempo, lo si protrae all’infinito.

Perpetrare o perpetuare? Il trucco per non sbagliarsi più

Il dilagare di questa confusione ha raggiunto un livello tale da scomodare persino gli studiosi dell’Accademia della Crusca. Gli esperti della nostra massima e più antica istituzione linguistica ricevono costantemente segnalazioni di perpetrare usato a sproposito nella carta stampata e sul web, un equivoco figlio del richiamo psicologico esercitato dall’aggettivo “perpetuo“: chi vuole esprimere l’idea di continuità temporale pensa a una parola che inizia per perpet- e finisce troppo spesso per inciampare in quella sbagliata.

A questo proposito, per sciogliere definitivamente ogni dubbio, risulta rilevante l’approfondimento pubblicato dal linguista e divulgatore Fausto Raso nel suo blog “Lo SciacquaLingua“. Nel suo articolo intitolato proprio “Perpetrare e perpetuare: due verbi simili, due significati opposti”, Raso evidenzia lo strano paradosso in cui cade chi elogia una tradizione dichiarando di “perpetrarla”, compiendo a sua insaputa un crimine linguistico.

Raso propone una perfetta sintesi per risolvere la questione, una regola mnemonica che chiunque ami scrivere dovrebbe incorniciare sopra la propria scrivania: “Perpetrare significa compiere; perpetuare significa far durare.”

Per evitare per sempre ogni strafalcione, ecco un confronto logico ineccepibile: “una truffa si perpetra; un sistema che favorisce le truffe si perpetua”. Nel primo caso, infatti, descriviamo l’esecuzione materiale del reato; nel secondo, la sua triste persistenza negli anni.

Usare il termine corretto rappresenta una forma di rispetto verso ciò che vogliamo comunicare e verso chi ci legge. Le parole hanno un peso specifico, una storia profonda e un’anima vibrante. Scegliere perpetuare al posto di perpetrare significa aver cura di quell’anima.

Come ci ricorda la bellissima chiosa finale del già citato articolo di Raso: “ciò che si perpetra si compie; ciò che si perpetua continua a vivere. E questa, per fortuna, è una regola che vale la pena perpetuare, non perpetrare”.