Parole ripetute: perché ci piace dire “tornare indietro”, “salire su” e “a me mi”?

Perché diciamo “salire su” o “a me mi”? Non è uno sbaglio, ma psicologia: scopri come i pleonasmi rendono il nostro parlato più vivo ed emotivo.

Parole ripetute perché ci piace dire tornare indietro, salire su e a me mi

Quante volte, durante le scuole elementari, ci siamo visti restituire un tema segnato dalla temibile matita blu per un “a me mi” di troppo o per un maldestro “salire su”? Per generazioni, insegnanti e grammatici ci hanno ripetuto la stessa regola d’oro: la lingua italiana odia i fronzoli, le parole ripetute e il superfluo. L’economia del linguaggio impone di dire le cose una sola volta, con la massima chiarezza e precisione.

Eppure, se proviamo ad ascoltare con attenzione una conversazione quotidiana tra persone di qualsiasi livello d’istruzione – compresi professori universitari, giornalisti e scrittori – ci accorgeremo che la realtà è ben diversa. Nel parlato di ogni giorno (e spesso anche nello scritto spontaneo) usiamo continuamente formule come proiettato in avanti, riassumere brevemente, prototipo originale, collaborare insieme o entrare dentro.

Sono davvero tutti semplici scivoloni sintattici o distrazioni da matita rossa? Proprio di recente, sul sito abbiamo analizzato casi linguistici come “a me mi” e “salire su“. In realtà, la linguistica moderna e la psicologia cognitiva ci rivelano una verità ben più affascinante: la ridondanza è uno strumento sofisticato e naturale con cui il nostro cervello rende la comunicazione più efficace, fluida ed emotiva.

Oltre la matita rossa: che cos’è il pleonasmo invisibile

In linguistica, il pleonasmo (dal greco pleonasmós, “abbondanza” o “superfluo”) si verifica quando si utilizzano più parole del necessario per esprimere un concetto. Esistono pleonasmi evidenti che usiamo quasi per scherzo, ma ne esiste una categoria ben più vasta e pervasiva: i “pleonasmi invisibili”. Si tratta di quelle espressioni che sono entrate così profondamente nel tessuto concettuale del nostro discorso da non sembrare nemmeno ripetizioni.

Quando diciamo di voler riassumere brevemente una conferenza, stiamo ripetendo due volte lo stesso concetto, dato che la brevità è già insita nella natura del riassunto. Quando parliamo di un prototipo originale, dimentichiamo che un prototipo non può che essere originale. E cosa dire di collaborare insieme? Il prefisso “col-” deriva già dal latino cum (con), rendendo “insieme” una pura duplicazione.

Se la logica matematica condannerebbe queste formule come sprechi d’energia, la logica della mente umana le premia. Ma per quale motivo?

Il tempo per pensare: la “funzione polmone” del parlato

A differenza dello scritto, che permette di rileggere, cancellare e ponderare ogni singolo vocabolo, il parlato si svolge in tempo reale. Quando parliamo, la nostra mente deve compiere due operazioni simultanee e titaniche: formulare i concetti successivi e, al contempo, produrre i suoni di quelli attuali.

I pleonasmi funzionano come una sorta di “cuscinetto cognitivo”. Inserire piccole ridondanze – come dire tornare indietro anziché semplicemente tornare – regala al cervello frazioni di secondo preziose per organizzare la frase successiva senza dover interrompere il flusso della voce con pause imbarazzanti o versi d’esitazione. La ridondanza, in questo senso, agisce come il respiro del discorso: un polmone verbale che mantiene vivo il ritmo della conversazione e aiuta chi ascolta a decodificare il messaggio senza alcuno sforzo.

L’effetto “A me mi”: quando la ripetizione crea empatia ed enfasi

Arriviamo al caso più celebre e vituperato: il raddoppio del pronome. Dire “A me mi piace” fa ancora venire i brividi ai puristi, eppure dal punto di vista pragmatico e sintattico compie un lavoro straordinario.

Nella linguistica parlata, questa struttura si chiama “dislocazione a sinistra”. Invece di pronunciare una frase piatta e neutrale come “Questo libro piace a me”, il parlante suddivide l’informazione in due momenti distinti. Prima stabilisce il tema dell’attenzione (A me), creando un’aspettativa nell’interlocutore, e poi lo riprende con il pronome (mi piace).

Non si tratta di ignoranza grammaticale, ma di pura enfasi espressiva. Il raddoppio serve a marcare il coinvolgimento personale, a rivendicare una posizione emotiva, a dire a chi ci ascolta: “Sulla mia pelle, questa cosa conta”. La lingua parlata ha bisogno di calore, sfumature e forza d’urto; il pleonasmo è l’amplificatore naturale di questa energia emotiva.

Per approfondire, leggi l’articolo dedicato

Lo spazio e il corpo: la fisica delle parole

Un altro motivo per cui diciamo salire su o scendere giù risiede nella natura incarnata della nostra cognizione (embodied cognition). La mente umana non elabora i concetti come simboli astratti su uno schermo, ma li vive e li interpreta attraverso l’esperienza del corpo nello spazio.

Verbi come salire o entrare contengono già la direzione nel loro significato, ma aggiungere la particella spaziale (su, dentro) permette alla mente di proiettare visivamente e fisicamente l’azione. Non stiamo solo descrivendo un movimento grammaticale; stiamo tracciando una traiettoria tridimensionale. Salire su dà concretezza visiva al gesto, rende l’immagine dinamica ed efficace per chi ascolta.

La bellezza di una lingua italiana profondamente umana

La lingua non è un algoritmo matematico sterile in cui “1+1” deve dare sempre e solo “2”. È un organismo vivente, plasmato dai bisogni, dalle emozioni e dalle limitazioni fisiologiche di chi la parla ogni giorno.

I pleonasmi invisibili sono la testimonianza di come la mente umana modelli il linguaggio a propria immagine e somiglianza. La prossima volta che vi scoprirete a riassumere brevemente o a tornare indietro, ricordatevi che state semplicemente dimostrando che la vostra lingua è meravigliosamente, profondamente viva.