La parola “maranza” è sempre più presente nelle conversazioni quotidiane, sui social e nelle notizie di cronaca. Ma il termine non è affatto nuovo: era già utilizzato negli anni Ottanta. A ricostruirne le origini e l’evoluzione sono l’Accademia della Crusca e Treccani.
La parola “maranza” è diventata una presenza abituale nella lingua italiana. La si incontra nei video di TikTok, nei discorsi dei ragazzi, nelle conversazioni degli adulti e, con frequenza crescente, nei titoli dei giornali. Viene utilizzata per descrivere un modo di vestirsi e di comportarsi, ma anche per indicare gruppi di giovani protagonisti di episodi di cronaca.
Il suo significato, però, non è così semplice da definire. A seconda del contesto, “maranza” può essere un’espressione ironica, un’etichetta dispregiativa oppure un termine con cui alcuni ragazzi scelgono di identificarsi.
Non tutti sanno, inoltre, che questa parola non è nata con i social network. Era già diffusa nel gergo giovanile degli anni Ottanta e compare persino in una canzone di Jovanotti del 1988.
A ricostruirne la storia è anche l’Accademia della Crusca, che le ha dedicato una scheda nella sezione Parole nuove, spiegando come il suo significato sia cambiato nel corso degli ultimi decenni.
Cosa significa “maranza” secondo l’Accademia della Crusca
Nella scheda curata da Luisa di Valvasone, l’Accademia della Crusca descrive il maranza come un ragazzo, più raramente una ragazza, appartenente a gruppi giovanili riconoscibili per gli atteggiamenti di strada, i gusti musicali, l’abbigliamento appariscente e un linguaggio spesso volgare.
Il termine è un sostantivo maschile e femminile invariabile: si dice quindi “il maranza”, “la maranza” e “i maranza”.
Nell’uso contemporaneo la parola richiama soprattutto ragazzi che indossano tute sportive, scarpe da ginnastica, capi griffati e accessori vistosi. A questo stile vengono spesso associati la musica trap, il linguaggio dei social e determinati comportamenti di gruppo.
La descrizione, tuttavia, riguarda un’immagine sociale che si è consolidata nel tempo, non una categoria di persone con caratteristiche necessariamente comuni.
Anche il significato registrato da Treccani, nella sezione Neologismi del 2025, insiste sull’appartenenza a gruppi giovanili chiassosi, sull’abbigliamento vistoso e sugli atteggiamenti provocatori.
La definizione attuale risente quindi anche dell’uso che della parola viene fatto nella cronaca e nel dibattito pubblico.
Da dove deriva la parola “maranza”
L’origine di “maranza” rimane incerta. La stessa Accademia della Crusca presenta diverse ipotesi etimologiche, senza indicarne una come definitivamente accertata.
Una delle ricostruzioni, proposta dai linguisti Emanuele Banfi e Lorenzo Coveri, collega la parola a una voce dei dialetti meridionali nella quale “maranza” significa “melanzana”. In alcune aree, come la Sicilia, la stessa forma può indicare invece l’arancia.
Secondo questa interpretazione, il termine potrebbe aver assunto una connotazione legata al colore della pelle, sovrapponendosi ad altre espressioni del gergo giovanile degli anni Ottanta e Novanta, come “marakesch” e “marocco”, utilizzate in senso dispregiativo per riferirsi ai meridionali.
Si tratta di un’ipotesi che permette di comprendere come la storia della parola possa intrecciarsi con pregiudizi territoriali ed etnici.
Treccani ricorda anche un’altra possibile spiegazione, riportata dal linguista Giuseppe Antonelli: un collegamento con il marchio Marantz, noto per gli impianti stereofonici molto apprezzati negli anni Settanta e Ottanta.
Secondo questa interpretazione popolare, il termine potrebbe essere nato negli ambienti musicali frequentati da giovani che amavano ostentare costose apparecchiature audio. Anche questa ricostruzione resta un’ipotesi, non un’etimologia dimostrata.
La parola “maranza” era già presente in una canzone di Jovanotti del 1988
Per trovare una delle prime testimonianze documentate dell’uso di “maranza” bisogna tornare al 1988.
In quell’anno Jovanotti pubblica Il capo della banda, brano contenuto nell’album La mia moto, nel quale compare proprio questa parola.
È la prima attestazione riportata dall’Accademia della Crusca e ripresa anche da Treccani.
All’epoca il maranza era una figura legata soprattutto alla cultura giovanile delle città del Nord Italia. Frequentava discoteche e locali notturni, amava la musica dance, le motociclette e l’abbigliamento appariscente.
Il significato era vicino a quello di “tamarro” o “coatto”, parole che descrivevano una persona dai modi considerati poco raffinati, spesso incline a mettersi in mostra.
La diffusione del termine non si limitava alla musica. La Crusca cita, per esempio, un articolo di Mario Luzzatto Fegiz pubblicato sul Corriere della Sera il 16 febbraio 1989, nel quale “maranza” compare accanto ad altre espressioni del gergo giovanile dell’epoca.
La parola, dunque, circolava già nella stampa e nelle conversazioni quotidiane molto prima dell’arrivo di Internet.
Nel corso degli anni Novanta e Duemila continuò a essere utilizzata, soprattutto in alcune aree settentrionali, e venne registrata in repertori dedicati al linguaggio giovanile, tra cui Peso vero sclero del 1997 e Scrostati gaggio! del 2004.
Come TikTok ha riportato in auge la parola “maranza”
Dopo essere rimasta per anni soprattutto un’espressione gergale, “maranza” ha conosciuto una nuova fase di diffusione grazie ai social network.
Secondo la ricostruzione dell’Accademia della Crusca, è a partire dal 2019 che il termine sembra aver iniziato a modificare il proprio significato nell’uso delle nuove generazioni.
TikTok ha avuto un ruolo importante in questa trasformazione. La piattaforma ha contribuito a rendere riconoscibile uno stile fatto di abbigliamento sportivo, accessori firmati, musica trap e atteggiamenti spesso rappresentati in modo ironico o provocatorio.
Attraverso video, imitazioni e contenuti condivisi, la parola ha raggiunto anche persone che non la conoscevano nel suo significato originario.
Un elemento interessante riguarda il modo in cui viene utilizzata dagli stessi giovani. Non sempre “maranza” è un appellativo attribuito dall’esterno: in alcuni casi sono i ragazzi a definirsi così, riconoscendosi in determinati codici estetici e musicali.
Questo uso non elimina il carattere talvolta offensivo del termine, ma mostra come il suo significato possa cambiare a seconda delle persone e delle situazioni.
La parola “maranza” è entrata nel vocabolario italiano?
La crescente diffusione di “maranza” ha trovato riscontro anche nei repertori linguistici.
Nel 2025 Treccani ha inserito il termine nella propria sezione dedicata ai neologismi, documentandone sia il significato contemporaneo sia quello utilizzato negli anni Ottanta e Novanta.
È importante precisare che la presenza di una parola in un dizionario o in un repertorio linguistico non equivale a un’approvazione del suo utilizzo.
Lo chiarisce anche l’Accademia della Crusca, che accompagna le schede della sezione Parole nuove con una precisazione: la loro pubblicazione serve a comprendere e approfondire le espressioni che circolano nella lingua, non a promuoverle o ufficializzarle.
I linguisti, in altre parole, osservano come le persone parlano e scrivono, registrando i cambiamenti che avvengono nel tempo.
Il caso di “maranza” è significativo proprio perché mostra quanto rapidamente possa cambiare la percezione di una parola già esistente.
Nata e diffusa nel gergo giovanile del secolo scorso, è tornata nell’uso contemporaneo con nuovi riferimenti musicali, culturali e sociali.
Perché i maranza sono entrati nella cronaca italiana
La parola “maranza” ha cominciato a comparire con maggiore frequenza nella cronaca nazionale durante l’estate del 2022, quando alcuni raduni giovanili a Peschiera del Garda e Riccione, organizzati anche attraverso TikTok, provocarono disordini e richiesero l’intervento delle forze dell’ordine. L’episodio contribuì a far conoscere il termine al grande pubblico, associandolo non più soltanto a uno stile giovanile, ma anche a comportamenti aggressivi e problemi di ordine pubblico.
È un passaggio ricostruito dall’Accademia della Crusca, che già nel 2023 osservava come il fenomeno fosse diventato oggetto di interpretazioni contrastanti, tra chi lo considerava un problema sociale e chi ne sottolineava gli aspetti legati alla moda e alla rappresentazione sui social.
Negli anni successivi il termine ha continuato a essere utilizzato nei resoconti giornalistici di rapine, aggressioni e risse, soprattutto quando i protagonisti erano gruppi di adolescenti. Milano è una delle città nelle quali questa associazione è diventata particolarmente evidente.
Tra gli episodi più recenti figura la rapina avvenuta nella notte di Capodanno 2026 lungo il Naviglio Pavese. Un giovane di 27 anni, arrivato da Como per festeggiare, era stato circondato da un gruppo di adolescenti, derubato di una collana d’oro e colpito con calci e pugni. Per l’aggressione, ripresa in un video successivamente circolato sui social, a settembre è stato arrestato un sedicenne. Nel raccontare la vicenda, anche l’ANSA ha utilizzato il termine “maranza” per descrivere il gruppo coinvolto.
Sempre a Milano, nell’ottobre 2026, due minorenni sono stati arrestati nell’ambito delle indagini su alcune rapine commesse nei pressi della fermata della metropolitana Ca’ Granda. Secondo la ricostruzione della Polizia di Stato, le vittime erano state aggredite per sottrarre loro collane d’oro.
Particolarmente gravi sono stati anche i disordini verificatisi nel centro di Milano il 17 e 18 ottobre 2026, quando gruppi di giovanissimi hanno danneggiato vetrine, saccheggiato negozi e affrontato le forze dell’ordine. Secondo i dati diffusi il 19 ottobre, per gli episodi del giorno precedente erano state accompagnate in Questura 271 persone, tra cui 220 minorenni, con 32 arresti e 28 denunce. Alcuni giornali hanno utilizzato anche in questo caso la parola “maranza”, contribuendo a rafforzarne l’associazione con la violenza urbana.
La situazione milanese ha mostrato però un ulteriore aspetto del fenomeno. Nei giorni successivi agli scontri sono circolati sui social falsi allarmi su presunte aggressioni organizzate da gruppi di maranza e video manipolati relativi a ronde contro gli stranieri. La diffusione di queste notizie ha contribuito ad alimentare paure e tensioni, come documentato da Adnkronos il 20 ottobre.
La frequenza con cui il termine compare nella cronaca ha quindi modificato profondamente la sua percezione. Oggi “maranza” viene spesso utilizzato per indicare gruppi di ragazzi ritenuti responsabili di comportamenti violenti, anche quando non è accertata una loro appartenenza a una specifica cultura giovanile.
È una distinzione importante per comprendere il significato attuale della parola. I fatti di cronaca raccontano problemi reali, ma il loro utilizzo nel linguaggio giornalistico non deve portare a identificare automaticamente un modo di vestire, un’origine familiare o un genere musicale con la criminalità.
La storia di “maranza” racconta anche questo cambiamento: da espressione del gergo giovanile a parola sempre più presente nel dibattito sulla sicurezza, sull’integrazione e sul rapporto tra adolescenti e società.
“Maranza” è una parola offensiva? Il confine tra linguaggio giovanile, stereotipi e discriminazione
Definire qualcuno “maranza” non significa necessariamente offenderlo, ma il termine ha assunto nel tempo una connotazione sempre più negativa, soprattutto quando viene utilizzato per descrivere gruppi di giovani coinvolti in episodi di cronaca.
Nel linguaggio quotidiano può ancora essere pronunciato con ironia, per prendere in giro un amico che indossa abiti appariscenti, ostenta accessori costosi o assume atteggiamenti esagerati. In questi casi il significato si avvicina a quello di “tamarro” o “coatto”, espressioni che appartengono da tempo al lessico informale italiano.
La situazione cambia quando la parola viene utilizzata per identificare persone considerate pericolose, aggressive o socialmente indesiderabili sulla base del loro aspetto, del quartiere in cui vivono o delle loro origini familiari. In questi casi “maranza” può diventare un’etichetta discriminatoria, capace di alimentare pregiudizi che vanno oltre il comportamento dei singoli individui.
A richiamare l’attenzione su questo aspetto è anche l’Accademia della Crusca, che nella sua analisi del termine affronta il rapporto tra il fenomeno giovanile e le questioni legate all’immigrazione e all’identità culturale.
Secondo la ricostruzione della Crusca, una parte dei giovani che si riconoscono nell’immaginario dei maranza è costituita da ragazzi italiani di seconda generazione, soprattutto di origine nordafricana, e da giovani immigrati dal Nord Africa. Si tratta di un elemento importante per comprendere come la parola sia stata progressivamente associata anche a determinate caratteristiche etniche e sociali.
Questa associazione, tuttavia, non significa che il termine indichi necessariamente una persona di origine straniera. Lo stile comunemente attribuito ai maranza viene adottato da ragazzi con provenienze e storie familiari differenti.
Il problema nasce quando un’espressione utilizzata inizialmente per descrivere un certo modo di vestirsi e comportarsi finisce per diventare una categoria nella quale vengono inserite persone accomunate soltanto dall’aspetto o dalla provenienza.
Anche il rapporto con la cronaca contribuisce a rendere più complessa la questione. Negli ultimi anni, soprattutto nei racconti di rapine, risse e aggressioni nelle grandi città, “maranza” è stato utilizzato con frequenza crescente per identificare gruppi di giovanissimi. In questo modo la parola ha acquisito un significato che, nell’immaginario di molti lettori, si avvicina a quello di giovane delinquente.
Si tratta però di due concetti differenti. Un ragazzo può riconoscersi in uno stile musicale o di abbigliamento senza avere alcun comportamento violento. Allo stesso modo, chi commette un reato deve essere giudicato per le proprie azioni, indipendentemente dai vestiti che indossa o dal gruppo culturale al quale viene associato.
C’è poi un ulteriore aspetto da considerare. Il termine viene utilizzato non soltanto per descrivere i giovani dall’esterno, ma anche dagli stessi ragazzi che scelgono di definirsi maranza. In questi casi una parola potenzialmente dispregiativa può essere recuperata e trasformata in un segno di riconoscimento, appartenenza o provocazione.
È un meccanismo che si incontra frequentemente nel linguaggio giovanile: espressioni nate per deridere un gruppo vengono talvolta adottate dai suoi componenti, che ne modificano il significato attraverso l’uso quotidiano.
La storia di “maranza” dimostra quindi quanto il valore di una parola dipenda dal contesto nel quale viene pronunciata. Può essere uno scherzo tra amici, una definizione di costume oppure un insulto che richiama stereotipi sociali ed etnici.
Per questo è importante distinguere tra il significato linguistico del termine e le interpretazioni che gli vengono attribuite nel dibattito pubblico. La parola, da sola, non identifica né una provenienza geografica né un comportamento criminale. È il modo in cui viene utilizzata a determinarne, di volta in volta, il carattere ironico, descrittivo oppure offensivo.
Cosa ci racconta la storia della parola “maranza”: il disagio di una generazione che cerca la propria identità
La storia della parola “maranza” racconta qualcosa che va oltre l’evoluzione della lingua italiana. Dietro un termine nato nel gergo giovanile degli anni Ottanta e tornato popolare grazie ai social network si intravede una realtà sociale più complessa, fatta di adolescenti che cercano riconoscimento, appartenenza e un proprio posto nella società.
Il maranza è diventato, almeno nell’immaginario collettivo, una delle figure attraverso le quali viene rappresentato un disagio giovanile che gli adulti faticano ancora a comprendere. Non si tratta necessariamente di ragazzi che vivono condizioni di marginalità o che manifestano comportamenti violenti, ma di giovani che spesso costruiscono la propria identità attraverso codici culturali molto diversi da quelli delle generazioni precedenti.
La musica rap e trap sono tra i riferimenti culturali più riconoscibili nell’immaginario contemporaneo dei maranza. In alcune canzoni tornano temi come la vita nelle periferie, il desiderio di riscatto, il denaro, la reputazione e la ricerca del successo. Gli artisti diventano punti di riferimento non soltanto per la musica, ma anche per il modo di vestirsi, di parlare e di rappresentarsi sui social.
Per una parte dei giovani, questi modelli esprimono aspirazioni che non trovano sempre spazio nei percorsi tradizionali di riconoscimento sociale. Il successo economico e la visibilità assumono così un valore simbolico, mentre il gruppo degli amici può diventare un luogo importante nel quale cercare appartenenza e considerazione.
In alcune situazioni, il bisogno di affermarsi può tradursi in atteggiamenti provocatori o conflittuali. Sarebbe però improprio considerare questi comportamenti una caratteristica comune a tutti i ragazzi identificati come maranza. La diffusione della parola racconta anche il modo in cui gli adulti interpretano e talvolta semplificano realtà giovanili molto differenti tra loro.
In determinate situazioni queste aggregazioni assumono caratteristiche più chiuse e conflittuali, nelle quali il rispetto viene cercato attraverso la forza, l’intimidazione o la contrapposizione con altri gruppi. Non si tratta di una caratteristica generale dei maranza, né sarebbe corretto identificare automaticamente queste compagnie con organizzazioni criminali. È però uno degli aspetti che aiutano a comprendere perché il termine sia entrato anche nella cronaca delle aggressioni e delle violenze tra giovanissimi.
I social network amplificano ulteriormente questi meccanismi. Un gesto provocatorio, una sfida o un comportamento aggressivo possono essere ripresi con uno smartphone e diffusi rapidamente, trasformando un episodio locale in un contenuto capace di ottenere migliaia di visualizzazioni. In questo ambiente, la ricerca di visibilità rischia talvolta di confondersi con quella del rispetto, mentre la notorietà può essere interpretata come una forma di successo indipendentemente dalle ragioni per cui viene conquistata.
Sarebbe tuttavia sbagliato attribuire alla musica trap o ai social network la responsabilità diretta del disagio giovanile. Le canzoni possono raccontare situazioni di marginalità, violenza e aspirazione al successo senza necessariamente incoraggiare chi le ascolta a riprodurle. Allo stesso modo, l’uso dei social non determina automaticamente comportamenti aggressivi. Sono fenomeni che si intrecciano con condizioni familiari, opportunità educative, relazioni sociali e prospettive per il futuro.
La diffusione della parola “maranza” pone quindi una domanda che riguarda soprattutto il mondo degli adulti: quanto conosciamo davvero i linguaggi, i modelli culturali e le aspirazioni degli adolescenti di oggi?
La distanza generazionale non è una novità. Ogni epoca ha avuto i propri gruppi giovanili, le proprie mode e le proprie forme di ribellione. Ciò che cambia è la velocità con cui questi fenomeni diventano visibili e vengono giudicati dall’opinione pubblica.
Il rischio è che una parola finisca per sostituire la conoscenza delle persone. Definire un ragazzo “maranza” può apparire un modo semplice per descriverne l’abbigliamento o gli atteggiamenti, ma può anche impedire di comprendere le ragioni che lo spingono a cercare riconoscimento attraverso determinati comportamenti.
È qui che la riflessione linguistica dell’Accademia della Crusca acquista un significato più ampio. Ricostruire l’origine e l’evoluzione di una parola significa anche osservare come cambiano le rappresentazioni sociali e i giudizi che una comunità attribuisce a determinati gruppi.
Negli anni Ottanta “maranza” identificava soprattutto un giovane appariscente e amante del divertimento. Oggi, accanto a quel significato, la parola porta con sé questioni che riguardano l’integrazione, le disuguaglianze, il rapporto con le periferie, la ricerca del successo e il bisogno di appartenenza.
Non tutti i ragazzi definiti maranza vivono una condizione di disagio, così come non tutti coloro che ascoltano rap e trap condividono gli stessi modelli o comportamenti. Ma la fortuna di questa parola ci dice molto del modo in cui la società italiana osserva una parte delle nuove generazioni.
Forse il punto non è soltanto capire chi siano i maranza, ma chiedersi perché questa definizione sia diventata così diffusa e che cosa riveli della distanza tra il mondo degli adolescenti e quello degli adulti.
Perché, prima ancora di essere un fenomeno di costume o una categoria della cronaca, “maranza” è diventata una delle parole attraverso le quali proviamo a raccontare una generazione che cerca di farsi vedere e ascoltare, ma che non sempre riusciamo a comprendere.

Condividi questo articolo