Lingua italiana: “verbi sovrabbondanti”, cosa sono? Come si riconoscono?

Scopriamo assieme questo gruppo particolare di verbi della lingua italiana: i verbi sovrabbondanti; quali sono le loro caratteristiche?

Lingua italiana verbi sovrabbondanti, cosa sono come si riconoscono

Nella lingua italiana esistono alcuni verbi che possono essere definiti sovrabbondanti perché presentano forme riconducibili alla stessa base lessicale ma appartenenti a due coniugazioni diverse. Si tratta di un fenomeno particolarmente interessante, perché mostra come il sistema verbale italiano non sia sempre rigidamente organizzato secondo schemi univoci: una medesima radice può infatti dare origine a due verbi distinti, uno della prima coniugazione, in -are, e l’altro della terza, in -ire, oppure uno della seconda, in -ere, e l’altro della terza, ancora in -ire.

La presenza di queste coppie non è però puramente formale. In alcuni casi il cambiamento della coniugazione comporta anche una differenza di significato; in altri, invece, i due verbi conservano sostanzialmente lo stesso valore e possono essere considerati vere e proprie varianti concorrenti.

Quando un verbo della lingua italiana appartiene a due coniugazioni

Il termine sovrabbondanza si riferisce dunque alla presenza, all’interno del sistema verbale, di più forme che svolgono funzioni almeno in parte sovrapponibili. Il fenomeno riguarda verbi corradicali, cioè verbi che condividono la stessa radice o sono comunque strettamente imparentati dal punto di vista lessicale, ma che hanno sviluppato paradigmi differenti. È importante, tuttavia, non pensare che una delle due forme sia necessariamente «sbagliata» e l’altra «corretta»: entrambe possono appartenere alla lingua italiana, anche se possono differire per frequenza, registro, distribuzione o significato.

Una prima distinzione fondamentale permette di dividere i verbi sovrabbondanti in due grandi gruppi. Nel primo rientrano le coppie nelle quali il significato cambia, o può cambiare, con il passaggio da una coniugazione all’altra. Nel secondo gruppo troviamo invece verbi che, pur appartenendo a coniugazioni differenti, presentano un significato equivalente o molto vicino. Questa distinzione è essenziale per comprendere il funzionamento del fenomeno, perché dimostra che la doppia coniugazione può avere conseguenze non soltanto grammaticali, ma anche semantiche.

Tra i casi del primo gruppo si può ricordare la coppia abbonare / abbonire. Il primo verbo può significare «rendere abbonato qualcuno», come nell’esempio «ho abbonato mio nipote a un giornale». Il secondo presenta invece un significato diverso, legato all’idea di placare, calmare o rendere meno ostile qualcuno: «era tornato con dei regali per abbonirla». La differenza tra le due forme è dunque netta: non siamo semplicemente davanti a due modi diversi di coniugare lo stesso verbo, ma a due verbi distinti, seppure corradicali.

Analogo è il caso di arrossare / arrossire. Arrossare può indicare l’azione di rendere rosso o di tingere di rosso qualcosa: «Il sole trascorre remoto / arrossando le spiagge», secondo il verso di Pavese. Arrossire, invece, indica normalmente il diventare rosso, soprattutto riferito a una persona: «il padre di Nobis corrugò la fronte e arrossì leggermente», nell’esempio tratto da Cuore di De Amicis. La differenza è quindi anche quella, molto importante nella grammatica italiana, tra un verbo che può avere valore causativo o transitivo e un verbo che esprime invece un cambiamento di stato del soggetto.

Un’altra coppia significativa è fallare / fallire. Fallare può significare sbagliare, errare o commettere un errore: Manzoni usa, per esempio, «Posso aver fallato». Fallire ha invece un campo semantico più ampio e può indicare il mancato raggiungimento di un risultato, il venir meno a un dovere oppure, in determinati contesti, il fare bancarotta. Pirandello offre un esempio particolarmente significativo: «qua un’onestà fallirebbe, qua l’onore di una famiglia farebbe bancarotta». Anche in questo caso il passaggio da una coniugazione all’altra corrisponde dunque a una differenziazione semantica.

La stessa opposizione si osserva nella coppia imboscare / imboschire. Imboscare può significare nascondere qualcuno o qualcosa, come nell’esempio «lo hanno imboscate in un ufficio di ispettore» di D’Annunzio. Imboschire, invece, indica propriamente il diventare bosco, il ricoprirsi di vegetazione boschiva oppure, in senso figurato, il ritirarsi in un ambiente appartato e rurale. Baldini scrive, con ironia, che chi ha vissuto la propria vita in campagna «finisce coll’imboschire e mettere a vigna anche la città». La differenza semantica è quindi evidente.

Rientrano nello stesso gruppo anche impazzare / impazzire e sfiorare / sfiorire. Impazzare significa essere in preda a una grande agitazione o a un’intensa attività, come nella descrizione di una Parigi che «impazza» durante il carnevale. Impazzire, invece, significa perdere la ragione oppure, in senso figurato, essere portato all’estremo da una situazione: «Mi fai impazzire!». Sfiorare, dal canto suo, significa toccare appena, passare vicino o raggiungere quasi qualcosa: «la discussione ha spesso sfiorato i toni di una rissa strapaesana». Sfiorire significa invece perdere la freschezza e la bellezza, come accade a un fiore o, figurativamente, a una persona: «una bellezza sbattuta, sfiorita».

Il secondo grande gruppo è costituito dalle coppie nelle quali i due verbi hanno invece significato equivalente. In questi casi la sovrabbondanza è ancora più evidente, perché il parlante dispone di due forme grammaticalmente diverse per esprimere sostanzialmente la stessa idea.

Un esempio importante è adempiere / adempire. Entrambi possono significare portare a compimento, eseguire, soddisfare un obbligo o realizzare quanto previsto. Così, «poiché il voto era fatto, doveva adempierlo» presenta la forma in -ere, mentre in «l’accappatoio che adempiva la forma e la statura della bella defunta» compare la variante in -ire. La differenza non consiste dunque nel significato fondamentale, ma nella forma verbale scelta.

Lo stesso fenomeno interessa ammansare / ammansire, entrambi collegati all’idea di rendere mansueto o meno aggressivo qualcuno o qualcosa. Anche compiere / compire costituisce una coppia sovrabbondante: le due forme possono indicare il portare a termine un’azione o un dovere. Negli esempi proposti, «la riluttanza di compiere un atto disonesto» e «impedirgli di compire il suo dovere» mostrano chiaramente la concorrenza delle due forme.

Altre coppie dello stesso tipo sono dimagrare / dimagrire, empiere / empire, riempiere / riempire e stamutare / starnutire. Dimagrare e dimagrire condividono il significato di perdere peso; empiere ed empire quello di riempire; riempiere e riempire esprimono anch’essi la medesima idea fondamentale. Questi esempi dimostrano come la lingua possa conservare nel tempo forme concorrenti senza necessariamente eliminarne una.

Particolarmente interessante è il caso di empiere / empire e dei loro composti, perché nell’italiano contemporaneo il loro paradigma presenta alcune forme che risultano comuni alle due serie. Sono comuni, per esempio, l’indicativo presente empio, il congiuntivo presente empio, l’imperativo empi e l’imperfetto indicativo empivo. Altre forme, invece, seguono una delle due serie: il futuro è empirò, il condizionale empirei, mentre il congiuntivo imperfetto presenta empissi. Sono rare o disusate, invece, forme costruite secondo una serie alternativa come empievo o empierò. Questo caso rende particolarmente evidente la complessità del sistema: non sempre i due paradigmi rimangono rigidamente separati, perché nel corso della storia della lingua possono prodursi interferenze e sovrapposizioni.

Dunque, cosa sono questi verbi sovrabbondanti?

I verbi sovrabbondanti rappresentano dunque un fenomeno importante per comprendere la ricchezza e la flessibilità del verbo italiano. La loro esistenza ci ricorda che una lingua naturale non è un sistema costruito artificialmente secondo regole assolute e immutabili. Le forme verbali sono il risultato di una lunga storia, nella quale intervengono l’evoluzione fonetica, la tradizione letteraria, l’uso regionale, le preferenze degli scrittori e dei parlanti e il progressivo affermarsi di determinate forme rispetto ad altre.

È inoltre significativo osservare che la sovrabbondanza non implica necessariamente una perfetta intercambiabilità. Quando il significato cambia, come in arrossare / arrossire, imboscare / imboschire o sfiorare / sfiorire, la scelta del verbo è determinata dal significato che si vuole esprimere. Quando invece il significato rimane sostanzialmente equivalente, come in compiere / compire o riempiere / riempire, possono entrare in gioco fattori di frequenza, registro e uso. Alcune forme possono risultare oggi più comuni, mentre altre possono avere un sapore letterario, antico o meno frequente.

Studiare i verbi sovrabbondanti significa quindi osservare da vicino uno dei modi in cui l’italiano conserva la propria stratificazione storica. Una lingua può mantenere contemporaneamente forme nate in epoche diverse, accogliere varianti concorrenti e specializzare alcune di esse sul piano del significato. La sovrabbondanza verbale è, in questo senso, una testimonianza concreta della vitalità dell’italiano: dietro una coppia apparentemente semplice come adempiere/adempire o riempire/riempiere si nasconde la storia di una lingua capace di modificarsi senza cancellare completamente le proprie tracce precedenti.

I verbi sovrabbondanti mostrano infine che la grammatica non è soltanto un insieme di regole da imparare, ma anche il risultato di una continua selezione operata dall’uso. Alcune forme si consolidano, altre arretrano, altre ancora sopravvivono accanto alle concorrenti con significati specializzati. Per questo motivo coppie come abbonare/abbonire, arrossare/arrossire, fallare/fallire, impazzare/impazzire, adempiere/adempire, compiere/compire e riempire/riempiere costituiscono un osservatorio privilegiato sull’evoluzione della lingua italiana. La loro «sovrabbondanza» non è dunque un difetto del sistema, ma una delle manifestazioni della sua ricchezza, della sua storia e della sua capacità di adattarsi alle esigenze espressive dei parlanti.