Lingua italiana: il significato originario di “scrollare”

Chiunque abbia uno smartphone conosce il verbo scrollare. Lo usa ogni giorno, probabilmente decine di volte: si scrolla il feed dei social, si scrolla la pagina di un sito, si scrolla verso il basso per leggere un articolo. È uno di quei verbi entrati nella lingua italiana contemporaneo dall’inglese con la facilità e la rapidità…

Lingua italiana il significato originario di scrollare

Chiunque abbia uno smartphone conosce il verbo scrollare. Lo usa ogni giorno, probabilmente decine di volte: si scrolla il feed dei social, si scrolla la pagina di un sito, si scrolla verso il basso per leggere un articolo. È uno di quei verbi entrati nella lingua italiana contemporaneo dall’inglese con la facilità e la rapidità tipiche del lessico digitale — o almeno così sembra.

Perché la verità è esattamente il contrario: scrollare è un verbo italiano antichissimo, attestato già nel Duecento e nel Trecento, con una storia semantica ricchissima che affonda le radici in una fisicità concreta e violenta assolutamente lontana dal gesto delicato del pollice sullo schermo. Chi usa scrollare nel senso informatico pensa di importare una parola inglese. In realtà sta usando — senza saperlo — una delle parole più antiche del proprio patrimonio linguistico.

Etimologia: una parola di origine germanica finita nella lingua italiana

L’etimologia di scrollare è discussa, ma la ricostruzione più accreditata porta verso le lingue germaniche. Il verbo risale probabilmente a una radice proto-germanica riconducibile a forme come il gotico *skuddjan o il longobardo *scrullare, imparentate con l’antico alto tedesco scuttan e con l’inglese antico scudan, tutti verbi che indicavano il moto brusco, il tremore, lo scuotimento violento.

Questa radice germanica è la stessa che ha dato origine, attraverso percorsi diversi, all’inglese moderno shudder (rabbrividire) e al tedesco schütteln (scuotere). Non è dunque una parola romanza di radice latina: è uno di quegli apporti germanici che le invasioni dei popoli del Nord hanno depositato nel sostrato dell’italiano, come il longobardo, il goto e il franco hanno fatto per moltissime altre voci.

Le forme dialettali e antiche registrate accanto a scrollare — scortare, scrolare, scodando nelle attestazioni genovesi medievali — confermano la vitalità e la diffusione geografica del verbo già nei secoli più antichi dell’italiano scritto. L’anonimo genovese del Duecento usa già scodando nel senso di «scuotendo con forza»; Brasca, nel Quattrocento, descrive persone che si svegliano e «scodano i panni come fanno i cani quando si levano dal dormire» — un’immagine vivacissima e assolutamente corporea. La parola viveva nel parlato popolare molto prima che i grandi scrittori la adottassero nella prosa letteraria.

Il significato originario: violenza e fisicità

Il significato primario di scrollare, quello da cui tutti gli altri derivano, è di una fisicità immediata e potente: «scuotere con veemenza ed energia; agitare, sbattere con violenza qualcosa, muovendolo in diverse direzioni». Non un gesto delicato, non un movimento lieve: un’azione energica, decisa, che implica forza e impeto. Questa violenza originaria è fondamentale per capire la parola nella sua interezza storica. Chiunque scrolla qualcosa, nella tradizione della lingua italiana, lo fa con vigore — sia che si tratti di un albero, di una porta, di una ringhiera o della propria acconciatura.

Gli esempi letterari raccolti nel Grande Dizionario della Lingua Italiana mostrano questa fisicità in tutta la sua varietà. Bartolomeo Corsini descrive un conte che «percuote e scrolla» una porta «a man sì franca» da mandarla in pezzi — l’immagine è quasi cinematografica nella sua precisione.

Moravia, nel Novecento, descrive una persona che scrolla «le pieghe bagnate dell’impermeabile» appoggiata a una ringhiera, con quella fredda energia che è tipica dei suoi personaggi. In entrambi i casi l’azione è visibile, corporea, energica: c’è qualcosa che viene mosso con decisione, quasi strappato dalla sua posizione. Nei testi più antichi il verbo compare spesso in contesti di sforzo fisico, di lavoro manuale, di lotta con la materia — un vocabolario della concretezza che dice molto sulla cultura in cui la parola si è formata.

Chi scrolla qualcosa, nella storia della lingua italiana, lo fa con forza e intenzione. La parola porta con sé, da otto secoli, l’energia di un gesto che vuole smuovere ciò che è fermo, liberare ciò che è trattenuto, agitare ciò che era immobile.

I capelli: un uso antico e sorprendente

Tra i significati storici di scrollare, uno merita una sosta particolare per la sua vivacità e per la continuità che attraversa i secoli: quello di «agitare i capelli, ravviarli con le dita, scuoterli con un gesto». Già Iacopone da Todi, nel Duecento, usa il verbo in questo senso con una formula quasi esortatoria: «Scrulla la danza e fa’ poriatura!» — un invito a muoversi, a scuotersi, a liberarsi.

Pratesi, nell’Ottocento, descrive una vecchia che si leva gli occhiali «scrollando i riccioli» — un’immagine di minuziosa concretezza quotidiana. Nel Novecento, questo stesso gesto ricompare in Fenoglio: «Ormai è chiaro», dice una donna «con energia, scrollando la nuova acconciatura. “Così non ti piaccio”». Lo scuotimento della chioma è un gesto di energia e di affermazione di sé, una dichiarazione corporea — e il verbo che lo nomina è esattamente lo stesso che usava Iacopone sei secoli prima.

Gadda Conti usa il verbo in modo ancora più sottile: «Scrollò, quasi a mutar pensiero, i bei capelli castani». Qui lo scuotimento dei capelli diventa un gesto psicologico oltre che fisico — un modo di liberarsi da un’idea, di segnalare un cambio di stato interiore attraverso un movimento del corpo.

Il verbo cattura perfettamente quella connessione tra il gesto fisico e il mutamento mentale che i grandi scrittori sanno individuare e nominare con precisione. È significativo che la stessa parola serva a descrivere sia il gesto più violento — la porta sfasciata dal conte di Corsini — sia il gesto più intimo e psicologico — i capelli castani di Gadda Conti scrollati per cambiare pensiero. La gamma espressiva del verbo è straordinariamente ampia.

Uno degli ambiti semantici più ricchi di scrollare è quello della natura in movimento: il vento che scuote gli alberi, che agita il mare, che fa tremare le fronde. Questa accezione ha una lunga storia letteraria che va dal volgarizzamento di Ovidio al Novecento. «Io pure raguardo quale vento scrolli le marine onde», si legge nell’Ovidio volgarizzato medievale, dove il verbo descrive il moto potente e ritmico delle onde marine.

Bettini, in piena tradizione romantica, scrive: «Ammucchia neve, o vento, / e scrolla pure i pini» — l’imperativo rivolto al vento ha quasi il tono di una sfida, come se il poeta stesse sollecitando la natura a dimostrare la propria potenza.

Ma è Quasimodo, in uno dei suoi versi più memorabili, a portare il verbo al suo vertice novecentesco: «Da poco fu giocata dalla morte / mentre guardava quieta il vento dell’autunno / scrollare i rami dei platani e le foglie / dalla grigia casa di periferia». Il vento che scrolla i rami dei platani in questa poesia non è un vento qualunque: è il vento della morte, della perdita, del tempo che passa — e il verbo scelto da Quasimodo porta con sé tutto il peso fisico e concettuale di secoli di uso letterario.

L’accostamento tra il vento autunnale che scrolla le foglie e la morte che ha «giocato» con una vita umana crea un parallelismo tra il gesto naturale e quello del destino che è tra le cose più potenti della poesia italiana del dopoguerra. Il verbo, con la sua fisicità originaria, porta in sé tutta la durezza del gesto.

L’accezione più grandiosa di scrollare è quella cosmica: la terra che trema, gli edifici che vengono squassati dalle fondamenta, i templi che crollano sotto la furia dei venti. Boccaccio usa il verbo in chiave quasi apocalittica: «Piova il ciefo, caccia gragnuola ovvero neve, scrolli il mondo la rabbia de’ venti, i tuoni spaventino i mortali».

Il soggetto non è più un essere umano che scuote qualcosa: è il mondo stesso, è la «rabbia de’ venti», è la potenza degli elementi naturali. La scala è cambiata radicalmente, ma il verbo è lo stesso, e la sua fisicità primaria — il gesto di chi scuote con violenza — si trasferisce senza perdere intensità a un soggetto cosmico.

Guglielmini, nel Settecento, elenca con precisione tecnica le cause di rovina degli edifici: «Quante fabbriche sono squarciate da’ fulmini, scrollate da’ terremoti ed abbattute dall’incursione di truppe nemiche». Qui scrollare è un termine quasi tecnico-architettonico, che descrive l’azione specifica del terremoto sulle strutture. Carducci usa il medesimo verbo per narrare un terremoto storico: «Bartolomeo Ghisilardi dormiva nella torre del palazzo, quando il terremoto del 1505 la scrollò fieramente» — e quell’avverbio fieramente, accostato a scrollare, restituisce tutta la ferocia del gesto naturale.

D’Annunzio porta questa accezione nell’esperienza della guerra moderna: «Il tuono del cannone mi scrolla dalle fondamenta la casa». Emilio Cecchi, con altrettanta efficacia: «Il tuono scoppiò sulla casa, la scrollò nelle radici». La casa che viene «scrollata nelle radici» è un’immagine quasi biologica, come se l’edificio avesse radici come un albero e il tuono ne scuotesse le fondamenta con la forza con cui il vento scuote le fronde.

Capuana aggiunge una dimensione epica e quasi mitologica: «Mar, destati in ira / e divelli dal resto della terra / questo braccio ch’Italia un dì nomossi, / e fin le cime di quest’Alpi altere / scrolla e sommergi!». L’imperativo rivolto al mare che deve «scrollare» le vette alpine è un uso iperbolico e grandioso che mostra come il verbo, con la sua carica di energia fisica, si prestasse perfettamente alla retorica del sublime.

Sinisgalli, nel Novecento, chiude questo filone con un verso di grande concentrazione: «il turbine / d’aria che scrolla le case, / gli orti, e voi morti / che ci chiamate in aiuto» — dove il turbine che scrolla le case e gli orti è accostato alla presenza dei morti, in un’atmosfera di catastrofe che ha qualcosa di visionario.

«Scrollare la borsa»: il denaro che cade

Non manca, nella storia di scrollare, un’accezione figurata e ironica: quella del denaro che viene scosso via, della borsa che si svuota. Aretino, nel Cinquecento, descrive la difficoltà di «cavargli i denari di mano» con la formula vivace del «riscrollare». Giordano Bruno, con altrettanta precisione, parla di chi «s’arrà scrollata la borsa e la schena» — dove la borsa e la schiena vengono entrambe «scrollate», in un doppio gesto che evoca tanto lo svuotamento del portafogli quanto la postura abbattuta di chi ha perduto tutto.

Il verbo in questo uso conserva tutta la sua fisicità originaria — si scrolla la borsa come si scrolla un albero per farne cadere i frutti — ma la applica a un oggetto astratto come il denaro con un effetto di concretezza comica molto efficace. Il gesto di scuotere qualcosa fino a farlo cadere diventa metafora perfetta per l’impoverimento.

Scrollare nel 2000

Ed eccoci al paradosso linguistico più bello che il verbo scrollare abbia prodotto nella sua lunga storia. Nell’italiano digitale contemporaneo, scrollare è percepito da quasi tutti i parlanti come un anglicismo — la trascrizione italianizzata dell’inglese to scroll, che nelle interfacce informatiche indica lo scorrere del contenuto sullo schermo attraverso la rotella del mouse, il touchpad o il dito sul touchscreen. Quando si chiede a un parlante giovane da dove venga la parola, la risposta è quasi invariabilmente: dall’inglese. La parola sembra nuova, importata, forestiera. La sua lunga storia italiana è completamente invisibile.

In inglese, to scroll ha una storia diversa da quella italiana: deriva da scroll nel senso di «rotolo di pergamena», con un’immagine che richiama il gesto di svolgere un rotolo scritto per leggerne il contenuto. Il gesto digitale di scorrere il contenuto sullo schermo ricorda quello antico di chi svolgeva i papiri o le pergamene per leggerne il contenuto.

Ma la coincidenza fonica tra l’inglese to scroll e l’italiano scrollare è, appunto, una convergenza di due parole etimologicamente distinte: la prima di origine nominale anglosassone, la seconda di origine germanica continentale. Sono parole cugine lontane che si sono ritrovate, attraverso percorsi diversi, ad avere forme simili e a descrivere — con un’ironia della storia linguistica — gesti analoghi.

Quando gli italiani hanno adottato il verbo informatico, molti pensavano di importare un termine inglese. In realtà stavano ri-attivando una parola già presente nel loro lessico da secoli, con la specificità che il nuovo significato digitale è semanticamente molto più debole e meno fisico di tutti quelli storici: nessuno «scrolla» lo schermo con violenza, nessuno agita il telefono con «veemenza ed energia». Il gesto è lieve, quasi impercettibile — il minimo movimento del pollice. Il verbo che lo nomina porta invece il peso di otto secoli di scuotimenti, terremoti, cannonate e pini sbattuti dal vento. C’è una sproporzione comica tra la leggerezza del gesto contemporaneo e la densità storica della parola che lo descrive.

Una parola che sopravvive a se stessa

La storia di scrollare è in fondo la storia di una parola che ha saputo reinventarsi senza perdere se stessa. Ha attraversato secoli di letteratura portando con sé il rumore fisico del gesto che nomina — il fruscio dei capelli agitati, il crepitio delle porte sfasciate, il rombo del tuono che scuote le case, il fruscio delle foglie strappate dai platani autunnali. Ha conosciuto il mare di Ovidio, i pini di Bettini, i platani di Quasimodo, il cannone di D’Annunzio.

Ha descritto conti che sfasciano porte, ladri che svuotano borse, contadini che scuotono alberi per raccogliere i frutti, donne che si svegliano scrollandosi di dosso il sonno come fanno i cani. Ha attraversato i terremoti e le guerre, i turbini e le frane.

E poi, nel giro di pochi anni, si è ritrovata sulle labbra di milioni di persone che credono di usare un anglicismo moderno, ignare di stare pronunciando una delle parole più antiche e più vitali del loro patrimonio linguistico. Questo è, forse, il destino più bello che una parola possa avere: sopravvivere al tempo cambiando forma, infilarsi nel futuro travestita da forestierismo, e continuare a descrivere il mondo — anche se adesso il mondo da descrivere è uno schermo di vetro e il gesto è quello di un pollice che scivola verso l’alto.

La parola non lo sa. Ma lo sa la lingua, che porta dentro di sé, stratificata nei secoli, tutta la forza di ogni scrollata che è mai stata data a una porta, a un albero, a un roveto, a una borsa piena di monete. E quella forza, per quanta delicatezza ci metta il pollice moderno, non scompare del tutto: resta lì, nascosta nella forma della parola, come un’eco di gesti che nessuno compie più, ma che la lingua ricorda per noi.