Ogni tanto una piccola preposizione diventa il campo di battaglia di secoli di storia linguistica. Capace di o capace a? La domanda sembra modesta, quasi banale. Eppure, a guardarla da vicino, questa oscillazione tra due preposizioni rivela qualcosa di affascinante sul modo in cui la lingua italiana evolve, resiste, cede e poi recupera forme che sembravano sepolte. Non si tratta soltanto di scegliere la forma «giusta» — si tratta di capire perché esistano due forme, da dove vengano, e cosa ci dicano sul presente e sul futuro dell’italiano.
L’origine latina e la reggenza di “di” o “a” nella lingua italiana
Per capire il dubbio bisogna andare all’inizio. L’aggettivo capace deriva dal latino capax, a sua volta derivato dal verbo capere — «prendere», «contenere», «comprendere». Il significato originario è dunque fisico e concreto: è capace ciò che «può contenere». In latino, capax reggeva il genitivo: capax doli, «capace di dolo», capax imperii, «capace di esercitare il potere imperiale». Quando questa struttura è transitata nell’italiano, il genitivo latino è diventato la preposizione di, che del genitivo latino è l’erede naturale nella lingua romanza. Ecco spiegata, in radice, la forma capace di: non è un’invenzione arbitraria, ma la diretta continuazione di una struttura millenaria.
Questa origine spiega anche perché, quando capace è usato nel suo significato letterale di «capiente» — riferito a spazi fisici che possono contenere qualcosa — la preposizione di sia assolutamente stabile e non dia adito ad alcun dubbio: uno stadio capace di diecimila persone, una sala capace di trecento posti. Il problema nasce quando capace si sposta dal piano fisico a quello psicologico e morale, quando non descrive più uno spazio che contiene ma una persona che è in grado di fare qualcosa.
Quando nasce il dubbio: capace seguito da infinito
Il dubbio si manifesta in modo quasi esclusivo quando capace è seguito da un infinito. Capace di leggere o capace a leggere? È qui che i parlanti si sentono insicuri. E la ragione è precisa: in italiano, la frase infinitiva retta da un aggettivo può essere introdotta sia da di sia da a, e la scelta dipende dal singolo aggettivo. Diciamo disposto a fare, non disposto di fare; diciamo propenso a credere, non propenso di credere. Per ciascun aggettivo la reggenza è in qualche misura idiosincratica, e va appresa. Per capace, la tradizione grammaticale e i dizionari concordano: la preposizione corretta è di.
I dati del corpus CORIS/CODIS dell’italiano scritto contemporaneo sono eloquenti: per ogni 33 occorrenze di capace a + infinito, se ne trovano oltre 9.000 di capace di + infinito — un rapporto di circa 1 a 270. La sproporzione è schiacciante, e da sola basterebbe a giustificare la raccomandazione dei grammatici in favore di capace di. Ma i numeri raccontano solo una parte della storia: la parte che riguarda il presente. La storia lunga di capace a è, come vedremo, più ricca e più antica di quanto la statistica contemporanea farebbe supporre.
Dati CORIS/CODIS — italiano scritto contemporaneo
«capace di + infinito» — oltre 9.000 occorrenze
«capace a + infinito» — 33 occorrenze
«Capace a» nella lingua antica e letteraria
La forma capace a non è un errore recente dei parlanti distratti o ignoranti. È attestata nella lingua letteraria italiana con una continuità che va dal medioevo all’Ottocento inoltrato, e che conta tra i suoi testimoni autori tutt’altro che trascurabili. Il Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI) offre una documentazione estesa. Francesco Algarotti, nel Settecento, scriveva che l’invenzione è un ritrovamento di «cose le più scelte e le più capaci ad eccitare in altrui maraviglia e diletto».
Ludovico Ariosto usava capace a in riferimento a spazi fisici: «correa la strada, capace a pena a tante genti morte». Persino Pier Paolo Pasolini, nel pieno del Novecento, scriveva di un Pasolini «capace a trascinarvi con la sua parola» — con la curiosità che il secondo infinito coordinato era introdotto da di: «e di commuovere anche le pietre».
Ancora più antico è un caso di capace reggente l’infinitiva senza alcuna preposizione, documentato già in Iacopone da Todi: «la perfetta pace me fa l’alma capace / en onne loco potere regnare». La costruzione senza preposizione, oggi del tutto estranea all’italiano, mostra come la storia della reggenza di questo aggettivo sia stata tutt’altro che lineare: c’è stato un tempo in cui le opzioni in campo erano tre, non due. La prevalenza definitiva di di è il frutto di una selezione progressiva che si è compiuta nell’arco di secoli, non di una regola imposta dall’alto.
Anche il dizionario ottocentesco di Tommaseo e Bellini registrava esempi con a: «Capace a nulla. Se fosse capace a qualcosa!». E Niccolò Tommaseo, acuto osservatore della lingua, non si limitava a segnalare questi esempi come errori: commentava la differenza semantica tra le due preposizioni con un’osservazione acuta, notando che la preposizione a «dice di più, perché denota la direzione più espressa». Vale a dire: capace di fare descrive una capacità; capace a fare suggerisce una capacità orientata verso un fine, quasi un’aptitudine teleologica. La distinzione è sottile, ma non è vuota.
La logica semantica della preposizione a
L’osservazione di Tommaseo è preziosa perché illumina una delle ragioni per cui capace a continua a sopravvivere e persino a riemergere nell’uso contemporaneo. Quando diciamo che qualcuno è «capace a fare» qualcosa, la preposizione a orienta l’azione verso la sua meta, come fa in tutte quelle costruzioni in cui a introduce una finalità implicita: pronto a partire, disposto a cedere, incline a credere.
La mente del parlante, quando sente che la capacità è riferita a un essere umano che agisce, tende spontaneamente a reinterpretare l’infinitiva che segue come una finale implicita — «capace [al fine di] fare» — e questa interpretazione trascina con sé la preposizione a.
Questo meccanismo di attrazione semantica non è specifico di capace: è una delle forze generali che agiscono sul sistema delle reggenze preposizionali in italiano. La lingua tende a uniformare le strutture analoghe: se pronto a fare e disposto a fare usano a per indicare una capacità o una disponibilità orientata verso un’azione, è comprensibile che il parlante sia tentato di estendere lo stesso schema a capace a fare.
«Capace che»: la variante meridionale e regionale
La questione della preposizione non esaurisce le varianti di capace. Nell’italiano regionale, soprattutto a Roma e nel Sud, esiste un terzo uso molto caratteristico: è capace che piova, è capace che si arrabbi, dove è capace ha valore impersonale con il significato di «è possibile», «può darsi che». Questa costruzione — capace che + congiuntivo — è segnalata dai dizionari come regionale, ma ha radici letterarie antiche. Il GDLI documenta un uso con valore impersonale già in Guicciardini e un uso come predicato nominale in Castiglione.
Questo terzo uso è particolarmente interessante perché rivela un processo di ampliamento semantico radicale: capace non indica più una qualità di un soggetto specifico, ma diventa un segnale modale impersonale, uno di quei costrutti che la grammatica chiama «parentetici epistemici» — espressioni come forse, probabilmente, può darsi che il parlante inserisce per segnalare il suo grado di certezza rispetto a quanto afferma. Il cammino da «uno stadio capace di diecimila persone» a «è capace che piova» è lungo e tortuoso, e attraversa tutto lo spettro semantico dell’aggettivo: dall’avere spazio fisico all’avere competenza, dall’avere competenza all’avere la possibilità, dalla possibilità all’incertezza epistemica.
La curiosità del purista ottocentesco
Vale la pena menzionare una curiosità storica che illumina come le questioni normative siano sempre condizionate dal contesto culturale e ideologico di chi le pone. Nel Repertorio per la lingua italiana compilato dal purista Leopoldo Rodinò nel 1858, l’espressione «(esser) capace (di)» è considerata un abuso tout court — non perché mal costruita preposizionalmente, ma perché «mal si adopera per Aver il coraggio, l’animo o il cuore (di)».
Per Rodinò, il problema non era la scelta tra a e di: era il significato stesso di capace usato per indicare la disponibilità morale a fare qualcosa. Un purista ottocentesco, dunque, avrebbe corretto «è capace di uccidere» non in «è capace a uccidere» ma in «ha il cuore di uccidere». Ciò che oggi è pienamente normale era, per qualcuno, la vera fonte di errore. La prospettiva storica mette sempre le questioni normative nella giusta luce.
Cosa usare e perché
La risposta pratica per chi vuole sapere cosa scrivere è semplice e ce la dà l’Accademia della Crusca: in tutti i contesti formali, scritti e di media o alta formalità, si usa capace di. È la forma statisticamente dominante, raccomandata dai dizionari, attesa dal lettore colto, e non richiede giustificazioni. Capace di intendere e di volere, capace di grandi cose, non sono capace di mentire: in tutti questi casi di è la scelta giusta e inequivocabilmente corretta.
La forma capace a + infinito non è scorretta nel senso di agrammaticale — è ampiamente attestata nella tradizione letteraria, ha basi semantiche comprensibili, e sopravvive nel parlato familiare e in alcune varietà regionali. È connotata come informale o colloquiale dai dizionari, il che significa che in un testo di saggistica, in un documento formale o in una prosa che aspira a una certa cura stilistica, sarebbe fuori posto.
Ma chi la usa nel parlato spontaneo o in una battuta di dialogo letterario non sta commettendo un errore grave: sta usando una variante che ha dietro di sé Ariosto, Algarotti, Pasolini e secoli di italiano non normativo ma non per questo meno autentico.
Questo è, in fondo, il senso più profondo di questa piccola indagine grammaticale. Le lingue non sono sistemi monolitici con una sola forma corretta per ogni funzione: sono archivi stratificati in cui coesistono forme di epoche diverse, registri diversi, geografie diverse, disposizioni semantiche diverse. La preposizione a in capace a fare non è arrivata dal niente — viene da lontano, ha ragioni solide, e probabilmente rimarrà nell’italiano informale ancora a lungo. Saperlo non significa abbandonare capace di: significa capire che quando la scegliamo, lo facciamo con consapevolezza storica, e non per mera obbedienza a una regola arbitraria.
