Lingua italiana: sai cosa è l’anacoluto?

Tramite questo articolo scopriremo cosa si intende nella lingua italiana quando si dice che è presente un anacoluto con le sue fratture e divergenze.

Lingua italiana sai cosa è l'anacoluto

L’anacoluto è un fenomeno interessante della lingua italiana, perché mette in discussione l’idea stessa che una frase debba necessariamente svilupparsi secondo uno schema rigorosamente lineare e prevedibile. La parola deriva dal greco anakólouthos, «che non segue», «inconseguente», e nella terminologia grammaticale tradizionale indica una frattura della costruzione sintattica, cioè una sorta di interruzione del progetto iniziale della frase.

Chi parla o scrive comincia costruendo una determinata struttura, ma nel corso dell’enunciato cambia direzione e prosegue secondo uno schema diverso. Il risultato è una frase che, se giudicata esclusivamente secondo le regole della sintassi normativa, può apparire irregolare o addirittura scorretta; osservata invece dal punto di vista del funzionamento reale del discorso, può rivelarsi perfettamente comprensibile e, soprattutto, estremamente espressiva.

l’anakólouthos nella lingua italiana

Il concetto di anacoluto richiede però una certa cautela, perché definire una costruzione «irregolare» significa necessariamente rapportarla a una determinata norma linguistica. Una costruzione che oggi viene considerata anacolutica potrebbe essere stata perfettamente normale in un’altra epoca della storia dell’italiano. Il materiale proposto sottolinea infatti proprio questo problema: l’idea di anacoluto è soggetta a una variabile diacronica, cioè al mutamento della lingua nel tempo, e a una variabile diafasica, relativa invece ai diversi livelli e registri dell’uso linguistico.

Non esiste, quindi, un confine assoluto e immutabile tra costruzione regolare e costruzione irregolare. Ciò che conta come «deviazione» dipende anche dalla fase storica e dal livello di lingua considerati.

Un esempio particolarmente significativo è quello della paraipotassi, che nell’italiano dei primi secoli poteva essere una costruzione normale, mentre oggi potrebbe essere percepita come anacolutica. Allo stesso modo, strutture basate sul cosiddetto che polivalente, come «mangia che ti fa bene», possono risultare improprie in un registro elevato, ma sono perfettamente adeguate a un registro informale. Inoltre, proprio questo tipo di costruzione può essere utilizzato intenzionalmente nella letteratura quando lo scrittore vuole riprodurre le caratteristiche dell’oralità. L’irregolarità sintattica, quindi, non è necessariamente un errore: può essere una scelta coerente con la situazione comunicativa, con il personaggio rappresentato o con lo stile perseguito dall’autore.

L’anacoluto più caratteristico e frequente, tra quelli ricordati nella descrizione della sintassi italiana, è quello che nasce dall’impulso a mettere in primo piano il soggetto logico. Il parlante apre la frase con il tema o la persona di cui vuole parlare e soltanto successivamente costruisce la proposizione vera e propria. Si verifica così una frattura tra l’elemento iniziale e la struttura sintattica che segue. In termini più semplici, il parlante sembra cominciare una frase secondo un certo progetto, ma poi, mentre parla, cambia costruzione e lascia il primo elemento in una posizione sintatticamente non integrata.

Gli esempi forniti sono particolarmente chiari: «io il morale è alto e sono sempre allegro», oppure «ma quel lavoro non vi fu baruffe». Nel primo caso, il pronome «io» viene collocato all’inizio dell’enunciato come elemento di cui si intende parlare, ma la frase che segue non costruisce un rapporto sintattico regolare con quel pronome. «Io» è il soggetto logico, il tema dell’enunciato, mentre «il morale è alto» costituisce una nuova struttura sintattica. Il parlante ha dunque anticipato ciò che intendeva mettere al centro della comunicazione e poi ha proseguito con una costruzione diversa. È proprio questo «cambio di progetto» a caratterizzare l’anacoluto.

L’espressione «cambio di progetto», utilizzata dalla linguistica testuale, è particolarmente efficace per comprendere il fenomeno. Quando produciamo un discorso, soprattutto oralmente, non formuliamo necessariamente l’intera frase nella nostra mente prima di pronunciarla. Spesso iniziamo a parlare, introduciamo un argomento e contemporaneamente organizziamo ciò che vogliamo dire. Può quindi accadere che la struttura sintattica inizialmente prevista venga abbandonata e sostituita da un’altra. L’anacoluto rappresenta proprio la traccia linguistica di questo processo. La frase conserva le conseguenze dell’avvio originario anche quando il parlante ha ormai scelto una strada sintattica differente.

Questo spiega anche perché l’anacoluto sia particolarmente frequente nell’italiano popolare e nella lingua parlata. Il parlato spontaneo è infatti caratterizzato da esitazioni, riprese, autocorrezioni, anticipazioni e cambiamenti di costruzione. Chi parla non ha sempre il tempo di elaborare preventivamente una frase complessa e perfettamente organizzata. La sintassi può quindi assumere una struttura più libera e meno rigidamente gerarchica rispetto a quella tipica della prosa formale. L’anacoluto diventa così una delle manifestazioni linguistiche della spontaneità comunicativa.

Ma proprio questa caratteristica ha fatto sì che l’anacoluto venisse sfruttato anche dagli scrittori. Nella letteratura, infatti, una costruzione sintatticamente franta può essere utilizzata intenzionalmente per riprodurre la naturalezza del parlato, caratterizzare socialmente un personaggio, conferire maggiore immediatezza al racconto oppure rendere più vivace la voce narrante. L’irregolarità, dunque, può diventare uno strumento artistico. Lo scrittore non commette necessariamente un errore: può decidere consapevolmente di riprodurre sulla pagina una modalità di espressione che appartiene alla comunicazione orale.

L’anacoluto in letteratura

Un esempio celebre è quello di Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi: «quelli che maino, bisogna pregare Iddio per loro». La frase presenta una costruzione che, dal punto di vista della sintassi normativa più rigida, non procede secondo uno schema lineare. «Quelli che muoiono» viene posto in apertura come tema, come elemento sul quale si concentra immediatamente l’attenzione; successivamente compare la proposizione «bisogna pregare Iddio per loro». Il pronome «loro» riprende proprio il gruppo introdotto all’inizio. L’effetto è quello di una costruzione molto vicina al parlato, nella quale il tema viene anticipato e poi commentato.

Lo stesso procedimento compare in Giovanni Verga, in «il prima che va in giro di notte gli faremo la pelle». Anche qui l’elemento iniziale, «il primo che va in giro di notte», viene presentato prima che la frase assuma la sua struttura principale: «gli faremo la pelle». La costruzione conserva qualcosa della spontaneità del linguaggio orale e contribuisce alla caratterizzazione della voce che parla. In Verga, l’attenzione alla lingua dei personaggi e alla riproduzione del parlato rende particolarmente significativo il ricorso a costruzioni di questo genere.

Un altro esempio è quello di Giovanni Pascoli: «io, la mia patria or è dove si vive». Anche qui l’elemento iniziale «io» viene isolato e posto in primo piano. Non è semplicemente un soggetto collocato all’inizio di una frase secondo l’ordine tradizionale; è piuttosto il tema dal quale prende avvio l’affermazione successiva. Il risultato produce una forte evidenza espressiva: l’«io» viene presentato immediatamente, prima che il discorso specifichi quale sia la sua condizione o la sua idea di patria.

L’anacoluto non appartiene però esclusivamente alla prosa letteraria o al parlato popolare. Un luogo particolarmente interessante della sua presenza è quello dei proverbi, nei quali molte costruzioni sintattiche nate dalla lingua parlata sono state fissate e tramandate nel tempo. I proverbi tendono infatti a cristallizzare formule brevi, ritmiche e facilmente memorizzabili, spesso provenienti dalla tradizione orale. È significativo, per esempio, il proverbio «Chi pecora si fa, il lupo se la mangia». La struttura mette in primo piano «chi pecora si fa» e successivamente presenta la proposizione principale «il lupo se la mangia». La prima parte funziona come tema e la seconda come commento o conseguenza.

Analogo è il meccanismo di «Chi s’aiuta, Iddio l’aiuta». Qui la costruzione appare oggi del tutto naturale, ma la sua organizzazione può essere letta nella prospettiva della struttura tema-commento tipica di molte formulazioni proverbiali. Il proverbio parte dalla persona che si aiuta e successivamente introduce la conseguenza: «Iddio l’aiuta». L’elemento iniziale prepara dunque il terreno semantico sul quale viene costruita l’affermazione successiva.

Anche «Tanti galli a cantar non fa mai giorno» presenta una costruzione che conserva la vivacità e la concretezza della lingua proverbiale. Il proverbio non nasce generalmente da un’elaborazione sintattica astratta, ma dalla necessità di comunicare rapidamente un’esperienza o una regola pratica. La lingua popolare tende quindi a privilegiare l’efficacia comunicativa rispetto alla completa simmetria della costruzione grammaticale.

Una forma popolare?

L’anacoluto mostra, in definitiva, quanto sia complesso il rapporto tra norma, uso ed espressività. Se ci si limita a considerare la frase come una sequenza di regole grammaticali, l’anacoluto appare come una frattura, una deviazione, un’incongruenza. Se invece si osserva il processo comunicativo che produce la frase, il fenomeno appare molto più comprensibile: il parlante organizza il discorso progressivamente, mette in rilievo ciò che considera importante e può modificare il proprio progetto sintattico mentre parla.

È quindi opportuno non identificare automaticamente anacoluto ed errore. Una costruzione anacolutica può effettivamente essere inappropriata in uno scritto formale, soprattutto quando nasce da una scarsa padronanza della sintassi; ma può anche essere perfettamente funzionale in un dialogo, in un testo che imita l’oralità, in un proverbio o in un’opera letteraria. La sua valutazione dipende dal contesto, dal registro e dalla funzione che svolge.

La stessa storia dell’italiano dimostra, del resto, che la categoria di «errore» è relativa. Forme un tempo normali possono diventare rare o marginali; costruzioni un tempo comuni possono essere successivamente percepite come irregolari. Per questo l’anacoluto deve essere studiato non soltanto come una figura della sintassi, ma come un fenomeno che permette di osservare la lingua nel suo continuo rapporto con il tempo, con la società e con le diverse situazioni comunicative.

L’anacoluto è una frattura sintattica prodotta da un cambio di progetto nel corso del discorso, ma questa definizione non deve far pensare necessariamente a una costruzione priva di valore. Al contrario, proprio la sua apparente irregolarità può diventare una potente risorsa espressiva. Nel parlato, l’anacoluto rivela la natura dinamica e progressiva dell’elaborazione linguistica; nell’italiano popolare testimonia modalità spontanee di organizzazione del discorso; nei proverbi conserva strutture nate dalla tradizione orale; nella letteratura, infine, può essere trasformato in uno strumento raffinato per riprodurre la voce dei personaggi e la naturalezza della conversazione.

Manzoni, Verga e Pascoli mostrano bene come una costruzione apparentemente «sbagliata» possa diventare, nelle mani di uno scrittore consapevole, una scelta stilistica precisa. L’anacoluto ci ricorda così che la lingua non è soltanto un sistema di regole da rispettare, ma anche un organismo vivo, nel quale il pensiero, mentre prende forma, può cambiare direzione, anticipare un tema, interrompere una costruzione e ricominciare secondo un nuovo percorso. Ed è proprio in questa apparente discontinuità che, talvolta, la lingua riesce a riprodurre con maggiore fedeltà il movimento naturale del pensiero umano.