Lingua italiana: pensi di essere un tipo “fingitivo”?

Riscopriamo un aggettivo della lingua italiana che conserva in sé tutta la patina di bellezza e poesia guadagnata nel tempo: “fingitivo”.

Lingua italiana pensi di essere un tipo fingitivo

Tra le parole antiche della lingua italiana ve ne sono alcune che, pur essendo oggi quasi completamente uscite dall’uso, conservano una notevole capacità di illuminare il modo in cui gli scrittori e i teorici del passato concepivano la letteratura. Fingitivo appartiene proprio a questa categoria. È un aggettivo antico, derivato dal verbo fingere, e significa «che è atto alla rappresentazione poetica». La definizione, apparentemente semplice, racchiude però una concezione importante dell’arte: la poesia non si limita a riprodurre ciò che esiste, ma possiede la facoltà di rappresentare, immaginare, costruire e dare forma anche a ciò che nella realtà non esiste.

Lingua italiana e linguaggio poetico

La voce fingitivo appartiene dunque al vocabolario della riflessione sulla poesia e sull’arte della rappresentazione. Non indica semplicemente qualcosa di «falso» o di «inventato», secondo un’accezione moderna che potrebbe facilmente essere associata al verbo fingere. Nel suo significato storico, invece, il termine mette in evidenza la capacità creativa della rappresentazione poetica. Ciò che è fingitivo è ciò che può essere costruito dall’immaginazione e trasformato in materia artistica.

La derivazione da fingere è particolarmente significativa. Il verbo latino fingere, da cui proviene l’italiano fingere, ha avuto nella storia linguistica e culturale una pluralità di significati collegati all’idea del modellare, formare, plasmare, e quindi anche dell’inventare e rappresentare. La stessa radice concettuale si ritrova in parole che indicano la costruzione di una forma. In questo senso, fingitivo non deve essere inteso esclusivamente come «menzognero» o «falso»: ciò che viene «finto» può essere anche ciò che l’artista costruisce attraverso l’immaginazione.

La documentazione riportata per la parola è particolarmente interessante perché la colloca esplicitamente nell’ambito della poesia. L’Anonimo Fiorentino, infatti, utilizza l’aggettivo in un passo nel quale analizza il valore poetico delle parole: «Chi masticherà le tue parole ch’elle vegnano ad esser digeste, essi s’avvedranno come ’l tuo parlare è poetico, e com’egli è attivo e di esempi fingitivo». L’espressione «di esempi fingitivo» presenta fingitivo come una qualità del parlare poetico. Il discorso poetico è capace di produrre esempi, immagini e rappresentazioni che consentono al lettore di comprendere e visualizzare ciò che viene detto.

L’idea contenuta nel passo è importante perché mostra che la poesia viene considerata non soltanto per la sua forma linguistica, ma anche per la sua capacità rappresentativa. Un parlare poetico è un parlare che costruisce immagini e situazioni. Il lettore non riceve semplicemente informazioni astratte: attraverso le parole viene condotto verso una rappresentazione. La poesia diventa quindi una forma di conoscenza mediata dall’immaginazione.

L’aggettivo fingitivo si collega perfettamente a questa concezione. La sua presenza permette di definire una caratteristica essenziale dell’arte poetica: la capacità di dare forma a ciò che non è immediatamente presente. Il poeta può rappresentare personaggi, azioni, luoghi, sentimenti e situazioni attraverso la parola. Può raccontare un mondo reale oppure costruire un mondo immaginario; in entrambi i casi, l’atto poetico comporta una forma di «finzione», cioè di elaborazione artistica.

Un’altra importante attestazione si trova in Anton Maria Salvini, che affronta in termini più esplicitamente teorici il rapporto tra poesia, imitazione e invenzione. Salvini scrive: «Adunque insegna la poetica doversi tra quelle arti annoverare, le quali si raggirano intorno alle cose, che realmente non sono…, le quali da lui son dette ora mimetiche, cioè imitatone, ora icastiche, cioè fingitive». Qui fingitive compare in relazione a «mimetiche» e «icastiche». Il passo inserisce dunque la parola in una riflessione sulle arti che hanno come oggetto anche cose che «realmente non sono».

È proprio questa opposizione tra ciò che esiste realmente e ciò che viene rappresentato dall’arte a rendere preziosa la parola. La poesia può occuparsi di realtà concrete, ma può anche costruire immagini di cose inesistenti. Il poeta può rappresentare un personaggio inventato, una situazione immaginaria o un evento che non è mai accaduto. Questo non rende necessariamente la poesia meno vera: la verità dell’opera può risiedere nella sua capacità di rappresentare esperienze, passioni e situazioni riconoscibili attraverso una costruzione immaginaria.

Il termine fingitivo si trova così al centro di una questione fondamentale della teoria letteraria: che cosa significa rappresentare? Se l’arte fosse soltanto una copia meccanica della realtà, non avrebbe bisogno di inventare forme, personaggi o situazioni. La poesia, invece, seleziona, organizza e trasforma ciò che osserva. Anche quando prende spunto dalla realtà, la sottopone a un processo creativo. Il poeta non fotografa il mondo: lo ricrea attraverso il linguaggio.

La parola è particolarmente interessante anche perché mostra quanto fosse articolato il lessico antico relativo alla poesia. Oggi ricorriamo generalmente a termini come poetico, rappresentativo, immaginativo, inventivo, mimetico o figurativo. Fingitivo, invece, concentrava in un solo aggettivo l’idea della capacità di rappresentare mediante la finzione poetica. La sua scomparsa dall’uso comune ha quindi comportato anche la perdita di una sfumatura lessicale particolarmente precisa.

Il contrario di dell’odierno “finto”

Non bisogna confondere, tuttavia, fingitivo con il moderno finto. Nel linguaggio contemporaneo, finto indica spesso qualcosa che non è autentico, che simula di essere ciò che non è, oppure una persona che assume atteggiamenti non sinceri. L’aggettivo antico ha invece un valore prevalentemente estetico e teorico. Una rappresentazione fingitiva non è necessariamente una falsificazione: è una rappresentazione costruita dall’artista. La differenza è fondamentale.

Anzi, proprio la derivazione da fingere consente di comprendere un aspetto profondo della creazione artistica. Fingere, nel senso originario legato alla formazione di una figura, significa dare forma. L’artista prende una materia — nel caso del poeta, le parole — e la organizza per costruire qualcosa che prima non esisteva in quella forma. La finzione diventa così una modalità della creazione.

Anche la letteratura moderna e contemporanea, pur senza utilizzare normalmente il termine fingitivo, continua a confrontarsi con questa idea. Un romanzo storico può inventare dialoghi e scene pur mantenendo uno sfondo documentario; una poesia può rappresentare una persona reale attraverso immagini che non costituiscono una descrizione fotografica; un’opera teatrale può mettere in scena personaggi inesistenti e, attraverso di essi, parlare di esperienze umane autentiche. In tutti questi casi agisce una facoltà che potrebbe essere definita, con la parola antica, fingitiva.

La fortuna limitata del vocabolo non significa quindi che il concetto sia scomparso. È scomparsa soprattutto la parola che lo designava con particolare precisione. La lingua italiana ha sostituito fingitivo con altre espressioni, distribuite però tra diversi termini. La capacità di creare immagini può essere definita immaginativa; quella di rappresentare, rappresentativa; quella di inventare, inventiva; quella di imitare, mimetica. Fingitivo riuniva in qualche misura queste dimensioni all’interno della tradizione teorica della poesia.

La parola è inoltre una testimonianza della ricchezza del rapporto tra lingua e teoria letteraria. I vocaboli utilizzati per descrivere la poesia non sono semplici etichette: riflettono spesso un modo di concepire l’arte. Nel caso di fingitivo, il centro dell’attenzione è la capacità del poeta di costruire rappresentazioni. La poesia non è soltanto parola ornamentale, ma attività creativa e conoscitiva.

Il passo dell’Anonimo Fiorentino e quello di Salvini mostrano due prospettive complementari. Nel primo, fingitivo caratterizza concretamente il parlare poetico, capace di offrire «esempi» e rappresentazioni. Nel secondo, il termine entra in una classificazione teorica delle arti e viene accostato alla nozione di «icastico». In entrambi i casi, la parola rimanda alla capacità dell’arte di produrre immagini e forme.

È significativo, infine, che l’aggettivo derivi proprio da fingere. La storia della parola dimostra quanto sia fuorviante identificare automaticamente la finzione con la falsità. La letteratura vive infatti di finzioni: inventa personaggi, situazioni e mondi per poter esprimere realtà che, in forma puramente concettuale, sarebbero forse impossibili da rappresentare con la stessa efficacia. La finzione può quindi essere uno strumento per conoscere la realtà, non soltanto un suo contrario.

Fingitivo è dunque una parola antica, oggi disusata, ma tutt’altro che priva di interesse. Significa «atto alla rappresentazione poetica» e conserva nella sua struttura l’idea di un’arte capace di creare forme attraverso l’immaginazione. Le attestazioni dell’Anonimo Fiorentino e di Salvini mostrano come il termine fosse inserito in una riflessione consapevole sulla natura della poesia e sulle arti della rappresentazione. La sua storia ci ricorda che le parole possono scomparire dall’uso quotidiano senza che scompaiano necessariamente le idee che esprimevano. E fingitivo continua a indicarci, con sorprendente precisione, una delle facoltà fondamentali della letteratura: trasformare ciò che non esiste ancora in un’immagine capace di esistere nella mente di chi legge.