Lingua italiana: il significato di “postergare”

18 Aprile 2026

"Postergare", un verbo della lingua italiana che ormai è praticamente caduto in disuso ma che sarebbe bello riscoprire e utilizzare.

Lingua italiana il significato di postergare

C’è qualcosa di nobile e insieme di inquietante nel verbo della lingua italiana postergare. Chi lo usa, di solito, lo fa con una certa consapevolezza: sa di stare scegliendo una parola rara, elevata, quasi solenne. Eppure il concetto che essa esprime è tra i più comuni dell’esperienza umana — il rimandare, il mettere in secondo piano, il sacrificare qualcosa a vantaggio di qualcos’altro.

Etimologia: le radici latine e uso nella lingua italiana

Postergare discende direttamente dal latino posterus, aggettivo che significa «che viene dopo», «successivo», «futuro». La radice è post, preposizione e avverbio che indica posizione nel tempo o nello spazio — letteralmente «dietro», «dopo». Da posterus derivano molte parole italiane: posteriore, posterità, postumo. Il verbo latino originario — da post + tergum (dorso, schiena) — significava letteralmente «mettere alle spalle», «volgere la schiena a qualcosa». Da questa immagine concreta e quasi fisica emerge tutto il valore semantico della parola: allontanare qualcosa da sé, relegarlo dietro di noi, nel tempo o nella scala di priorità.

L’immagine è potente: non si tratta semplicemente di «aspettare», ma di un gesto attivo di volgersi dall’altra parte, di lasciare qualcosa al proprio dorso mentre si procede in un’altra direzione. C’è dunque nella parola una componente di scelta deliberata che la distingue dalla mera attesa passiva.

Significato e usi

Nel suo uso più comune, postergare significa rimandare a un momento successivo, differire, procrastinare. Si può postergare una decisione, un appuntamento, un pagamento, un obbligo. Ma il verbo porta con sé anche un secondo significato, forse più ricco e sfumato: mettere in secondo piano, subordinare qualcosa a qualcos’altro, considerarlo di importanza inferiore. In questo secondo senso, si postergano i propri bisogni a quelli degli altri, il piacere al dovere, il particolare all’universale.

Questa doppia accezione — temporale e gerarchica — rende postergare un verbo straordinariamente versatile nel linguaggio formale e scritto. Si dice, per esempio, che un politico «posterghi l’interesse pubblico a quello privato», oppure che un progetto venga «postergato a data da destinarsi». Nel linguaggio giuridico e burocratico, la parola è di casa: si parla di crediti postergati, di clausole di postergazione, di diritti che vengono subordinati ad altri in caso di liquidazione di un’azienda.

«Non possiamo continuare a postergare le decisioni difficili: il tempo che guadagniamo oggi diventa il peso che porteremo domani.»

Un verbo raro, ma non arcaico

Postergare è classificato dai vocabolari come voce letteraria o formale, il che significa che raramente compare nel parlato quotidiano. Nessuno, in una conversazione fra amici, direbbe «ho postergato la telefonata». Si direbbe semmai: «ho rimandato la telefonata», oppure «l’ho spostata», «ho procrastinato». Ma questo non significa che la parola sia morta o puramente antiquaria. Nei testi giuridici, nelle relazioni accademiche, negli editoriali di qualità e nella prosa saggistica, postergare vive e prospera.

Va distinta dalla sua parente più popolare, procrastinare — anch’essa di origine latina (cras, «domani») — che ha conosciuto negli ultimi decenni una vera e propria rinascita, soprattutto grazie alla psicologia comportamentale. Postergare è più nobile, più neutro, meno connotato negativamente: mentre procrastinare evoca pigrizia, indecisione e ansia, postergare può anche descrivere una scelta saggia, una priorità ben ponderata.

La postergazione, intesa come scelta di rimandare o subordinare, è un tema che attraversa tutta la storia del pensiero filosofico. Già gli stoici distinguevano tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi — e nell’atto di postergare si nasconde spesso una riflessione implicita su questa distinzione. Marco Aurelio, nei Ricordi, torna più volte sull’urgenza di non differire. Il filosofo non condanna chi posticipa per saggezza, ma chi rimanda per paura o inerzia.

Nel pensiero etico moderno, postergare i propri interessi in favore di quelli altrui è spesso considerato un atto virtuoso — anzi, è alla base di molte teorie dell’altruismo e del sacrificio. L’etica della cura, sviluppata da filosofe come Carol Gilligan e Nel Noddings, valorizza la capacità di mettere in secondo piano le proprie priorità per rispondere ai bisogni di chi si ha di fronte. In questo senso, postergare diventa quasi sinonimo di generosità.

Sinonimi e parole vicine

Il campo semantico di postergare è ricco e articolato. Tra i sinonimi più vicini troviamo: differire (che insiste sulla separazione nel tempo), rimandare (più colloquiale, implica sempre un ritorno futuro), rinviare (spesso usato in contesti ufficiali e istituzionali), soprassedere (sospendere temporaneamente, astenersi dall’agire), subordinare (quando si tratta di collocare qualcosa a un livello gerarchicamente inferiore). Ciascuno di questi verbi ha sfumature proprie, e la scelta tra l’uno e l’altro rivela molto dello stile e dell’intenzione di chi scrive.

A livello contrario, postergare si oppone a verbi come anticipare, accelerare, privilegiare, anteporre — tutti termini che esprimono l’idea di portare avanti nel tempo o in alto nella scala delle priorità.

Un verbo per il nostro tempo

Viviamo in un’epoca ossessionata dall’urgenza. Le notifiche arrivano in tempo reale, le decisioni si prendono in fretta, la lentezza è spesso percepita come un difetto. In questo contesto, recuperare una parola come postergare — con la sua gravità, la sua precisione, la sua eco latina — è quasi un atto di resistenza culturale. Significa rivendicare il diritto di pensare prima di agire, di ordinare le priorità, di non cedere alla tirannia dell’immediato.

In fondo, chi sa postergare saggiamente — non per paura, non per pigrizia, ma per scelta consapevole — dimostra una forma di intelligenza che va ben oltre il mero gestire il tempo. Mostra di aver capito che non tutto ha la stessa importanza, che alcune cose valgono l’attesa, e che voltare la schiena al superfluo è spesso il modo migliore per tendere le mani a ciò che davvero conta.

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