Tra le parole della lingua italiana ormai cadute nell’uso comune, ma ancora capaci di restituire con grande efficacia un intero mondo storico e culturale, c’è crimenlese, forma rara e letteraria che indica propriamente il delitto di lesa maestà e, per estensione, una colpa grave, soprattutto quando essa viene commessa contro un’autorità, un sovrano, un’istituzione o una persona investita di particolare prestigio.
È una parola che oggi può apparire singolare persino nella sua struttura grafica, tanto da sembrare quasi un’espressione composta più che un vocabolo autonomo. La sua storia, però, permette di osservare un fenomeno molto interessante della lingua italiana: la capacità di incorporare nel proprio lessico formule di origine latina e giuridica, adattandole all’uso letterario e trasformandole progressivamente in espressioni ironiche, figurate o polemiche.
Dal latino alla lingua italiana
Il significato originario di crimenlese va ricondotto all’idea di lesa maestà, cioè a un’offesa o a un attentato rivolto contro la persona del sovrano o contro la dignità e l’autorità dello Stato. La parola si collega dunque a un’antica concezione del potere politico nella quale la figura del principe rappresentava in maniera quasi personale l’ordine dello Stato. Offendere il sovrano non significava semplicemente commettere un’offesa privata: equivaleva a colpire l’autorità costituita e, attraverso essa, l’intera struttura politica. Il carattere particolarmente grave del delitto spiega perché la nozione di crimen laesae maiestatis abbia avuto una lunga storia nel diritto europeo e sia poi entrata nella lingua della cultura, della politica e della letteratura.
Dal punto di vista formale, crimenlese nasce proprio dalla fusione e dall’adattamento di elementi appartenenti alla locuzione latina crimen laesae maiestatis, cioè «delitto di lesa maestà». Nel passaggio alla lingua italiana la complessa espressione latina viene progressivamente condensata in una forma più breve, crimen lese o crimenlese. Questa particolare configurazione testimonia il forte prestigio che il latino giuridico conservò per secoli nella lingua italiana. Termini e formule provenienti dalla tradizione latina potevano essere mantenuti quasi nella loro forma originaria, ma contemporaneamente adattati alla fonetica, alla grafia e alla sintassi dell’italiano. Il risultato è una parola che conserva una forte impronta dotta e che, proprio per questo, appare oggi distante dalla lingua quotidiana.
La documentazione letteraria permette di comprendere bene come crimenlese non fosse necessariamente utilizzato soltanto nel significato strettamente giuridico. Già gli esempi ricordati mostrano infatti una progressiva estensione semantica. In Lippi, per esempio, la parola compare in un contesto nel quale il delitto di lesa maestà viene presentato come una vera e propria macchinazione politica: la «canaglia» partecipa al «delitto in crimenlese» per allontanare Celidora dal Regno. Il vocabolo conserva qui una chiara connotazione politica e indica un comportamento rivolto contro l’autorità e l’ordine costituito.
In Fagiuoli, invece, il termine assume un tono decisamente più teatrale e comico. Un contadino viene definito «un crimenlese» perché si è comportato in maniera temeraria e impertinente, ha mancato di rispetto e non vuole pagare i propri debiti al tribunale. È evidente che in questo caso non siamo di fronte necessariamente a un delitto di lesa maestà in senso tecnico. La parola viene utilizzata come una sorta di etichetta iperbolica: il comportamento dell’uomo è talmente insolente da poter essere scherzosamente assimilato a un attentato contro l’autorità. L’effetto nasce proprio dal contrasto fra la gravità solenne della parola e la relativa banalità della situazione concreta.
Questo meccanismo di iperbole e ironizzazione è particolarmente importante per comprendere la vitalità letteraria di crimenlese. Una parola nata in un ambito estremamente serio, quello del diritto e della sovranità, può essere trasferita in contesti più quotidiani per definire una semplice insolenza o una violazione grave di una regola. È un procedimento molto comune nella storia della lingua: termini originariamente tecnici o solenni vengono riutilizzati in senso figurato e diventano strumenti espressivi. Il valore di crimenlese non dipende quindi soltanto dalla sua definizione denotativa, ma anche dalla solennità che il vocabolo porta con sé.
L’esempio di A. Casotti è particolarmente significativo proprio per la dimensione giocosa. Il testo parla di un «crimen lese» come di un «uovo fresco», non di gallina, ma di un «susurrone» che ha avuto l’ardire di parlare in modo irriverente alla regina. Anche qui il termine viene applicato a un atto di insolenza verbale. L’offesa contro la sovrana diventa una sorta di piccolo «delitto di lesa maestà» linguistico. La grandezza dell’espressione rispetto all’azione descritta produce un effetto comico e dimostra come il vocabolo potesse essere impiegato per costruire una precisa tonalità stilistica.
Anche Casti utilizza crimenlese in un contesto nel quale il termine assume una funzione prevalentemente morale e politica. Alcune libertà vengono giudicate colpevoli di «crimenlese». La parola mantiene la propria forza accusatoria, ma viene impiegata in maniera più ampia: non si tratta necessariamente di descrivere una fattispecie giuridica nel senso più rigoroso, bensì di qualificare come gravemente colpevole un comportamento ritenuto offensivo nei confronti dell’autorità o dell’ordine costituito.
Particolarmente interessante è infine l’esempio di Botta, dove crimenlese viene accostato all’espressione «caso di stato». Qui il vocabolo ritorna a un contesto politico vero e proprio: viene considerata una colpa gravissima l’introduzione di soldati stranieri nei domini britannici senza il consenso del Parlamento. La parola conserva quindi la sua capacità di indicare un atto che coinvolge direttamente i rapporti fra potere, autorità e istituzioni. È un esempio che mostra bene la continuità fra il significato storico del termine e i suoi successivi impieghi letterari.
La storia di crimenlese è dunque anche la storia di una parola del potere. Nella sua origine si trova una concezione della sovranità nella quale la dignità del principe assume un’importanza fondamentale. Il delitto di lesa maestà non riguarda infatti una semplice persona privata: riguarda il rappresentante dell’autorità politica e, di conseguenza, l’ordine stesso dello Stato. Per questo il termine ha assunto per lungo tempo una forte carica simbolica. Pronunciare o scrivere crimenlese significava evocare un universo fatto di monarchia, tribunali, autorità, sudditi, ribellione e punizione.
Nel corso del tempo, tuttavia, proprio la distanza fra questa origine solenne e gli usi concreti della lingua ha favorito la figurativizzazione della parola. Dire che una persona ha commesso un crimenlese può significare, in senso esteso, che ha compiuto una colpa molto grave o un atto di straordinaria insolenza. L’iperbole è evidente soprattutto quando il termine viene utilizzato in contesti comici o quotidiani. In questo senso crimenlese si avvicina ad altre parole ed espressioni che hanno conservato una coloritura solenne proprio mentre il loro significato si allontanava dall’originario ambito tecnico.
È interessante anche osservare la grafia. La forma crimenlese, tutta unita, può essere percepita dall’italiano contemporaneo come insolita perché conserva visibilmente l’impronta di una locuzione latina. La grafia riflette il processo di lessicalizzazione: ciò che in origine era una sequenza di parole viene percepito come un’unità lessicale. Accanto alla forma unita sono naturalmente documentate anche grafie separate, come crimen lese, che rendono più evidente il rapporto con la locuzione originaria. Questa oscillazione grafica è significativa perché mostra un vocabolo ancora fortemente legato alla propria origine colta e latina.
“Crimenlese” oggi
Oggi crimenlese appartiene soprattutto al lessico raro, storico e letterario. Non è una parola che appartenga alla comunicazione quotidiana e, per indicare il concetto in un italiano moderno, si ricorre normalmente a lesa maestà, delitto di lesa maestà, oppure, in senso figurato, a espressioni come grave offesa, atto di estrema insolenza o colpa gravissima. Tuttavia, proprio la sua rarità può renderla preziosa in determinati contesti: in un testo storico, in una ricostruzione d’epoca o in una narrazione ironica, crimenlese può evocare con una sola parola tutto il peso solenne dell’autorità offesa.
La parola conserva quindi una particolare forza espressiva perché appartiene a quella categoria di vocaboli nei quali storia linguistica e storia culturale si intrecciano profondamente. In crimenlese troviamo il latino del diritto, la tradizione monarchica europea, la lingua politica, la letteratura teatrale e satirica e, infine, l’uso figurato che trasforma un gravissimo delitto contro la sovranità in una formula utilizzabile anche per una semplice insolenza.
La sua evoluzione mostra ancora una volta che le parole non sono elementi immobili del vocabolario: cambiano insieme alle società che le utilizzano, conservano tracce dei mondi dai quali provengono e possono assumere nuovi significati quando vengono trasferite in contesti differenti. Crimenlese, oggi raro e quasi antiquario, resta così una piccola ma significativa testimonianza della capacità dell’italiano di trasformare una formula giuridica di origine latina in una parola letteraria dotata di ironia, solennità e forte valore evocativo.

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