La lingua italiana è ricca di espressioni idiomatiche che, pur essendo utilizzate ancora oggi, affondano le loro radici nella grande letteratura del passato. Una di queste è la locuzione “fare il sacripante”, che indica il comportamento di chi si atteggia a uomo coraggioso, forte e temibile, ma spesso con un’evidente dose di ostentazione, spavalderia o smargiasseria. Dietro questa espressione si nasconde una storia affascinante che conduce direttamente ai poemi cavallereschi del Rinascimento e a uno dei personaggi più celebri dell’epica italiana: Sacripante, re dei Circassi, protagonista dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo e dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto.
Locuzioni della lingua italiana nate dai poemi cavallereschi
La parola sacripante, oggi utilizzata come sostantivo comune, nasce infatti come nome proprio. La sua prima attestazione come termine lessicale risale al Seicento, ma la figura da cui deriva era già ben nota ai lettori del Quattrocento e del Cinquecento. Sacripante è uno dei cavalieri pagani che partecipano alle grandi vicende narrate da Boiardo e successivamente riprese da Ariosto. È un sovrano valoroso, dotato di forza e coraggio, ma anche caratterizzato da un temperamento impetuoso, da una forte inclinazione all’orgoglio e da un comportamento spesso teatrale.
Come accade frequentemente nella storia delle lingue, il nome di un personaggio letterario ha finito per trasformarsi in un sostantivo comune. Si tratta di un fenomeno linguistico molto diffuso, noto come antonomasia, attraverso il quale un nome proprio diventa il simbolo di una determinata caratteristica. Così come diciamo “un don Giovanni” per indicare un seduttore o “un mecenate” per riferirci a un protettore delle arti, allo stesso modo un sacripante è diventato l’emblema dell’uomo forte, spaccone e incline a esibire la propria sicurezza.
Il significato originario del termine era prevalentemente positivo. Sacripante era infatti un cavaliere coraggioso, un guerriero valoroso che affrontava il combattimento con determinazione. Con il passare del tempo, tuttavia, la parola ha progressivamente assunto una sfumatura ironica. Oggi, quando si dice che qualcuno “fa il sacripante”, difficilmente si vuole elogiarne il coraggio autentico. Più spesso si sottolinea il suo atteggiamento esageratamente baldanzoso, la tendenza a ostentare forza, sicurezza e superiorità anche quando non ve ne sarebbe motivo.
La locuzione “fare il sacripante” appartiene dunque al linguaggio figurato. Non descrive tanto una qualità reale quanto un comportamento. Chi fa il sacripante tende a parlare con tono arrogante, a mostrarsi impavido davanti agli altri, a esagerare le proprie capacità o a cercare di intimidire gli interlocutori attraverso atteggiamenti teatrali. La componente della recita è fondamentale: spesso il sacripante appare più interessato a sembrare coraggioso che a esserlo davvero.
Naturalmente questo non significa che il termine implichi necessariamente codardia. Uno smargiasso può anche essere realmente coraggioso. Ciò che la parola mette in evidenza è soprattutto la dimensione dell’ostentazione. Il sacripante ama attirare l’attenzione, mettersi al centro della scena e costruire intorno a sé un’immagine di invincibilità.
Per questo motivo il secondo significato registrato nei principali dizionari italiani è proprio “spaccone, smargiasso”. La lingua ha progressivamente privilegiato questa accezione, che oggi rappresenta l’uso più frequente del vocabolo. Se si dice, ad esempio, «Al lavoro fa sempre il sacripante, ma poi si tira indietro davanti alle difficoltà», si vuole sottolineare il contrasto tra le parole e i fatti, tra l’apparenza e la sostanza.
Esiste però anche un’altra sfumatura, oggi meno comune ma ancora presente nell’uso. Sacripante può indicare una persona furba e scaltra, capace di cavarsela con abilità nelle situazioni più complicate. In questo caso il termine assume un valore quasi scherzoso e può essere pronunciato persino con una certa simpatia. Dire a qualcuno «Sei proprio un sacripante!» può significare riconoscerne l’astuzia o l’abilità nel trovare soluzioni ingegnose.
Ancora più curiosa è la funzione interiettiva della parola. L’esclamazione «Sacripante!» veniva usata soprattutto nel linguaggio familiare per esprimere sorpresa, irritazione o disappunto. Un esempio tipico potrebbe essere: «Sacripante! Mi hanno rubato il portafoglio!». Oggi questo uso è piuttosto raro e possiede un sapore decisamente antiquato, ma testimonia la grande diffusione che il termine ebbe nei secoli passati.
Esiste infine un significato letterario ormai quasi scomparso, nel quale il sacripante è colui che assume atteggiamenti volutamente provocatori, anticonformisti e ostentatamente ribelli. Anche questa accezione deriva probabilmente dalla figura del cavaliere impetuoso e indipendente descritta nei poemi rinascimentali.
Dal punto di vista etimologico, il nome Sacripante ha origini ancora discusse. Gli studiosi ritengono che Boiardo lo abbia probabilmente creato combinando elementi fonetici capaci di evocare forza, imponenza e carattere guerriero, secondo una pratica molto diffusa nella letteratura cavalleresca. I nomi dei cavalieri erano infatti spesso costruiti per suggerire immediatamente il temperamento del personaggio, ancora prima che questi entrasse in azione.
Come la letteratura, da sempre, modella la quotidianità
L’evoluzione semantica della parola rappresenta un esempio particolarmente interessante di come la letteratura influenzi il lessico quotidiano. Molti personaggi dei grandi poemi italiani hanno lasciato tracce permanenti nella lingua. Pensiamo a Orlando come simbolo dell’eroe, ad Angelica come sinonimo di donna bellissima, oppure a Rodomonte, il cui nome ha dato origine all’aggettivo “rodomontesco”, riferito a chi si vanta esageratamente delle proprie imprese. In modo analogo, Sacripante ha donato all’italiano una parola che continua a essere perfettamente comprensibile anche a chi non abbia mai letto Boiardo o Ariosto.
La fortuna di questa espressione dimostra quanto la letteratura rinascimentale abbia contribuito a modellare il patrimonio fraseologico italiano. Molte locuzioni che oggi consideriamo spontanee o naturali nascono in realtà da opere che per secoli hanno rappresentato letture fondamentali nella formazione culturale degli italiani. I protagonisti dei poemi cavallereschi erano figure familiari quanto oggi possono esserlo i personaggi del cinema o delle serie televisive. Era quindi naturale che i loro nomi diventassero punti di riferimento per descrivere comportamenti e caratteri.
Nel linguaggio contemporaneo “fare il sacripante” mantiene un tono leggermente ironico. Difficilmente viene utilizzato in contesti formali; è più frequente nella conversazione, nella narrativa e nella lingua giornalistica quando si vuole descrivere con vivacità un atteggiamento spaccone. La locuzione conserva una certa eleganza proprio perché richiama un patrimonio culturale antico senza risultare incomprensibile al lettore moderno.
È interessante osservare come il significato attuale privilegi soprattutto la componente psicologica. Il sacripante non è definito dalla sua forza fisica, ma dal modo in cui sceglie di presentarsi agli altri. L’espressione descrive una forma di teatralità sociale, il bisogno di apparire sempre sicuri, dominanti e invulnerabili. In questo senso la parola continua a essere sorprendentemente attuale, perché la tendenza a costruire un’immagine pubblica di sé, spesso più forte della realtà, è una caratteristica presente in ogni epoca.
La locuzione “fare il sacripante” rappresenta uno splendido esempio dell’incontro tra letteratura e lingua viva. Nata dal nome di un cavaliere dell’epica rinascimentale, essa ha attraversato oltre cinque secoli di storia linguistica trasformandosi in un’espressione idiomatica capace di descrivere con precisione e ironia un determinato atteggiamento umano.
Dal valoroso re dei Circassi raccontato da Boiardo e Ariosto allo spaccone della conversazione quotidiana, il percorso della parola testimonia la straordinaria vitalità del lessico italiano, nel quale i grandi personaggi della letteratura continuano ancora oggi a vivere, non più soltanto tra le pagine dei poemi, ma anche nelle espressioni che utilizziamo per raccontare la realtà di ogni giorno.
