Nella grammatica e lingua italiana i prenomi, cioè i nomi propri di persona come Marco, Anna, Giovanni, Maria, Paolo, presentano un comportamento particolare rispetto ai nomi comuni: normalmente vengono usati senza articolo determinativo. Si dice infatti «Marco è partito», «Anna ha telefonato», «Giovanni vive a Roma», «Maria è arrivata ieri», mentre l’inserimento dell’articolo davanti al nome proprio, almeno nell’italiano comune e sorvegliato, non rappresenta la costruzione neutra. Questa caratteristica distingue il prenome dal nome comune e deriva dalla sua stessa funzione: il nome proprio individua una persona determinata senza aver bisogno di un elemento che ne specifichi ulteriormente l’identità.
Quando diciamo «Marco è partito», il prenome Marco è già sufficiente a individuare, nel contesto, la persona di cui stiamo parlando; aggiungere il non è normalmente necessario. Lo stesso principio vale, secondo la tradizione grammaticale, anche per i nomi propri degli animali. Se un cavallo si chiama Baiardo, si può dire «Questo è certo Baiardo, io lo riconosco»; se un cane si chiama Melampo, si può dire «E Melampo faceva proprio così?». Anche in questi casi il nome proprio assolve direttamente alla funzione identificativa e non richiede normalmente l’articolo.
Una definizione della lingua italiana che ci arriva direttamente dal latino
La regola, tuttavia, non è assoluta. Il comportamento del prenome cambia quando il nome viene accompagnato da una specificazione, da un attributo o viene utilizzato con una particolare intenzione espressiva. È questo uno degli aspetti più interessanti della grammatica dei nomi propri: l’articolo può comparire quando il prenome non viene più presentato semplicemente come il nome di una persona, ma viene inserito in una costruzione che lo qualifica, lo caratterizza o lo trasforma in un elemento dotato di particolare valore espressivo.
Si possono quindi incontrare espressioni come «il buon Titiro», «la buona Agnese», «ieri ho rivisto la Franca dei suoi giorni migliori». In questi esempi l’articolo contribuisce a costruire una rappresentazione particolare della persona nominata. Non abbiamo più il semplice «Titiro» o «Agnese», ma una persona considerata attraverso una determinata qualità o attraverso una fase della sua esistenza. Il prenome viene così accompagnato da una caratterizzazione che rende naturale la presenza dell’articolo.
Un fenomeno analogo si osserva quando il nome proprio viene utilizzato per identificare non semplicemente una persona, ma una determinata fase, immagine o produzione legata a quella persona. L’esempio «il Virgilio dell’Eneide è ben diverso dal poeta delle Bucoliche» mostra chiaramente questo meccanismo. Virgilio non indica qui semplicemente l’individuo storico, ma il Virgilio considerato in relazione alla sua opera e, quindi, a una particolare dimensione della sua produzione poetica. L’articolo contribuisce a trasformare il nome proprio in una designazione caratterizzata: «il Virgilio dell’Eneide» significa, in sostanza, la figura di Virgilio quale emerge nell’Eneide, distinta da quella associata alle Bucoliche. L’articolo diventa dunque un elemento che aiuta a costruire una particolare interpretazione del nome proprio.
Esistono inoltre formule ormai cristallizzate nelle quali il prenome è accompagnato dall’articolo e da un attributo. È il caso di espressioni come «Guglielmo il Buono», «Ugo II il Grande», «Attila il Fello». In costruzioni di questo tipo l’articolo non è semplicemente un’aggiunta facoltativa al nome, ma fa parte di una struttura tradizionale nella quale il nome viene accompagnato da un epiteto destinato a distinguerlo e a caratterizzarlo. Il modello è particolarmente evidente nei nomi di sovrani, personaggi storici e figure celebri: l’appellativo diventa quasi una seconda componente del nome. «Il Grande», «il Buono» o altri epiteti analoghi non hanno soltanto una funzione descrittiva, ma contribuiscono all’identificazione stessa del personaggio all’interno della tradizione storica.
Particolare attenzione merita poi la differenza tra prenomi maschili e femminili. Nell’italiano comune i prenomi maschili non presentano normalmente l’articolo determinativo. Si dice quindi «Marco è arrivato», «Luigi ha telefonato», «Giovanni è partito», non «il Marco», «il Luigi», «il Giovanni». L’uso dell’articolo davanti ai prenomi maschili è invece caratteristico soprattutto dell’italiano regionale settentrionale. Si possono quindi incontrare, nel parlato di determinate aree, forme come «il Marco» o «il Giovanni».
Questo uso può inoltre essere riprodotto consapevolmente dagli scrittori quando vogliono imitare il parlato di una determinata zona geografica o conferire a un personaggio una precisa caratterizzazione linguistica. La presenza dell’articolo davanti al prenome maschile non deve dunque essere considerata semplicemente un errore: in determinati contesti rappresenta una caratteristica regionale o stilistica, mentre nell’italiano comune non marcato resta estranea alla norma tradizionale.
L’articolo compare invece normalmente davanti ai soprannomi e ai nomi che vengono utilizzati come soprannomi. Si pensi a «il Tegghiaio» in Dante o a «il Griso» nei Promessi sposi. In questi casi il nome non funziona esattamente come un prenome individuale neutro: è diventato un appellativo, spesso dotato di una particolare connotazione, e l’articolo costituisce parte integrante della denominazione. Il passaggio dal semplice nome proprio al soprannome modifica dunque anche il comportamento grammaticale. Lo stesso fenomeno riguarda alcuni etnici che nell’antica tradizione potevano designare artisti: «il Veronese», «il Perugino», «lo Spagnoletto», «il Grechetto». In queste forme l’articolo segnala una denominazione ormai stabilizzata e distinta dal semplice prenome.
Un altro caso significativo è rappresentato dall’uso metonimico dei nomi propri. Un nome di persona può essere utilizzato per indicare qualcosa che è strettamente associato a quella persona. Così, nell’espressione «il Dante di Foligno del 1472», il nome Dante non indica direttamente il poeta, ma l’edizione della Commedia stampata a Foligno nel 1472. Analogamente, «l’Ernani della prossima stagione» può indicare l’opera di Verdi intitolata Ernani, e non il personaggio o il semplice titolo considerato astrattamente. L’articolo rende evidente questo passaggio: il nome proprio viene reinterpretato come denominazione di un’opera, di un’edizione, di una rappresentazione o, più in generale, di qualcosa che porta quel nome.
Il comportamento dei prenomi femminili è ancora più articolato. I nomi propri femminili possono infatti essere preceduti dall’articolo in un registro familiare e affettivo. Forme come «la Maria», «la Franca», «la Nena» sono particolarmente caratteristiche di alcune aree regionali, soprattutto della Toscana e dell’Italia settentrionale, ma sono documentate anche in scrittori appartenenti ad altre zone.
L’articolo, in questi casi, contribuisce a dare al nome una particolare familiarità, rendendolo più vicino al linguaggio quotidiano e affettivo. È significativo che questo uso abbia una lunga storia nel toscano: Dante stesso fa dire a Pia de’ Tolomei, nel Purgatorio, «Ricorditi di me, che son la Pia». La presenza dell’articolo davanti a Pia non va quindi interpretata come un fenomeno esclusivamente moderno o popolare, perché ha radici antiche nella tradizione linguistica toscana.
Nell’italiano contemporaneo l’uso dell’articolo davanti ai prenomi femminili rimane particolarmente frequente con gli ipocoristici, cioè le forme abbreviate o affettuose dei nomi propri. Sono nomi come Titti, Lella, Pina, Gina, Nini, spesso usati per indicare persone all’interno di una dimensione familiare o confidenziale. In questi casi l’articolo rafforza proprio il valore affettivo e colloquiale della denominazione. La costruzione «la Titti», per esempio, presenta la persona in un modo diverso rispetto al semplice «Titti»: il nome appare inserito in una relazione comunicativa più familiare.
Varianti diatopiche
Occorre infine distinguere questi usi espressivi, regionali o tradizionali dalla denominazione dei personaggi storici, mitologici e letterari. Nomi come Elena, Griselda o Mimì, quando vengono utilizzati nella loro funzione propriamente nominale, normalmente non richiedono l’articolo: «Elena fu all’origine della guerra di Troia», «la novella di Griselda conclude il Decameron», «Mimì nella Bohème è un soprano». L’assenza dell’articolo permette di mantenere il nome nella sua funzione propria di identificatore individuale. L’articolo, invece, può comparire quando interviene una particolare qualificazione o quando il nome assume un valore diverso, per esempio metaforico, metonimico, soprannominale o regionale.
Il sistema dei prenomi mostra dunque quanto sia riduttivo considerare l’articolo davanti al nome proprio come una semplice questione di «correttezza» o «scorrettezza». La regola generale dell’italiano comune è chiara: con i prenomi l’articolo normalmente manca. Ma la lingua possiede numerose situazioni nelle quali questa regola viene modificata per ragioni sintattiche, semantiche, stilistiche, affettive o regionali. «Marco è partito» e «la Maria è arrivata» non sono semplicemente due frasi equivalenti con una diversa scelta dell’articolo: appartengono potenzialmente a registri e tradizioni linguistiche differenti.
Allo stesso modo, «Virgilio» e «il Virgilio dell’Eneide» non identificano esattamente la stessa realtà linguistica, perché nel secondo caso il nome viene interpretato attraverso una precisa caratterizzazione. La grammatica dei prenomi diventa così un osservatorio privilegiato sulle possibilità dell’italiano: dietro una piccola parola come l’articolo si nascondono infatti differenze di registro, area geografica, familiarità, storia linguistica e intenzione espressiva. Proprio per questo lo studio dei nomi propri non riguarda soltanto una regola apparentemente semplice, ma rivela il modo in cui la lingua adatta le proprie strutture alle diverse esigenze della comunicazione.

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