Lingua italiana: conosci qualcuno che dice “bracherie”?

La storia della lingua italiana è costellata di parole che, pur essendo state un tempo vive e utilizzate da scrittori, poeti e uomini di cultura, sono gradualmente uscite dall’uso comune fino a diventare autentiche rarità lessicali. Tra queste merita di essere riscoperta bracheria, un sostantivo femminile oggi classificato come antico e spesso accompagnato dall’indicazione di…

Lingua italiana conosci qualcuno che dice tante bracherie

La storia della lingua italiana è costellata di parole che, pur essendo state un tempo vive e utilizzate da scrittori, poeti e uomini di cultura, sono gradualmente uscite dall’uso comune fino a diventare autentiche rarità lessicali. Tra queste merita di essere riscoperta bracheria, un sostantivo femminile oggi classificato come antico e spesso accompagnato dall’indicazione di uso scherzoso. Il suo significato è semplice ma espressivo: chiacchiera, ciarla, discorso inconsistente, inezia, fandonia.

Sebbene oggi sia praticamente sconosciuta ai più, questa parola conserva un notevole interesse linguistico e storico, poiché testimonia la ricchezza del lessico italiano e la straordinaria varietà di termini con cui, nel corso dei secoli, sono stati descritti i discorsi inutili, le parole vuote e le conversazioni prive di sostanza.

Un vocabolo della lingua italiana ormai dimenticato

I principali repertori storici della lingua registrano bracheria come un termine ormai desueto. Chi lo incontra per la prima volta potrebbe addirittura pensare a una parola dialettale oppure a un errore di trascrizione. In realtà si tratta di un vocabolo autenticamente italiano, documentato nella tradizione letteraria e lessicografica.

Il significato fondamentale è quello di chiacchiera futile, ciarla, discorso inconsistente, ma anche inezia, cioè una questione di scarsissima importanza.

Quando si definisce qualcosa una bracheria, si intende dire che non merita attenzione perché consiste soltanto in parole prive di valore, osservazioni banali o discussioni inconcludenti.

Non si tratta quindi semplicemente di una conversazione, ma di un parlare giudicato inutile, superficiale o addirittura fastidioso.

L’origine della parola

L’etimologia di bracheria è particolarmente curiosa.

Il termine deriva infatti da braca, voce oggi quasi completamente scomparsa dall’italiano corrente. In questo caso braca non va confusa con il più noto significato di “calzoni”, presente in altre tradizioni linguistiche, ma rappresenta una base lessicale dalla quale si è formato un gruppo di parole collegate all’idea del parlare a vuoto, del ciarlare e del dire sciocchezze.

Il suffisso -eria, molto produttivo nella lingua italiana, contribuisce a trasformare la radice in un nome astratto che indica il complesso delle chiacchiere o l’insieme delle futilità.

Lo stesso suffisso compare in moltissime altre parole della nostra lingua:

buffoneria;
scioccheria;
furberia;
fanfaroneria.

In tutti questi casi esso designa un comportamento caratteristico oppure un insieme di azioni riconducibili a una determinata qualità.

Così anche bracheria finisce per indicare l’insieme delle parole inutili, delle chiacchiere inconsistenti e delle osservazioni prive di valore, come spesso capita a chi, pur non avendo mai aperto un libro in vita sua, ci cimenta in citazioni di grandi autori, italiani e non, sbagliandole, banalizzandole e, senza dubbio, non capendole, facendo rigirare nella tomba i poveri autori e facendo inorridire chi studia davvero.

La testimonianza letteraria

Uno degli esempi più significativi dell’uso della parola compare nelle opere di Giovanni Franceso Bini, che scrive:

«E se alcun fia, che ne dica altrettanto / nel Concilio avvenir, se sarà vero, / tutte este bracherie staran da canto.»

In questo passo il significato risulta piuttosto evidente. Le bracherie rappresentano tutte le discussioni inutili, le parole prive di fondamento e le polemiche destinate a scomparire di fronte alla verità dei fatti.

L’autore utilizza il termine con una certa ironia, quasi liquidando come semplici chiacchiere tutto ciò che fino a quel momento aveva alimentato il dibattito. È proprio questa sfumatura ironica a caratterizzare spesso il vocabolo.

Chiacchiere, ciarle e inezie

I dizionari propongono diversi sinonimi di bracheria, ciascuno dei quali mette in luce una diversa sfumatura del termine. Il primo è chiacchiera. Una chiacchiera può essere semplicemente una conversazione leggera, ma può anche assumere il significato di discorso frivolo o inconsistente. Ancora più vicino è il termine ciarla. La ciarla implica infatti un parlare continuo, spesso superficiale e inconcludente. Chi ciarla parla molto ma comunica poco. Infine troviamo inezia, parola che sottolinea soprattutto la scarsa importanza dell’argomento trattato. Una bracheria può quindi essere tanto una discussione inutile quanto una questione irrilevante sulla quale si perde inutilmente tempo.

Un lessico ricchissimo per indicare il parlare inutile

La presenza di parole come bracheria dimostra quanto la lingua italiana sia ricca di vocaboli destinati a descrivere il fenomeno del parlare senza costrutto.

Accanto a essa troviamo infatti:

ciancia;
ciarla;
vaniloquio;
fandonia;
fanfaluca;
baggianata;
corbelleria;
sciocchezza;
panzana;
bubbola;
sproposito.

Ognuno di questi termini possiede sfumature proprie. Una fandonia è generalmente una bugia. Una baggianata indica un’affermazione sciocca. Un vaniloquio consiste in un parlare privo di senso. La bracheria, invece, insiste soprattutto sull’inconsistenza complessiva del discorso, sul suo essere fatto di parole che non conducono a nulla.

Fin dall’antichità gli uomini hanno attribuito enorme importanza alla parola. Parlare bene significava persuadere, insegnare, amministrare la giustizia, governare e tramandare il sapere. Di conseguenza si è sviluppato anche un ricchissimo vocabolario destinato a distinguere il parlare efficace dal parlare inutile. Le lingue romanze, e l’italiano in particolare, possiedono decine di termini che classificano le diverse forme del discorso improduttivo. La presenza di bracheria all’interno di questo patrimonio lessicale rappresenta un’ulteriore testimonianza della finezza con cui la nostra tradizione linguistica ha osservato i comportamenti comunicativi.

Una parola scherzosa

I dizionari qualificano spesso bracheria come voce scherzosa. Questo significa che il termine veniva utilizzato soprattutto per ridimensionare con ironia ciò che qualcun altro stava dicendo. Immaginiamo una lunga discussione piena di dettagli insignificanti. Un interlocutore avrebbe potuto interrompere tutto con un’espressione del tipo:

«Sono tutte bracherie.»

La parola avrebbe immediatamente comunicato l’idea che l’intero discorso fosse composto soltanto da inutili chiacchiere. Il tono non sarebbe stato necessariamente offensivo. Anzi, proprio il carattere antiquato del vocabolo contribuiva probabilmente a renderlo più spiritoso.

L’evoluzione della lingua

Come accade per molte parole antiche, anche bracheria è stata progressivamente sostituita da vocaboli più semplici e trasparenti.

Oggi diremmo molto più facilmente:

sono chiacchiere;
sono sciocchezze;
sono fandonie;
sono tutte parole.

L’economia linguistica tende infatti a privilegiare i termini più frequenti e immediatamente comprensibili. Le parole rare finiscono spesso per sopravvivere soltanto nei testi letterari o nei grandi dizionari storici. Ciò non significa però che abbiano perso ogni interesse. Anzi, il loro studio permette di comprendere meglio la storia della lingua e la ricchezza espressiva delle epoche passate.

Un piccolo tesoro lessicale

Dal punto di vista stilistico, bracheria possiede una sonorità vivace e quasi giocosa. La successione delle consonanti br e ch produce un effetto fonico energico, che sembra quasi imitare il brusio confuso delle chiacchiere. Non è raro che molte parole destinate a indicare il parlare inconsistente abbiano una componente espressiva molto marcata.

Si pensi a termini come:

cianciare;
blaterare;
borbottare;
balbettare.

Anche il suono contribuisce a evocare il significato. In questo senso bracheria appartiene a quella parte del lessico nella quale la forma fonetica e il contenuto semantico sembrano rafforzarsi reciprocamente.

Una parola che merita di essere ricordata

È improbabile che bracheria torni a essere utilizzata nella lingua quotidiana. Tuttavia la sua riscoperta offre l’occasione per riflettere sull’immenso patrimonio lessicale dell’italiano. Molte parole antiche non sono soltanto curiosità filologiche. Esse raccontano il modo in cui le generazioni precedenti osservavano il mondo, classificavano i comportamenti umani e attribuivano valore alle parole. Nel caso di bracheria, emerge una sottile ironia verso tutto ciò che consiste in discorsi vuoti, polemiche sterili e questioni prive di reale importanza.

La parola bracheria, oggi quasi dimenticata, rappresenta un piccolo ma significativo esempio della ricchezza della lingua italiana. Con il significato di chiacchiera, ciarla, discorso inconsistente o inezia, essa appartiene a quel vasto gruppo di vocaboli che descrivono il parlare inutile e le parole prive di sostanza. Derivata dall’antica voce braca e formata mediante il suffisso -eria, ha trovato spazio nella letteratura con un valore spesso ironico e scherzoso, come dimostra l’esempio di Tommaso Bini.

Pur essendo ormai uscita dall’uso comune, bracheria continua a testimoniare la straordinaria capacità dell’italiano di distinguere le più sottili sfumature della comunicazione umana. Riscoprire termini come questo significa non soltanto arricchire il proprio vocabolario, ma anche avvicinarsi alla storia culturale della nostra lingua, nella quale persino una semplice “chiacchiera” poteva assumere un nome tanto originale quanto espressivo.