Lingua italiana: sai cosa sono le caporali o le sergenti?

Caporali e sergenti sembrano introdurre al lessico del mondo militare mentre in realtà parliamo ancora una volta di lingua italiana: cosa sono?

Lingua italiana sai cosa sono le caporali o le sergenti

Le caporali, rappresentate graficamente dai segni « » e chiamate anche virgolette basse o virgolette francesi, sono uno dei più riconoscibili strumenti della punteggiatura adoperata nella lingua italiana. Il loro compito principale è quello di delimitare una porzione di testo che viene percepita come distinta dal resto del discorso: una citazione, una battuta pronunciata da qualcuno, il titolo di un’opera, una parola utilizzata in senso particolare o un’espressione sulla quale si vuole richiamare l’attenzione.

Nonostante oggi siano affiancate da altri tipi di virgolette, soprattutto dalle virgolette alte (“ ”) e dagli apici (‘ ’), le caporali occupano ancora un posto importante nella tradizione tipografica italiana, soprattutto nei libri, nei saggi, negli articoli di carattere culturale e nelle opere letterarie. Il loro uso non è però sempre uniforme: alcune convenzioni possono cambiare a seconda dell’editore, del giornale, della casa editrice o del tipo di testo. Comprendere la funzione delle caporali significa quindi entrare nel più ampio sistema della punteggiatura e della tipografia del testo scritto.

Lingua italiana e segni di punteggiatura

Il nome «caporali» deriva dalla loro forma, che ricorda stilisticamente un piccolo segno angolare, simile a un doppio chevron. La denominazione è legata all’aspetto grafico dei caratteri, mentre l’altra denominazione, virgolette francesi, richiama la loro tradizionale associazione con la tipografia francese. In ambito internazionale esistono infatti sistemi differenti per rappresentare il discorso citato: l’inglese privilegia generalmente le virgolette alte, mentre il francese utilizza tradizionalmente le virgolette a doppio angolo, « ».

L’italiano, soprattutto nella tradizione editoriale, ha sviluppato un sistema nel quale le caporali convivono con le virgolette alte e con gli apici, ciascuno dei quali può assumere funzioni specifiche. Per questo motivo non bisogna considerare « », “ ” e ‘ ’ come segni semplicemente equivalenti: in molti testi accuratamente impaginati la loro scelta risponde a una precisa gerarchia tipografica.

La funzione più importante delle virgolette caporali è quella di segnalare una citazione diretta. Quando riportiamo esattamente le parole pronunciate o scritte da un’altra persona, possiamo racchiuderle tra caporali. Se, per esempio, riportiamo una frase di Dante, possiamo scrivere: Dante afferma: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». Le caporali indicano immediatamente al lettore che le parole comprese al loro interno non appartengono alla formulazione dell’autore del testo che sta scrivendo, ma sono state riprese da una fonte.

Questa funzione è fondamentale perché permette di distinguere la voce di chi scrive dalla voce della persona citata. La punteggiatura, in questo caso, non svolge soltanto una funzione ritmica: svolge anche una funzione logica e documentaria, indicando i confini di una voce all’interno di un’altra voce.

Le caporali sono particolarmente frequenti nei testi saggistici e accademici, dove le citazioni rappresentano uno strumento fondamentale dell’argomentazione. Un autore può riportare una frase tratta da un romanzo, da un articolo, da un documento storico o da un’opera filosofica e introdurla con una formula come «L’autore scrive:». La citazione viene quindi delimitata graficamente dalle caporali, consentendo al lettore di distinguere il testo originale dal commento. Quando la citazione è molto lunga, invece, molte convenzioni editoriali prevedono di presentarla come un blocco separato, spesso rientrato rispetto al margine e composto in corpo tipografico diverso, senza necessariamente ricorrere alle virgolette. Anche in questo caso, tuttavia, la scelta dipende dalle norme editoriali adottate.

Un’altra importante funzione riguarda il discorso diretto. In narrativa, le virgolette possono delimitare le parole pronunciate direttamente da un personaggio. Per esempio: «Non voglio partire», disse Marco. In questo caso le caporali segnalano l’ingresso nella voce del personaggio. Esse svolgono quindi una funzione simile a quella del trattino lungo o della lineetta di dialogo, che in molte opere narrative viene preferita. Anche qui non esiste un’unica soluzione obbligatoria per tutti i testi: alcuni editori prediligono le caporali, altri le virgolette alte, altri ancora le lineette. Ciò che conta è mantenere coerente il sistema scelto all’interno della stessa opera.

Le virgolette caporali vengono inoltre impiegate per evidenziare una parola o un’espressione utilizzata con particolare valore. Possiamo scrivere, per esempio, che il termine «moderno» viene usato dall’autore in senso ironico. In questo caso le virgolette non indicano necessariamente una citazione proveniente da un’altra fonte: segnalano piuttosto che la parola deve essere letta con una particolare attenzione semantica. È come se l’autore dicesse al lettore: questa parola è presente nel testo, ma il suo significato non deve essere interpretato in maniera completamente neutra. Può trattarsi di un uso ironico, figurato, improprio, polemico o tecnicamente particolare.

Da questa funzione deriva anche l’uso delle virgolette per prendere le distanze da un’espressione. Scrivere «esperto» riferendosi a una persona può, in determinati contesti, suggerire che l’autore non consideri davvero quella persona un esperto. Le virgolette diventano così uno strumento di cautela o di ironia. Questo uso è particolarmente frequente nel giornalismo e nella prosa argomentativa. Bisogna però utilizzarlo con attenzione, perché un eccesso di virgolette può rendere il testo ambiguo o dare l’impressione che lo scrivente non voglia assumersi la responsabilità delle proprie parole.

Un settore nel quale le caporali hanno avuto e continuano ad avere una certa importanza è quello dei titoli di opere. Nella tradizione editoriale italiana possono essere racchiusi tra virgolette i titoli di articoli, poesie, racconti, saggi, capitoli e altri testi brevi, mentre i titoli di libri, film, giornali e opere autonome vengono spesso scritti in corsivo. Per esempio, possiamo distinguere I promessi sposi, titolo di un romanzo, da «Addio, monti», titolo di una parte o di un episodio poetico, secondo le convenzioni tipografiche adottate. Non si tratta comunque di una regola assoluta valida in ogni contesto editoriale: esistono stili differenti e sistemi redazionali che stabiliscono convenzioni proprie.

Le caporali nella doppia citazione

Le caporali assumono particolare importanza quando una citazione contiene un’altra citazione. In questi casi diventa necessario disporre di diversi livelli grafici, così da permettere al lettore di capire quale testo appartenga alla citazione principale e quale sia invece una citazione interna. Una convenzione diffusa consiste nell’utilizzare le caporali per la citazione principale e le virgolette alte per quella interna. Per esempio: «L’autore scrive: “Non dimenticare mai il passato”, e poi prosegue». In altri sistemi si può ricorrere agli apici per il livello più interno. L’importante è creare una gerarchia riconoscibile. La punteggiatura, in questi casi, diventa quasi una struttura a più piani.

Un problema frequente riguarda la posizione della punteggiatura rispetto alle virgolette. In italiano la questione deve essere trattata con una certa attenzione perché non esiste una regola identica a quella di tutte le altre lingue. In generale, la punteggiatura va collocata in rapporto al significato sintattico della frase. Se il punto o la virgola appartengono alla frase citata, vengono normalmente compresi nella citazione; se invece appartengono alla frase che contiene la citazione, possono essere collocati dopo la chiusura delle virgolette.

Per esempio: Dante conclude il poema con le parole «a riveder le stelle». Qui il punto appartiene alla frase principale, non alla citazione. Se invece riportiamo una frase completa dell’autore, possiamo scrivere: Dante conclude il poema con «E quindi uscimmo a riveder le stelle.» La gestione concreta della punteggiatura può tuttavia variare in base allo stile editoriale.

Un’altra questione riguarda la citazione modificata. Quando si riportano parole altrui, le virgolette comunicano implicitamente al lettore che il testo è riprodotto fedelmente, salvo le modifiche esplicitamente segnalate secondo le convenzioni adottate. Se si omette una parte della citazione, si possono utilizzare i puntini di omissione; se si inserisce una precisazione propria all’interno di una citazione, è opportuno segnalarla in modo appropriato. Le virgolette, dunque, non sono un semplice ornamento grafico: stabiliscono un rapporto di responsabilità tra chi scrive e il testo citato.

Nella scrittura digitale, le caporali sono spesso meno utilizzate rispetto alle virgolette alte. Molte tastiere rendono più immediatamente accessibili i caratteri “ ” o ” “, mentre i segni « » richiedono talvolta combinazioni di tasti o strumenti specifici. Questo ha contribuito alla diffusione di sistemi tipografici meno tradizionali nella comunicazione quotidiana. Nei testi editoriali, tuttavia, le caporali continuano a essere ampiamente utilizzate, soprattutto quando il progetto grafico o il manuale di stile della pubblicazione le prevede. La loro presenza è quindi più forte nella scrittura sottoposta a revisione redazionale che nei messaggi informali.

È importante anche distinguere le virgolette caporali dagli apici. Le caporali hanno una forma doppia e sono generalmente utilizzate per citazioni o livelli principali di evidenziazione; gli apici (‘ ’) possono essere impiegati per un livello di citazione interna o per particolari esigenze terminologiche. Anche le virgolette alte (“ ”) possono svolgere funzioni analoghe. Non esiste quindi una gerarchia universale e immutabile, ma esistono consuetudini editoriali molto diffuse. In un testo ben curato, la scelta dovrebbe essere coerente dall’inizio alla fine.

Un aspetto particolarmente interessante delle caporali è infine la loro capacità di segnalare il confine tra realtà e rappresentazione linguistica. Quando scriviamo «libertà», per esempio, possiamo semplicemente citare la parola; ma quando scriviamo che il concetto di «libertà» assume un significato particolare in un determinato autore, le virgolette contribuiscono a trasformare la parola stessa in oggetto di analisi. È un meccanismo tipico della scrittura metalinguistica: invece di utilizzare una parola soltanto per ciò che significa, la mettiamo sotto osservazione. Le virgolette creano quindi una distanza tra il termine e il suo normale uso comunicativo.

Le virgolette caporali « » sono molto più di un elemento decorativo della pagina. Servono innanzitutto a delimitare citazioni e discorsi diretti, ma possono anche segnalare titoli, parole utilizzate in senso particolare, espressioni ironiche o termini dai quali l’autore intende prendere una certa distanza. La loro funzione è dunque contemporaneamente tipografica, sintattica, semantica e pragmatica. La loro lunga presenza nella tradizione editoriale italiana dimostra inoltre come la punteggiatura sia strettamente legata alla storia della scrittura e della stampa.

Nell’epoca digitale, in cui spesso la velocità porta a trascurare le convenzioni tipografiche, conoscere il valore delle caporali significa possedere uno strumento in più per scrivere con precisione. Saper distinguere «una citazione», “una citazione dentro la citazione” e ‘un ulteriore livello interno’ permette infatti di organizzare visivamente le diverse voci di un testo e di rendere più chiaro il rapporto tra ciò che diciamo noi e ciò che riportiamo da altri. Le caporali, insomma, sono piccoli segni grafici capaci di svolgere una funzione enorme: indicano al lettore dove comincia e dove finisce una voce, una parola, un’espressione o un pensiero che appartiene a un livello diverso da quello del discorso principale.