Quante volte, nella vita di tutti i giorni, abbiamo incrociato lo sguardo di qualcuno pronto a vantarsi di imprese mai compiute o qualità inesistenti, accusandolo di “fare il gradasso”? Dietro a questo comune modo di dire, si nasconde un vero e proprio capolavoro della nostra letteratura: un viaggio tra le pagine di Boiardo e Ariosto per riscoprire la magia e la profondità della lingua italiana.
Vi siete mai chiesti da dove derivi esattamente questa colorita espressione? E, soprattutto, vi siete mai domandati chi fosse questo famigerato “Gradasso”? Preparatevi a un viaggio affascinante che ci porterà dai tavolini di un bar contemporaneo fino agli epici campi di battaglia descritti con maestria da Matteo Maria Boiardo e Ludovico Ariosto.
Cosa significa “fare il gradasso” oggi
Partiamo dal significato attuale. Nel linguaggio comune e moderno, “fare il gradasso” significa assumere un atteggiamento arrogante, spavaldo e prepotente. Il “gradasso” è colui che si vanta apertamente di possedere qualità fisiche, intellettuali, economiche o morali che in realtà non ha. È la persona che ingigantisce a dismisura le proprie imprese, reali o immaginarie, con l’unico scopo di suscitare l’ammirazione, l’invidia o il timore negli altri.
Parliamo dello spaccone, dello smargiasso, dello sbruffone o del fanfarone della compagnia. Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo incontrato un gradasso: il collega che si prende i meriti del lavoro di un intero team lavorativo, l’amico che racconta avventure esotiche inverosimili o, nell’era moderna, l’utente dei social network che ostenta una vita di lusso, filtri e successi inesistenti. Eppure, dietro questa solida maschera di invincibilità, la psicologia ci insegna che spesso si cela un’insicurezza profonda, un bisogno disperato di approvazione e di essere visti dal mondo.
Le radici letterarie: un salto nel Rinascimento
Per capire appieno la forza emotiva ed evocativa di questa parola, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e nello spazio. Dobbiamo approdare nelle vivaci corti del Rinascimento italiano, luoghi in cui risuonavano costantemente i canti che narravano le gesta dei paladini di Carlo Magno.
“Gradasso”, infatti, prima di diventare un banale aggettivo o un sostantivo comune, era un nome proprio di persona. E che persona! Si tratta di uno dei personaggi più celebri della letteratura cavalleresca, coprotagonista sia dell’Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo (rimasto incompiuto nel 1494) che del suo naturale e geniale seguito, il capolavoro assoluto che è l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto (pubblicato nella sua prima edizione nel 1516).
Chi era davvero Gradasso?
Nel fantastico mondo epico creato da Boiardo e perfezionato dalla penna geniale di Ariosto, Gradasso non è un uomo qualunque: è il potentissimo re di Sericana, un regno mitico e lontano, situato agli estremi confini orientali del mondo (una sorta di Asia fantastica e inesplorata). Viene descritto come un guerriero pagano dalla forza erculea, gigantesco, spietato e pressoché invincibile in combattimento.
Tuttavia, la sua caratteristica principale – quella che lo renderà immortale nei secoli – non è il vigore fisico, bensì un’arroganza senza confini unita a una testardaggine quasi puerile. Pensateci bene: perché questo potentissimo monarca decide un giorno di mobilitare un esercito sterminato e di invadere la Francia cristiana? Non lo fa per conquistare nuove terre, non per difendere il proprio popolo, e nemmeno per ardore di fede.
Gradasso muove guerra all’intero Occidente per due capricci squisitamente materiali: desidera ardentemente impossessarsi della leggendaria spada del paladino Orlando (la celebre e indistruttibile Durlindana) e del portentoso cavallo di Rinaldo (il destriero Baiardo).
La sua è una tracotanza assoluta, una hybris greca che lo spinge a credere che il mondo intero debba piegarsi ai suoi capricci. Nonostante la sua indubbia forza, Gradasso incarna perfettamente l’archetipo dell’attaccabrighe: il rissoso che cerca continuamente lo scontro solo per dimostrare la propria superiorità schiacciante. Nel corso delle vicende epiche riesce effettivamente a ottenere, per un periodo, ciò che vuole.
Ma la sua gloria è tanto grandiosa quanto effimera. Nel Furioso di Ariosto, la parabola esistenziale di Gradasso si conclude in modo tragico: durante il celebre triplice duello sull’isola di Lipadusa (l’odierna Lampedusa), il re di Sericana viene infine sconfitto e ucciso dal paladino Orlando.
Dal poema alla vita quotidiana: il potere dell’antonomasia
Il passaggio dal nome proprio (“Gradasso”, il superbo re di Sericana) al nome comune (“sei un gradasso”) è uno splendido esempio di quella figura retorica che i linguisti chiamano antonomasia.
È lo stesso, affascinante meccanismo che ha trasformato “Mecenate” (il colto consigliere dell’imperatore Augusto) in un sinonimo di finanziatore e protettore delle arti; o “Perpetua” (la logorroica serva di don Abbondio ne I Promessi Sposi di Manzoni) in un termine generico per indicare la domestica di un parroco. Il personaggio di Gradasso era descritto così bene ed è rimasto talmente impresso nell’immaginario collettivo dei lettori italiani dei secoli passati, da essersi letteralmente staccato dalle pagine del poema. Ha iniziato a camminare con le proprie gambe, entrando nei mercati, nelle piazze e, infine, nei nostri dizionari moderni.
Una lezione di umanità (e di umiltà)
L’origine di un’espressione come “fare il gradasso” ci insegna moltissimo non solo sull’evoluzione della nostra lingua, ma anche sulla natura umana. La letteratura classica e rinascimentale, ancora oggi, ci parla di archetipi immortali che continuano a vivere e a respirare in mezzo a noi.
Autori come Ariosto e Boiardo, già cinquecento anni fa, avevano compreso ogni sfumatura della complessa psicologia umana: la vanità, il desiderio smodato di possesso, il bisogno disperato di apparire superiori agli altri per mascherare i propri vuoti.
La prossima volta che vi capiterà di ascoltare qualcuno vantarsi in modo spropositato delle proprie doti o dei propri successi, non arrabbiatevi, ma sorridete sotto i baffi. Potrete pensare tra voi e voi che, in fondo, avete davanti solo una pallida e insicura imitazione dell’antico re di Sericana.
Un sovrano gigantesco che ha mosso mari, monti ed eserciti per rubare una spada e un cavallo, dimenticando del tutto che la vera grandezza, quella che resiste al passare dei secoli, non risiede mai nell’arroganza, ma nella cultura, nella nobiltà d’animo e nell’umiltà.
Il libro sui modi di dire italiani
Altri modi di dire come “fare il gradasso” sono presenti all’interno del libro “Perché diciamo così” (Newton Compton), opera scritta dal fondatore di Libreriamo Saro Trovato contenente ben 300 modi di dire catalogati per argomento, origine, storia, tema con un indice alfabetico per aiutare il lettore nella variegata e numerosa spiegazione delle frasi fatte. Un lavoro di ricerca per offrire al lettore un “dizionario” per un uso più consapevole e corretto del linguaggio.

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