Quante volte, scorrendo la bacheca dei nostri social network, leggendo un’e-mail di lavoro o magari un articolo pubblicato frettolosamente sul web, ci siamo imbattuti in frasi come “Questa cosa non centra niente!”? Se anche a voi la vista di quella parola priva di apostrofo ha fatto sobbalzare sulla sedia, sappiate che non siete i soli. L’uso scorretto della grafia “centra” in luogo di “c’entra” rappresenta uno dei dilemmi linguistici più diffusi e persistenti nel panorama della nostra bellissima, ma complessa, lingua italiana.
“Centra” o “c’entra”? Il dilemma linguistico
La lingua italiana a volte può sembrare un terreno insidioso, fatto di regole, eccezioni, elisioni e troncamenti che possono trarre in inganno anche i parlanti più attenti. Ma in questo caso specifico, l’errore è così frequente che la stessa Accademia della Crusca ha dovuto dedicare al tema un lungo e dettagliato approfondimento. Molti lettori, infatti, scrivono frequentemente all’Accademia chiedendo delucidazioni su quale sia la forma corretta da impiegare e a quale verbo all’infinito debba essere ricondotta.
Dunque, qual è la forma esatta? E soprattutto, da dove nasce questa diffusissima confusione? Scopriamolo insieme, per non sbagliare mai più.
La forma corretta: facciamo pace con l’apostrofo
Mettiamo subito in chiaro la regola fondamentale, così da dissipare ogni dubbio: quando vogliamo esprimere il concetto di avere attinenza, relazione o legame con qualcosa, la grafia corretta è sempre e solo “c’entra”. Si scrive, quindi, “Che c’entra?”, “Non c’entra nulla”, “Io non c’entro”.
Ma perché c’è bisogno dell’apostrofo? La spiegazione grammaticale è semplice e affascinante. L’espressione deriva dal verbo “entrarci”. I dizionari contemporanei, come il GRADIT, lo classificano formalmente come verbo “procomplementare”. Si tratta, in sostanza, di un verbo che si usa stabilmente con la particella pronominale e avverbiale “ci” e che, proprio in quanto utilizzato con tale particella, assume un valore semantico specifico e completamente autonomo rispetto al verbo di base “entrare”.
Quando coniughiamo il verbo “entrarci” alla terza persona singolare dell’indicativo presente, uniamo la particella “ci” alla voce verbale “entra”. Poiché “ci” finisce per vocale ed “entra” inizia per vocale, la sintassi esige l’elisione: la vocale cade e al suo posto compare l’apostrofo, simbolo tangibile di una lettera soppressa. Ecco svelato il mistero della genesi di “c’entra”.
L’Accademia della Crusca ci ricorda che questo verbo, declinato nel significato figurato di “avere parte, attinenza, relazione con qualcosa”, non è una tendenza linguistica recente, ma compare nella nostra lingua addirittura dal 1533. Si tratta di un’espressione radicatissima, che si ritrova in celebri locuzioni popolari come il famosissimo “entrarci come i cavoli a merenda”, utilizzato quasi sempre nella forma elisa “c’entra come i cavoli a merenda” per indicare un fatto totalmente inopportuno e fuori contesto.
Il significato del verbo “centrare”
Se “c’entra” è l’unica forma valida per indicare un’attinenza, che fine fa la parola “centra”? Semplice: appartiene a un verbo radicalmente diverso, ovvero “centrare”.
Il verbo “centrare”, al quale spesso vengono erroneamente ricondotte le frasi sopracitate (dando vita agli inesatti “*che centra?” o “*non centra”), ha un significato e una storia storica completamente differenti. Esso deriva infatti dal sostantivo “centro” con l’aggiunta della naturale desinenza verbale “-are”, e la prima testimonianza del suo utilizzo in italiano risale al 1797. Il suo significato primario è quello di colpire nel centro: si può “centrare un bersaglio” o “centrare il boccino”.
In senso figurato, possiamo usare “centrare” per indicare la capacità di cogliere un aspetto o un argomento con acutezza e precisione: si può “centrare un problema” oppure, nel caso di un attore o di un regista, “centrare un personaggio” evidenziandone le caratteristiche essenziali in modo corretto. Come evidenzia la Crusca, non esiste alcuna sovrapposizione di significato tra i due verbi analizzati.
La trappola del parlato e le vocali ingannevoli
Ma se la differenza semantica e grammaticale tra “c’entra” e “centra” è così netta, perché continuiamo a sbagliarci? La colpa, come spesso accade nell’evoluzione degli errori ortografici, risiede nella lingua parlata.
Come sottolinea puntualmente l’Accademia della Crusca, un orecchio allenato dovrebbe percepire una differenza di fondo nella pronuncia. Il verbo “c’entro” richiederebbe una dizione con la vocale “e” chiusa (/c’éntro/). Al contrario, il verbo della forma “io centro” ha come pronuncia di riferimento, raccomandata dal DOP (Dizionario d’ortografia e di pronunzia), quella con la “e” aperta (/cèntro/).
Tuttavia, nel parlato quotidiano e a seconda delle varie inflessioni regionali – tanto che il dizionario GRADIT registra la pronuncia con la vocale chiusa per “centro” come un’opzione possibile e secondaria – questa sottile sfumatura fonetica tende ad appiattirsi, rendendo i due termini omofoni. Questa convergenza di suoni porta inevitabilmente alla trappola ortografica nel momento in cui si digita o si scrive di fretta.
Gli “orrori” all’infinito e le testimonianze letterarie
L’insidia del suono ingannevole non si ferma all’indicativo presente, ma genera veri e propri cortocircuiti grammaticali quando si cerca di dedurre l’infinito. Capita spesso di imbattersi in forme errate per ricostruire la locuzione. Tra le varianti scorrette rinvenibili in rete, la Crusca segnala un vasto uso di “*centrarci” o dell’infinito ibrido e inesistente “*c’entrarci”. Ricordiamo sempre che l’unico infinito formale e corretto, se vogliamo indicare una pertinenza, rimane “entrarci”, che, non a caso, domina le occorrenze sul web con ampissimo margine rispetto ai corrispettivi errati.
A venirci in soccorso con esempi di fulgida correttezza ci sono i maestri della nostra letteratura. Interrogando il catalogo digitale BibIt, l’Accademia cita Ippolito Nievo che, nel diciottesimo capitolo delle sue celebri Confessioni di un italiano (1867), scriveva a chiare lettere: “C’entra, c’entra… oh bella! c’entra perché ci entro io”. E decenni prima, il poeta Giuseppe Giusti, nel componimento Il congresso de’ birri (1847), verseggiava sagacemente: “Che c’entra il prossimo? / io co’ ribelli / sono antropofago, / non ho fratelli”.
Un gioco di parole approdato in politica
Prima di concludere, è interessante notare una curiosità evidenziata proprio dai linguisti fiorentini. La naturale ambiguità tra queste forme verbali e nominali è stata abilmente sfruttata a fini comunicativi e propagandistici. Nelle campagne elettorali del recente passato, l’Unione di Centro (UDC) utilizzò come fortunato slogan ufficiale proprio la dicitura “Io c’entro”. Un riuscitissimo espediente retorico che giocava sull’ambiguità e sul doppio rimando: da una parte la volontà di partecipare in prima persona e assumersi responsabilità (tramite il verbo “entrarci”), e dall’altra il riferimento palese al nome del partito politico, e dunque al “Centro”. L’espressione “io c’entro” divenne addirittura il nome ufficiale del social network connesso agli Amici di Centro.
L’italiano offre insidie ma regala anche enormi soddisfazioni di senso. La prossima volta che vi assalirà il dubbio, fermatevi un solo secondo e riportate alla memoria la particella “ci” che va a fondersi con il verbo “entrare”. Rispettate quell’apostrofo: vi aiuterà a “centrare l’obiettivo” di una forma impeccabile.

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