Broke potrebbe diventare presto familiare anche agli italiani. Negli Stati Uniti significa “essere al verde” ed è utilizzata per raccontare una condizione che riguarda sempre più persone: lavorare, percepire uno stipendio e ritrovarsi comunque senza abbastanza soldi per affrontare le spese quotidiane.
In Italia, un tempo, si diceva “non arrivare al 27”, il giorno tradizionalmente legato al pagamento dello stipendio. Nel tempo si è affermata l’espressione “non arrivare a fine mese”, diventata il modo più comune per raccontare la difficoltà di far durare lo stipendio fino a quello successivo.
Oggi potrebbe essere proprio broke la parola destinata a raccontare questa difficoltà, soprattutto nel linguaggio delle nuove generazioni.
Negli Stati Uniti il termine appartiene da tempo alle conversazioni quotidiane, alla musica e ai social network. Durante le elezioni di metà mandato di novembre 2026 ha trovato spazio anche negli spot di candidati democratici e repubblicani, arrivando sulle pagine dei giornali e nelle analisi del voto.
Una delle espressioni più significative è stata utilizzata da Gina Hinojosa, eletta governatrice del Texas, che ha contrapposto broke a woke, la parola diventata internazionale nel dibattito sui diritti e sulle identità.
La questione, però, riguarda molto più della politica americana. Broke potrebbe diventare anche in Italia un modo per esprimere una difficoltà economica che attraversa generazioni e gruppi sociali differenti, dando un nome immediato alla sensazione di lavorare senza riuscire a costruire una reale sicurezza economica.
Cosa significa “broke”, da dove deriva e come si usa in inglese
Secondo il Cambridge Dictionary, broke è un aggettivo informale che indica una persona senza soldi. L’espressione più comune è “I’m broke”, che significa “sono al verde”.
Nella conversazione quotidiana americana può essere utilizzata in situazioni molto diverse. Uno studente che ha esaurito i propri risparmi può dire di essere broke, così come un lavoratore che, dopo aver pagato affitto, bollette e altre spese, non dispone più di denaro.
Il termine non identifica quindi necessariamente una persona povera. Può descrivere una difficoltà economica temporanea, la mancanza di liquidità oppure una condizione che si ripete nel tempo.
Esistono anche espressioni che ne rafforzano il significato. “Flat broke” e “stone broke” indicano chi è completamente senza soldi. “Go broke”, invece, significa perdere le proprie disponibilità economiche e, in determinati contesti, andare in rovina o fallire.
In italiano gli equivalenti più naturali sono “essere al verde”, “essere senza un soldo”, “avere le tasche vuote” e “non avere più soldi”.
Il significato più interessante, nell’utilizzo politico contemporaneo, riguarda però la possibilità di lavorare e sentirsi comunque economicamente in difficoltà.
La parola broke ha origini molto più antiche delle campagne elettorali americane e dei social network.
Deriva dal verbo inglese break, che significa “rompere” o “spezzare”, e ne costituisce anche la forma del passato. Il suo impiego come aggettivo riferito alla mancanza di denaro si è sviluppato nel corso dei secoli.
Secondo l’Online Etymology Dictionary, il significato di “insolvente” è documentato almeno dal 1716, mentre l’impiego di broken in un’accezione economica risale già agli ultimi anni del Cinquecento.
Nel linguaggio americano contemporaneo, tuttavia, broke ha assunto un uso molto più ampio e quotidiano. Viene pronunciata nelle conversazioni tra amici, compare nelle canzoni, nei contenuti digitali e nelle espressioni con cui le persone raccontano il proprio rapporto con il denaro.
Come “broke” è entrata nella campagna elettorale americana del 2026
Per comprendere il ruolo assunto dalla parola durante le ultime elezioni americane bisogna tornare al 13 agosto 2026.
Quel giorno Troy Jackson, candidato democratico al Senato nel Maine, pubblica uno spot televisivo intitolato proprio Broke. Jackson, cresciuto in una famiglia operaia e proveniente da una comunità di lavoratori del settore forestale, racconta la difficoltà di impegnarsi quotidianamente senza riuscire a migliorare la propria situazione economica.
Nello spot pronuncia una frase particolarmente significativa: “People in this country work so damn hard and still feel so damn broke”. In italiano, il senso è che le persone lavorano duramente e continuano comunque a sentirsi terribilmente al verde.
Jackson si rivolge soprattutto a chi lavora duramente, ma fatica a mantenere una condizione di sicurezza economica.
Poche settimane dopo, il 9 settembre, anche Byron Donalds, candidato repubblicano alla carica di governatore della Florida, presenta uno spot intitolato Broke.
Nel video, Donalds e sua moglie Erika ricordano i primi anni del loro matrimonio, quando entrambi svolgevano due lavori e dovevano prestare particolare attenzione alle spese quotidiane. Il racconto diventa il punto di partenza per affrontare il costo della vita e le difficoltà delle famiglie della Florida.
La coincidenza è interessante: due candidati appartenenti a partiti opposti, in Stati differenti, scelgono autonomamente la stessa parola per costruire un messaggio elettorale.
Sempre il 9 settembre, in Texas, Gina Hinojosa, candidata democratica alla carica di governatrice, diffonde uno spot intitolato Pronouns.
È in questo caso che broke viene contrapposta direttamente a un’altra parola inglese diventata internazionale: woke.
Da “woke” a “broke”: la frase della nuova governatrice del Texas
Gina Hinojosa ha utilizzato la contrapposizione tra woke e broke per rispondere agli attacchi politici del governatore repubblicano uscente Greg Abbott.
Nello spot del 9 settembre, Hinojosa afferma che i suoi avversari vogliono concentrare la campagna elettorale sull’accusa di essere troppo woke, mentre lei intende parlare delle difficoltà economiche delle persone che lavorano.
La parola woke, nata nella cultura afroamericana per esprimere consapevolezza delle ingiustizie sociali, è stata progressivamente utilizzata anche nelle controversie politiche sulle identità, sui diritti e sulle trasformazioni culturali.
Con broke, Hinojosa proponeva di spostare l’attenzione su un altro terreno: il denaro che resta alle famiglie dopo aver pagato le spese necessarie.
La contrapposizione funzionava anche sul piano linguistico. Le due parole sono brevi, condividono la parte finale e possono essere facilmente accostate in uno slogan.
A novembre 2026, Hinojosa ha sconfitto Abbott, diventando la prima donna latina eletta governatrice del Texas e la prima esponente democratica a conquistare l’incarico dopo oltre trent’anni.
La sua campagna aveva affrontato temi come il costo dell’energia, le tasse sulla proprietà, l’istruzione pubblica e le condizioni economiche delle famiglie.
Il messaggio di Hinojosa mostra come due parole inglesi possano essere utilizzate per contrapporre questioni culturali e difficoltà economiche in uno slogan immediatamente riconoscibile.
Come giornalisti e media americani hanno raccontato l’utilizzo di “broke”
Il termine ha trovato spazio anche nell’informazione americana, attraverso articoli dedicati alle strategie elettorali e alle condizioni economiche degli elettori.
Il 16 ottobre 2026, Kayla Guo, giornalista del Texas Tribune, ha ricostruito il percorso politico di Gina Hinojosa in un articolo dedicato alla trasformazione della sua campagna da progressista a populista. Nella sua analisi, la contrapposizione tra woke e broke rappresenta uno degli esempi più espliciti della scelta di privilegiare i temi economici rispetto alle controversie culturali.
Anche l’Associated Press ha raccontato la vittoria di Hinojosa, evidenziando il peso delle preoccupazioni economiche degli elettori. Il Washington Post ha invece dedicato un’analisi alla centralità dei temi economici nelle pubblicità elettorali americane.
L’8 ottobre, Luke Connors del Washington Post ha pubblicato un’analisi di oltre 8.000 messaggi pubblicitari utilizzati nelle principali competizioni elettorali per il Congresso e i governatorati.
Dall’indagine emergeva che quasi tre spot su cinque nelle competizioni più contese menzionavano questioni economiche. Le pubblicità affrontavano soprattutto i prezzi, i salari, le abitazioni, la sanità e la possibilità concreta di sostenere le spese quotidiane.
Questo dato aiuta a comprendere il contesto nel quale broke ha acquisito visibilità. Il termine non era necessariamente il più utilizzato, ma esprimeva attraverso il linguaggio colloquiale una delle maggiori preoccupazioni degli elettori.
Il 15 settembre anche il Texas Tribune aveva raccontato un altro utilizzo della parola, questa volta nella campagna repubblicana per il Senato.
Uno spot collegato al candidato Ken Paxton aveva trasformato il cognome dell’avversario democratico James Talarico nell’espressione “Tala-broke”, suggerendo che le sue politiche avrebbero impoverito gli elettori texani.
In questo caso broke non serviva a raccontare un’esperienza personale, ma diventava uno strumento di critica politica.
Dopo le elezioni, la contrapposizione con woke è stata ripresa anche da Sam Liccardo, deputato democratico della California.
In un’intervista pubblicata il 5 novembre dal Mountain View Voice, Liccardo ha osservato che il risultato elettorale riguardava meno l’essere woke e più l’essere broke, attribuendo alle difficoltà economiche un ruolo importante nelle scelte dei cittadini.
L’utilizzo della parola attraversa dunque situazioni differenti: spot pubblicitari, testimonianze personali, attacchi agli avversari e interpretazioni giornalistiche del voto.
Perché “broke” racconta il disagio economico degli americani
L’utilizzo di broke nelle campagne elettorali riflette una preoccupazione già presente nella società americana: la difficoltà di sostenere il costo della vita con il proprio reddito.
Il tema più ampio è quello dell’affordability, parola utilizzata per descrivere la capacità delle persone di permettersi beni, servizi e condizioni di vita adeguate al proprio reddito.
Negli Stati Uniti riguarda questioni concrete: il costo degli alimenti, gli affitti, i mutui, le assicurazioni sanitarie, l’energia e le spese necessarie per mantenere una famiglia.
Secondo l’AP Voter Poll, condotto dall’Associated Press e da altre grandi organizzazioni dell’informazione su oltre 100.000 elettori, il costo della vita è stato considerato importante o decisivo da una larghissima maggioranza degli intervistati.
Tra gli elettori con un reddito familiare inferiore a 50.000 dollari annui, circa sei su dieci lo hanno giudicato cruciale per la propria scelta di voto.
Questi dati documentano la centralità delle preoccupazioni economiche, anche se non misurano direttamente quante volte sia stata pronunciata la parola broke.
Il motivo della sua efficacia comunicativa è legato alla differenza tra il linguaggio dell’economia e quello dell’esperienza quotidiana.
L’inflazione, il potere d’acquisto e il reddito disponibile sono categorie che permettono di analizzare e misurare i fenomeni economici. Dire “I’m broke”, invece, significa raccontare come una persona vive la propria condizione.
Come potrebbe entrare “broke” nella lingua italiana
In Italia esistono già numerose espressioni per indicare chi non dispone di denaro: “essere al verde”, “essere senza un soldo”, “avere le tasche vuote” e “non arrivare a fine mese”.
Per questo l’eventuale diffusione di broke non dipenderebbe dalla mancanza di una parola italiana equivalente.
Il termine potrebbe affermarsi attraverso i meccanismi con cui molte espressioni inglesi entrano nel linguaggio quotidiano: la comunicazione politica internazionale, i social network, la musica, i contenuti digitali e i media.
In una conversazione informale si potrebbe dire “sono broke”, conservando la parola inglese come aggettivo invariabile.
Un’altra possibile espressione è “generazione broke”, utilizzata per descrivere giovani che lavorano ma incontrano difficoltà nel raggiungere l’indipendenza economica.
Anche “lavoratori broke” potrebbe diventare una formula per raccontare persone che percepiscono uno stipendio senza riuscire a costruire una condizione di sicurezza economica.
Si tratta di possibili sviluppi linguistici, non di espressioni già stabilmente affermate nell’italiano contemporaneo.
Ma broke presenta una caratteristica particolare: può essere utilizzata in prima persona.
Chi dice “sono broke” racconta direttamente la propria situazione economica. La parola potrebbe quindi diffondersi attraverso le conversazioni quotidiane prima ancora di essere adottata stabilmente dai politici o dai giornali italiani.
Perché “broke” potrebbe diventare anche una parola di protesta
Broke potrebbe essere utilizzata non soltanto per descrivere una difficoltà personale, ma anche per dare voce a richieste collettive legate al costo della vita, ai salari e alle condizioni di lavoro.
L’espressione “working people are too broke”, utilizzata da Gina Hinojosa, mette in relazione due elementi che tradizionalmente dovrebbero sostenersi a vicenda: il lavoro e la sicurezza economica.
La stessa relazione emerge nello spot di Troy Jackson, dedicato alle persone che lavorano duramente ma continuano a sentirsi senza soldi.
Questo linguaggio può trovare spazio tra lavoratori, studenti, giovani che chiedono maggiore autonomia economica e cittadini che contestano l’aumento delle spese quotidiane.
Non risulta ancora documentata una sua adozione stabile come parola d’ordine di un movimento di protesta nazionale. La sua presenza in campagne politiche differenti mostra però come possa essere utilizzata per affrontare problemi economici che coinvolgono una parte ampia della società.
Essere “broke” in Italia: quando il lavoro non garantisce più la sicurezza economica
La possibile diffusione di questa parola interessa anche l’Italia, dove il rapporto tra reddito, lavoro e costo della vita rappresenta una questione sociale importante.
Secondo i dati ISTAT pubblicati il 15 ottobre 2026, nel 2025 oltre 5,4 milioni di persone vivevano in condizioni di povertà assoluta, pari al 9,3% della popolazione residente.
Il Rapporto SDGs 2026 dell’istituto statistico indica inoltre che il 22,6% della popolazione era a rischio di povertà o esclusione sociale.
Sono indicatori differenti e non coincidono con la condizione descritta colloquialmente dalla parola broke.
Una persona può infatti avere un lavoro, sostenere le spese necessarie e non essere classificata statisticamente come povera, ma sentirsi comunque economicamente fragile.
Il problema può riguardare l’impossibilità di risparmiare, la necessità di rinunciare a determinate esperienze o la difficoltà di affrontare una spesa imprevista.
Per i giovani, questa condizione può incidere sulla scelta di lasciare la casa dei genitori, iniziare una convivenza, trasferirsi per lavoro o programmare una famiglia.
Per gli adulti può tradursi nella necessità di rivedere continuamente le spese, rinviare progetti o ridurre le attività considerate importanti per la propria qualità della vita.
Cosa racconta la parola “broke”: il disagio di una società che fatica a costruire il proprio futuro
Per molto tempo, avere un’occupazione stabile è stato considerato uno dei principali strumenti attraverso cui conquistare autonomia e costruire il proprio futuro.
Oggi questa relazione viene vissuta in modo differente da persone e famiglie che, pur lavorando, devono confrontarsi con spese difficili da sostenere e con margini economici sempre più limitati.
La percezione di essere continuamente “al verde” può influenzare il modo in cui si affrontano le relazioni, il tempo libero e i progetti personali. Una scelta che richiede denaro può essere rinviata più volte, fino a diventare qualcosa a cui si rinuncia.
Da un punto di vista sociologico, broke è interessante perché consente di osservare come una difficoltà economica venga raccontata attraverso il linguaggio quotidiano.
Dire “sono al verde” significa descrivere una situazione personale. Quando la stessa condizione viene riconosciuta da molte persone e utilizzata nel dibattito pubblico, può diventare una questione sociale attorno alla quale si sviluppano richieste, discussioni e aspettative di cambiamento.
Resta da capire se broke entrerà realmente nel vocabolario quotidiano degli italiani e con quale significato verrà utilizzata.
La condizione che descrive, però, è già riconoscibile anche nel nostro Paese. Riguarda chi lavora senza riuscire a risparmiare, chi teme di non poter affrontare un imprevisto e chi deve continuamente rinviare decisioni importanti.
Forse la questione più significativa è proprio questa: una parola che significa semplicemente “essere al verde” potrebbe finire per raccontare la difficoltà di una parte della società a trasformare il proprio lavoro in autonomia, sicurezza e possibilità di futuro.

Condividi questo articolo