Alcune amicizie della giovinezza possiedono un’intensità difficile da ritrovare da adulti. Nascono in un’età in cui non abbiamo ancora deciso chi essere e proprio per questo l’altra persona può diventare parte della nostra costruzione. Ne adottiamo parole, gusti, convinzioni, modi di guardare il mondo. A volte la distinzione fra ciò che abbiamo scoperto autonomamente e ciò che abbiamo imparato attraverso l’altro diventa quasi impossibile.
Le strade si separano, arrivano università, lavori, amori, nuove città. Eppure alcune persone continuano a rappresentare una specie di punto zero della nostra identità. Possiamo allontanarci da loro, ma non necessariamente da ciò che siamo diventati insieme.
È dentro questa zona emotiva che si muove W., romanzo d’esordio dello scrittore olandese Tiemen Hiemstra, pubblicato in Italia da Adelphi. Al centro ci sono Olaf e W., due ragazzi molto diversi che si incontrano e sperimentano quella rarissima sensazione di riconoscersi immediatamente.
Un’amicizia folgorante, quasi assoluta, dalla quale nascerà un personale «progetto di ricerca sulla vita». Finché W. scompare.
E ciò che rimane di lui costringe Olaf a domandarsi se sia davvero possibile chiudere con qualcuno che ha contribuito a renderci ciò che siamo.
“W.” di Tiemen Hiemstra, tradotto da Dafne Paris, Adelphi
Quando Olaf incontra W. ha la sensazione di essere attraversato da una scarica elettrica. Tra i due nasce immediatamente qualcosa che sembra andare oltre una normale affinità: un reciproco riconoscimento, la percezione di possedere caratteristiche differenti e proprio per questo perfettamente complementari.
W. è inquieto, volitivo, imprevedibile. Il suo humour surreale lo ha reso famoso a scuola e possiede quella capacità di osare che Olaf sente di non avere. Quest’ultimo si attribuisce invece quasi un unico talento: la gentilezza.
W. sperimenta. Olaf lo segue.
Insieme elaborano quello che considerano un «progetto di ricerca sulla vita», convinti che l’esistenza debba essere esplorata e che soltanto insieme possano farlo davvero.
Il tempo, però, introduce inevitabilmente la distanza. Olaf lascia Groningen e si trasferisce ad Anversa per studiare filosofia. W. continua invece a seguire la propria irrequietezza, viaggiando, esplorando, perdendosi e tornando.
L’amicizia rimane il centro di gravità intorno al quale entrambi sembrano organizzare il proprio rapporto con il mondo. E quando nella vita di Olaf entra Hilde, anche lei viene progressivamente incorporata in questo universo, trasformando la coppia di amici in un trio apparentemente indissolubile. Almeno fino alla scomparsa di W.
Hiemstra sembra interessato a qualcosa che la narrativa tende spesso a riservare all’amore romantico: la possibilità che un’altra persona diventi indispensabile alla costruzione del nostro io.
Olaf e W. non sono semplicemente due amici che condividono esperienze. Crescono attraverso il confronto reciproco.
W. possiede caratteristiche che Olaf non riconosce in se stesso. È lui a osare, sperimentare, spostare continuamente il confine. Olaf lo segue e proprio seguendolo scopre possibilità che forse da solo non avrebbe immaginato.
È qui che un rapporto può diventare contemporaneamente meraviglioso e pericoloso.
Perché crescere insieme a qualcuno significa anche rischiare di non sapere più con precisione dove finisca la sua influenza e dove cominci la nostra autonomia.
Le amicizie dell’adolescenza e della prima giovinezza possono assumere questa forma totalizzante proprio perché arrivano mentre l’identità è ancora in costruzione. L’amico non incontra soltanto la persona che siamo: partecipa alla creazione della persona che diventeremo.
Perdere quel rapporto significa allora perdere qualcosa di più di una presenza, significa dover capire chi siamo senza di lui.
L’ebbrezza e il pericolo di un’amicizia simbiotica
La parola che sembra descrivere meglio il rapporto raccontato da Hiemstra è proprio simbiosi.
La complementarità iniziale produce una forma di euforia. Essere compresi da qualcuno può dare l’impressione che finalmente il mondo abbia trovato un ordine. Nascono linguaggi privati, riferimenti condivisi, progetti che acquistano senso soltanto perché esiste un’altra persona capace di comprenderli.
Il problema arriva quando quel legame diventa il principale strumento attraverso il quale interpretiamo noi stessi.
Il «progetto di ricerca sulla vita» di Olaf e W. contiene entrambe le possibilità: la straordinaria libertà di scoprire il mondo insieme e il rischio di convincersi di non poterlo fare separatamente.
Non sorprende allora che la crescita introduca inevitabilmente una crisi. Olaf studia filosofia ad Anversa, W. continua a muoversi. Hilde entra nel loro rapporto. Le vite cominciano ad assumere forme differenti.
W. scompare, ma Internet conserva le sue tracce
Poi accade qualcosa che modifica completamente il rapporto tra i personaggi: W. scompare senza spiegazioni.
Non lascia una lettera tradizionale né una risposta capace di chiudere definitivamente la loro storia. Rimane invece un file composto da testi, immagini e haiku, insieme ai meme che W. ha disseminato online. È uno degli aspetti più contemporanei del romanzo.
Un tempo una scomparsa poteva lasciare fotografie, lettere, oggetti. Oggi lasciamo dietro di noi un’immensa quantità di frammenti digitali. Conversazioni, post, fotografie, cronologie, note, playlist, meme: una specie di autobiografia involontaria composta giorno dopo giorno senza sapere che qualcuno potrebbe un giorno utilizzarla per ricostruirci.
Il materiale lasciato da W. potrebbe essere un messaggio indirizzato a lui. Potrebbe contenere indizi. Potrebbe essere l’invito a seguirne le tracce e ricomporre la figura dell’amico.
Oppure potrebbe significare esattamente il contrario: devi continuare senza di me.
Possiamo davvero ricostruire una persona dalle sue tracce?
La scomparsa trasforma così il romanzo di formazione anche in una ricerca, ma l’oggetto da ricostruire non è soltanto ciò che è accaduto a W. È W. stesso.
Chi era davvero? La domanda diventa particolarmente interessante perché conosciamo sempre gli altri attraverso frammenti. Anche la persona che consideriamo più vicina possiede zone alle quali non abbiamo accesso.
Internet sembra promettere il contrario. Conservando una quantità enorme di informazioni, crea l’illusione che una persona possa essere ricostruita attraverso ciò che ha lasciato.
Ma un archivio non coincide necessariamente con un’identità.
Un meme può raccontare qualcosa di noi e contemporaneamente nasconderne moltissimo. Lo stesso vale per un’immagine, un testo, una frase salvata. Più Olaf cerca W. nelle sue tracce, più il romanzo può quindi interrogare quella distanza impossibile da eliminare tra conoscere qualcuno e credere di conoscerlo.
Ed è forse proprio l’assenza a rendere improvvisamente visibili tutte le parti dell’altro che avevamo dato per scontate.
«Noi pensiamo di chiudere con il passato ma il passato non chiude con noi»
C’è una frase, riportata nella presentazione del romanzo, che sembra contenerne uno dei nuclei fondamentali: «noi pensiamo di chiudere con il passato ma il passato non chiude con noi».
È un’idea particolarmente efficace per un romanzo di formazione.
Siamo abituati a immaginare la crescita come un movimento lineare. L’adolescenza finisce, diventiamo adulti e ciò che apparteneva a quella fase rimane indietro. La realtà è meno ordinata.
Le persone che abbiamo amato o dalle quali siamo stati feriti continuano a modificare il modo in cui reagiamo molto tempo dopo la loro scomparsa. Alcuni rapporti terminano nella vita concreta senza terminare davvero nella nostra mente.
W. sembra incarnare esattamente questa persistenza.
La sua assenza non elimina il rapporto con Olaf. Paradossalmente lo rende ancora più presente, perché costringe l’amico a tornare continuamente verso ciò che hanno condiviso.
Perché leggere “W.”
Tiemen Hiemstra concentra il proprio romanzo di formazione nell’arco di tredici giorni, ma dentro questa struttura fa entrare qualcosa di molto più ampio: gli anni nei quali un’amicizia ha costruito due persone e tutto ciò che continua a sopravvivere quando quel rapporto viene spezzato.
W. parla dell’ebbrezza di trovare qualcuno con cui sentirsi immediatamente in sintonia, ma non idealizza quella sensazione. Accanto alla tenerezza esiste la dipendenza, accanto alla complementarità il rischio della simbiosi, accanto alla scoperta condivisa la necessità prima o poi di imparare a proseguire autonomamente.
E poi c’è il problema del passato. Forse crescere non significa lasciarselo alle spalle. Significa capire cosa farne.
Alcune persone possono uscire dalla nostra vita senza smettere di abitarla. E talvolta la parte più difficile non è accettare che qualcuno sia scomparso, ma scoprire quanto di quella persona continui a vivere dentro ciò che siamo diventati.

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