Come possono convivere in un unico libro le regole del giallo classico deduttivo con la tensione psicologica del thriller moderno? La risposta la si trova nel libro “La stanza dei tarocchi” di Barbara Baraldi. Dopo “Gli omidici dei tarocchi“, l’opera segna il ritorno della coppia investigativa formata dalla commissaria Emma Bellini e dalla tarologa Maia, trasportando il lettore in una tesa camera di risonanza psicologica dove la logica deduttiva incontra l’esplorazione dell’inconscio.
L’opera si muove sul confine tra giallo a enigma classico e thriller psicologico contemporaneo, trasformando una misteriosa scomparsa in una riflessione contemporanea sulle ipocrisie sociali e sulle nostre paure più radicate.
“La stanza dei tarocchi” di Barbara Baraldi: un enigma a porte chiuse lungo trent’anni
Alla fine dell’estate del 1996, Marta, una ragazza di sedici anni, svanisce nel nulla durante una festa tra amici senza lasciare alcuna traccia. Il gruppo di cui faceva parte si faceva chiamare con un nome in codice, i Pauvre Lelian, una cerchia di adolescenti ribelli e disillusi legati da dinamiche intense e linguaggi ermetici.
Trent’anni dopo, nel 2026, la padrona di casa Annabella Fontanò – migliore amica di Marta e oggi donna gravemente malata, consapevole che il suo tempo a disposizione sta per esaurirsi – decide di riunire tutti i membri di quel gruppo per un fine settimana in una villa isolata. L’obiettivo è uno solo: costringere i presenti a far cadere ogni maschera e scoprire finalmente che cosa accadde davvero a Marta.
Per squarciare il velo di menzogne e reticenze, vengono chiamate sul posto la commissaria Emma Bellini, poliziotta rigorosa e votata al metodo deduttivo, e Maia, interprete intuitiva dei tarocchi. Intrappolati in un microcosmo claustrofobico dal venerdì alla domenica, i convitati vedranno riaffiorare rancori mai sopiti e segreti inconfessabili in una serrata corsa contro il tempo.
Perché leggerlo: la sfida al lettore tra deduzione e intuizione
La stanza dei tarocchi si distingue nel panorama noir italiano per la sua capacità di far dialogare due mondi apparentemente inconciliabili: la razionalità dell’indagine convenzionale e l’intuito simbolico degli archetipi. La dinamica tra Emma e Maia è complementare; se la prima raccoglie indizi materiali secondo la migliore tradizione di Agatha Christie e Sherlock Holmes, la seconda utilizza le carte per decifrare l’animo delle persone, facendo emergere ciò che le parole tacciono.
Il romanzo non rende il lettore uno spettatore passivo, ma lo lancia in una vera sfida investigativa costellata di lettere cifrate, anagrammi, labirinti e omissioni. Tre distinti misteri si intrecciano, stimolando la deduzione prima ancora che i personaggi arrivino alla verità.
L’ambientazione circoscritta e il conto alla rovescia creano un’atmosfera febbrile, in cui l’inattendibilità dei narratori e la caduta progressiva delle convenzioni sociali tengono vivo il senso di pericolo imminente fino all’ultimo colpo di scena.
Su cosa fa riflettere: classe sociale, solitudine e l’abisso interiore
Al di sotto della trama poliziesca, il romanzo sviluppa un’intensa riflessione sociologica e umana. Centrale è il tema del divario sociale e dell’ingiustizia di classe, incarnato da figure marginali come Tommaso Abbate. L’autrice mostra come la scomparsa progressiva della classe media stia allargando una frattura dolorosa tra ricchezza intoccabile e povertà stigmatizzata, ricordando come il privilegio sociale non sia sinonimo di virtù morale, ma spesso un paravento per nascondere abusi di potere e colpe indicibili.
Un altro asse portante è l’alienazione giovanile: la rabbia e il senso di esclusione dei ragazzi del 1996 dialogano direttamente con l’ansia e la solitudine dei giovani contemporanei. Il bisogno di crearsi un linguaggio cifrato come rifugio esprime la dolorosa incomunicabilità tra il mondo adulto e quello adolescenziale, una distanza che oggi sfocia sempre più nell’isolamento o nel rifiuto di un futuro percepito come rubato.
Infine, il libro invita a guardare dentro le proprie ombre. Rifiutando la distinzione manichea tra buoni e cattivi, la storia dimostra che la mente umana è un luogo complesso, fatto di luci e oscurità. Attraverso l’archetipo dell’Appeso (il dodicesimo arcano), il testo lancia un monito contro la frenesia performativa moderna: invita a fermarsi, a sospendere il giudizio e a sprofondare nella propria interiorità per comprendere chi siamo realmente prima di poter agire nel mondo.
La nascita dell’opera tra paure infantili, cold case e i tarocchi come specchio
Abbiamo intervistato l’autrice Barbara Baraldi per scoprire alcuni tra i retroscena più intimi e le fascinazioni che hanno dato vita al romanzo, partendo dal suo rapporto paradossale con i tarocchi. Lontana dall’esserne appassionata fin dall’inizio, l’autrice ne era terrorizzata da bambina a causa di un episodio del cartone animato Candy Candy, in cui alla protagonista veniva predetta la morte dell’amato Anthony proprio con l’estrazione della tredicesima carta degli arcani.
Per esorcizzare quella paura – unita al trauma infantile provocato dai grandi casi di cronaca nera come le sparizioni di Emanuela Orlandi ed Elisa Claps, l’angoscia di chi svanisce nel vuoto lasciando le famiglie nell’assenza di verità – Baraldi ha iniziato a collezionare mazzi d’arte, finché il volume “La via dei tarocchi” di Alejandro Jodorowsky (regalatole dalla moglie di Tiziano Sclavi, ideatore di Dylan Dog di cui Barbara è curatrice editoriale dal 2023) le ha aperto una prospettiva inedita.
L’autrice chiarisce che nel suo lavoro i tarocchi non hanno alcuna valenza divinatoria, ma fungono da strumenti di autoanalisi e indagine psicologica. Ogni lettura presente nel libro è reale e funge da catalizzatore per dialogare con l’altro. Ne è un esempio la reinterpretazione dell’arcano numero 13, non inteso come “la Morte” ma come “l’Arcano senza nome”: una figura che ara il terreno per ripulirlo e permettere una nuova semina, simboleggiando la rinascita interiore, con una mano azzurra legata allo spirito e una rosa pronta all’azione.
Ad arricchire la genesi dell’opera vi è anche una sorprendente sincronicità: la data del 17 febbraio accomuna infatti il compleanno dell’autrice, quello dell’amica che le donò il testo di Jodorowsky e quello dello stesso artista cileno.
Attingendo a modelli letterari come Giorgio Scerbanenco e Pier Paolo Pasolini per la denuncia del potere e delle ingiustizie, e ai poeti maledetti Verlaine e Rimbaud per dare voce alla rabbia viscerale dei giovani, Barbara Baraldi ha trasformato le sue paure in una narrazione tesa, dove la risoluzione del delitto coincide con il coraggio di guardarsi dentro senza filtri.

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