Il filo rosso della 27ª edizione di Pordenonelegge è la libertà: quella di chi, come Salman Rushdie, non ha mai smesso di combattere per la propria libertà di espressione. Le novità di dell’edizione quest’anno, ricca di oltre 400 incontri, sono la Dissensio Arena, uno spazio dedicato alle voci del dissenso e la nuova onorificenza del Ambassador of Freedom che verrà conferita a Salman Rushdie, a Vera Politkovskaja, figlia della giornalista Anna Politkovskaja, e al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella riceveranno
La letteratura “ibrida” dello scrittore indiano-britannico Salman Rushdie
Presentando Rushdie, protagonista con Federico Rampini della serata inaugurale dedicata ai “ Linguaggi della verità”, il curatore di Pordenonelegge Alberto Garlini ha sottolineato come lo scrittore abbia cambiato il modo di raccontare le storie, attraversando continenti e linguaggi e diventando un maestro della narrazione perpetua. Una letteratura ibrida, capace di generare altre storie, che lo avvicina alla figura di un nuovo Sherazade.
Al centro dell’incontro c’è inevitabilmente la libertà di espressione. Che cosa significa difenderla oggi, in un mondo dilaniato da guerre e tensioni? Per Rushdie il problema non riguarda soltanto le guerre, ma soprattutto il comportamento di chi governa i Paesi, anche in quei luoghi in cui la libertà di espressione viene messa sotto pressione.
Gli scrittori, ha ricordato, sono «persone molto ostinate» e continueranno a dire ciò che pensano. Anche l’intelligenza artificiale è entrata nel dialogo. Rushdie ha scherzato sulla possibilità che l’IA possa eliminare gli scrittori, dichiarandosi «felicemente ignorante» e desideroso di mantenere le cose come sono.
Con il suo consueto tono ironico ha poi commentato Donald Trump, sostenendo che, a suo giudizio, molte delle sue affermazioni sembrano essere «il contrario della realtà». Sul ruolo dell’Europa e sulla preoccupante ascesa delle destre, Rushdie ha preferito non fare previsioni: «Non sono molto bravo a fare previsioni sul futuro». La sua attenzione rimane però concentrata sulla necessità di difendere la libertà e il pluralismo.
Dalla fatwa all’attentato del 2022
Guardando alla propria storia, Rushdie ha ricordato che I versi satanici è stato il suo quarto romanzo e che la maggior parte della sua attività letteraria si è sviluppata nei venticinque anni successivi alla pubblicazione del libro e alla fatwa. L’attentato del 2022, ha spiegato, è un episodio che considera isolato e non l’inizio di una nuova fase della propria vita.
La sopravvivenza gli ha dato una particolare consapevolezza del valore del tempo e della necessità di utilizzarlo per ciò che considera davvero importante. Per Rushdie lo scopo dell’immaginazione non è quello di evadere dalla realtà. Tra storia e immaginazione esiste infatti un confine molto labile, e proprio l’incertezza rappresenta una delle cifre della vita. Il dubbio, secondo lo scrittore, può essere una strada verso la verità. E nella sua opera non manca nemmeno un risvolto ironico, elemento che gli permette di affrontare anche temi drammatici senza rinunciare alla complessità della narrazione.
Raccontare: ecco il compito dello scrittore
A proposito del documentario Knife, di Alex Gibney dedicato all’attentato del 2022 e al lungo percorso della sua guarigione, che sarà presentato a New York il 17 settembre Rushdie ha raccontato di aver apprezzato l’approccio molto sensibile del regista Alex Gibney. La colonna portante del film è un video-diario realizzato dalla moglie, la poetessa e fotografa Rachel Eliza Griffiths, che per un anno ha filmato la loro vita mentre cercavano di affrontare ciò che era accaduto, attraversando le ferite, la cura e infine la guarigione.
Per Rushdie sarà difficile vedere il film, proprio perché lo costringerà a rivivere una parte dolorosa della propria esperienza. Lo scrittore ha parlato anche della lingua inglese, ricordando come molti scrittori provengano da altri continenti e come per lui questo rappresenti un arricchimento. Ha citato James Joyce e l’idea di liberare la lingua inglese dal possesso esclusivo degli inglesi, trasformandola in uno spazio aperto, attraversato da culture, esperienze e linguaggi diversi. Tra i suoi mentori ha ricordato anche Italo Calvino e Umberto Eco.
Sul tema dell’Iran, Rushdie ha ribadito che l’islam radicale esiste e che il regime iraniano è, a suo giudizio, terribile, ma ha anche espresso la sua contrarietà alla guerra promossa dagli Stati Uniti, considerandola un segnale d’allarme e sostenendo che non porterà necessariamente a un miglioramento delle condizioni della popolazione iraniana. Più in generale, ha osservato che molte religioni sembrano trasformarsi in forme di fascismo.
Al centro di tutto rimane però la letteratura e il suo possibile ruolo nella società. «Gli scrittori hanno il potere di cambiare il mondo», ha detto Rushdie, ribadendo che la verità non dovrebbe mai diventare una questione di appartenenza. Il compito degli scrittori, allora, è continuare a fare il proprio lavoro: raccontare.
Photocredits: Giulia Naitza

Condividi questo articolo