Un libro può davvero cambiare la vita. E’ quanto accaduto a Alaa Faraj, che per il romanzo epistolare “Perché ero ragazzo“, pubblicato da Sellerio ha ricevuto il Premio Letterario Internazionale Tiziano Terzani, giunto alla sua XXII edizione nell’ambito del festival letterario vicino /lontano di Udine.
La storia di Alaa Faraj
Nato nel 1995 a Bengasi, in Libia. Studente di ingegneria e promessa del calcio nazionale. Nel 2017, una sentenza della giustizia italiana lo ha condannato a 30 anni di carcere. Il reato contestatogli è di “concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione”. Sulla base di testimonianze frettolose e confuse, era stato indicato come lo “scafista” del barcone dove furono trovati, nella stiva, i corpi di 49 persone morte per asfissìa durante la traversata.
Era la notte di Ferragosto del 2015 e Alaa, che allora aveva vent’anni, si è sempre dichiarato innocente. Nel giugno 2025 la Corte di Cassazione ha confermato la non ammissibilità della richiesta di revisione già dichiarata dalla Corte d’Appello di Messina, che però rilevava lo scarto tra la pena comminata e la condotta tenuta, suggerendo per questo di chiedere la grazia al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Lo scorso dicembre il Presidente gli ha concesso la grazia “parziale”, tenendo conto “del parere favorevole del Ministro della Giustizia, della giovane età del condannato al momento del fatto” e del “proficuo percorso di recupero avviato in carcere”. Una grazia anomala perché concessa a un uomo che non si è mai dichiarato colpevole. Ad Alaa ora restano da scontare ancora alcuni anni ed è in corso una nuova procedura di revisione del processo.
Un esempio di dignità e coraggio
Nella motivazione si definisce il libro “un racconto doloroso ma necessario”, nato dall’invito di Alessandra Sciurba, docente di Filosofia del Diritto conosciuta in carcere, a trasformare la propria vicenda in scrittura e cosi Ala Faraj dal carcere in un italiano imparato in cella, ha iniziato a mandare delle lettere al suo “ angelo custode” che è riuscita ad avere degli alleati autorevoli. In primis Gustavo Zagrebelsky, che con un articolo su Repubblica ha fatto conoscere la storia come emblema della distanza tra diritto e giustizia.
Poi Luciana Castellina, militante da sempre schierata a difesa della salvaguardia dei diritti umani e poi Antonio Sellerio che ha avuto il coraggio di pubblicare un libro scomodo in una lingua antiletteraria. Ma è stato anche quest’aspetto a convincere la giuria del Terzani ad assegnare il premio a una storia esemplare di dignità e coraggio, come ha sottolineato Angela Terzani Staude nel corso della cerimonia alla quale hanno partecipato Marino Sinibaldi, con interventi di Alessandra Sciurba — destinataria delle lettere da cui è nato il libro — insieme a Luciana Castellina, Gustavo Zagrebelsky e don Francesco Saccavini.
Alaa Faraj: “Sono grato all’Italia”
Protagonista assoluto della serata della premiazione sabato 9 maggio è stato lo stesso Faraj, detenuto nel carcere di Palermo e autorizzato eccezionalmente a partecipare grazie a un provvedimento di grazia parziale concesso dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al via libera del Tribunale di Sorveglianza di Palermo.
Molto applaudite le parole di Faraj sul palco, che ha parlato del proprio caso senza mai una parola d’odio e di recriminazione:
“Questa è l’Italia che mi ha accolto, l’Italia che mi ha insegnato. Il vostro Paese ha uno strumento straordinario che si chiama cultura”. Lo scrittore ha ricordato anche come il libro sia nato scrivendo a mano, in italiano imparato in carcere, su fogli inviati lettera dopo lettera ad Alessandra Sciurba.
Nel suo intervento finale Faraj ha poi collegato la propria esperienza ai conflitti contemporanei, parlando delle guerre in Medio Oriente e della situazione a Gaza, ribadendo che “non saremo mai in pace, quando gli altri sono in guerra”. “Questo romanzo e paradossalmente l’intera vicenda – ha concluso – è stata una grandissima opportunità di crescita che mi ha fatto diventare l’uomo che sono”.
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