Dimenticare può sembrare il contrario di ricordare, ma esiste anche una forma di oblio costruita collettivamente, quando una comunità impara a non fare domande, le testimonianze vengono lasciate ai margini e ciò che è accaduto diventa qualcosa di cui tutti conoscono l’esistenza senza volerlo davvero nominare. È intorno a questo meccanismo che Maud Simonnot costruisce L’ora del volo, uscito per Barta il 15 settembre 2026, un romanzo ambientato sull’isola di Jersey e ispirato alle vicende reali degli abusi avvenuti negli istituti per minori dell’isola.
Due epoche, due protagoniste e una distanza di oltre sessant’anni permettono all’autrice di raccontare non soltanto la violenza subita dai bambini, ma anche ciò che rimane quando quella violenza viene sepolta: ricordi incompleti, famiglie incapaci di ricostruire la propria storia e una comunità costretta, prima o poi, a confrontarsi con ciò che avrebbe preferito dimenticare.
“L’ora del volo” di Maud Simonnot, tradotto da Luciana Cisbani, Barta
La prima linea narrativa conduce nel 1959, quando Lily è una giovane ospite di un orfanotrofio di Jersey segnato dalla violenza e dalla desolazione. Per sopravvivere cerca altrove ciò che l’istituzione non è in grado di offrirle: ascolta il canto degli uccelli, trova conforto nell’amicizia con un eremita che vive nei boschi e soprattutto costruisce un rapporto profondo con il “piccolo”, un bambino che sente di dover proteggere a qualunque costo.
In un luogo nel quale l’infanzia viene privata della sicurezza che dovrebbe definirla, Lily prova così a inventare forme alternative di protezione, affidandosi alla natura e ai legami scelti. Il suo mondo non cancella la brutalità dell’orfanotrofio, ma crea piccoli territori nei quali continuare a sentirsi una persona anziché soltanto qualcuno sottoposto al potere degli adulti.
La seconda storia si svolge invece nel presente, quando una giovane donna raggiunge Jersey con un obiettivo molto diverso: ricostruire l’infanzia dimenticata del padre e comprendere quale rapporto lo leghi allo scandalo che ha investito l’orfanotrofio.
La sua ricerca incontra però una resistenza inattesa, perché gli abitanti dell’isola sembrano proteggere il passato attraverso un silenzio ostinato. Il mistero che collega le due linee temporali non riguarda quindi soltanto ciò che è accaduto a Lily o l’identità del bambino che cerca di difendere, ma anche il modo in cui un trauma può attraversare le generazioni senza essere raccontato apertamente. Il passato non scompare quando nessuno ne parla: continua a esistere nelle omissioni, nelle paure, nei comportamenti e nelle domande ereditate da chi viene dopo.
La storia reale degli abusi negli istituti di Jersey
Il retroterra storico del romanzo rende questa vicenda particolarmente dolorosa. A partire dagli anni Duemila, Jersey fu attraversata da una vasta indagine sugli abusi subiti da bambini affidati alle istituzioni dell’isola nel corso del Novecento. Uno dei luoghi diventati simbolo dello scandalo fu Haut de la Garenne, un’ex struttura destinata all’accoglienza dei minori.
L’inchiesta indipendente istituita successivamente dalle autorità di Jersey avrebbe esaminato decenni di testimonianze e il funzionamento del sistema assistenziale, facendo emergere gravi responsabilità nella protezione dei bambini e una cultura istituzionale nella quale denunce e segnali di abuso potevano essere ignorati o minimizzati.
Simonnot sceglie però di non trasformare questa materia in una semplice ricostruzione documentaria. La narrativa le permette di spostare lo sguardo verso ciò che i dati e gli atti ufficiali faticano inevitabilmente a restituire: la percezione di un bambino costretto a vivere in un ambiente violento, il bisogno di trovare una figura da proteggere, il modo in cui un luogo può rimanere impresso nella memoria anche quando i singoli episodi vengono rimossi.
L’ora del volo utilizza così la storia reale come fondamento di una riflessione sul trauma, mantenendo al centro non lo scandalo in quanto evento mediatico, ma le persone la cui infanzia è stata attraversata da esso.
Uno degli elementi più forti della storia di Lily è il rovesciamento delle normali relazioni di cura. L’infanzia dovrebbe essere il periodo nel quale sono gli adulti a proteggere, mentre nell’orfanotrofio descritto dal romanzo quella garanzia viene meno. Lily è quindi costretta ad assumere nei confronti del “piccolo” una responsabilità che non dovrebbe appartenerle, cercando di difendere un altro bambino mentre lei stessa avrebbe bisogno di essere difesa.
Il loro rapporto può essere letto come una forma di resistenza: se l’istituzione cancella l’individualità e rende vulnerabili coloro che dovrebbe tutelare, prendersi cura di qualcuno significa riaffermare la sua dignità e, indirettamente, anche la propria.
È un meccanismo che permette a Simonnot di raccontare la violenza senza farne necessariamente l’unico elemento attraverso cui definire Lily. La ragazza rimane capace di osservare, creare legami, immaginare una possibilità diversa e trovare qualcosa a cui aggrapparsi. Il trauma esiste, ma non esaurisce completamente l’identità di chi lo subisce.
Questo equilibrio sembra particolarmente importante in un romanzo dedicato all’infanzia violata, perché evita di trasformare i personaggi in semplici vittime narrative e lascia emergere invece le strategie, spesso fragili e improvvisate, attraverso le quali cercano di conservare una parte di libertà dentro un sistema che gliela nega.
La natura come rifugio e forma di resistenza
Nel mondo di Lily gli uccelli possiedono un’importanza particolare. Il loro canto arriva da uno spazio che sembra sottrarsi alle regole dell’orfanotrofio e introduce l’immagine del volo già evocata dal titolo. La natura diventa così molto più di un paesaggio: rappresenta la possibilità di immaginare un altrove quando la fuga concreta non è ancora possibile.
Anche l’amicizia con l’eremita dei boschi appartiene a questa geografia alternativa, esterna alle strutture istituzionali che hanno tradito i bambini. Il bosco, gli animali e il cielo costruiscono un mondo parallelo nel quale Lily può recuperare almeno temporaneamente qualcosa che assomiglia alla libertà.
La scelta di contrapporre una scrittura descritta come lirica e luminosa alla durezza della materia narrativa permette inoltre di evitare che il romanzo sia dominato esclusivamente dall’orrore. La bellezza non serve a rendere meno grave ciò che accade, ma diventa una possibilità di resistenza.
Un bambino può continuare a riconoscere il canto di un uccello anche dentro un luogo violento, e proprio quella capacità di percepire qualcosa di bello può rappresentare una forma minima ma essenziale di conservazione di sé. Il titolo L’ora del volo sembra allora racchiudere tanto il desiderio di fuga quanto la possibilità di sottrarsi interiormente a ciò che vorrebbe definire completamente la propria esistenza.
Il trauma non finisce con chi lo ha vissuto
La linea narrativa contemporanea introduce un altro tema fondamentale: la trasmissione intergenerazionale del trauma. La giovane protagonista arriva a Jersey perché nella biografia del padre esiste una zona vuota, un’infanzia che non riesce a ricostruire e che sembra collegata all’orfanotrofio.
Il silenzio della generazione precedente diventa quindi un problema della generazione successiva. Ciò che il padre non ha raccontato produce domande nella figlia, dimostrando come anche l’assenza di una storia possa essere ereditata. Non conoscere significa vivere accanto a qualcosa di invisibile che continua comunque a influenzare il presente.
Il romanzo mette così in discussione l’idea secondo cui dimenticare permetterebbe automaticamente di superare un’esperienza traumatica. Il silenzio può essere una strategia individuale di sopravvivenza, soprattutto per chi non possiede ancora gli strumenti per raccontare ciò che ha subito, ma quando diventa collettivo può trasformarsi in una seconda forma di violenza. La ricerca della giovane donna non è allora semplice curiosità genealogica: significa restituire una storia a qualcuno che forse non è mai riuscito a raccontarla e, contemporaneamente, comprendere una parte della propria identità. Ricostruire il passato familiare diventa un modo per interrompere quella catena di omissioni attraverso cui il trauma ha continuato a esistere.
Quando una comunità protegge il proprio silenzio
Tra gli elementi più inquietanti della trama c’è proprio la resistenza incontrata dalla protagonista nel presente. Gli abitanti di Jersey non sembrano desiderare che qualcuno torni a interrogare quella storia e il loro silenzio trasforma l’intera isola in una sorta di archivio chiuso. È un tema che supera il caso specifico dell’orfanotrofio, perché riguarda il rapporto che qualsiasi comunità intrattiene con le proprie colpe. Ricordare pubblicamente una violenza significa infatti riconoscere non soltanto l’esistenza di chi l’ha commessa, ma anche le responsabilità di chi non ha visto, non ha creduto, non ha parlato o ha preferito proteggere la reputazione di un’istituzione.
Per questo L’ora del volo sembra interrogare anche la differenza tra memoria privata e memoria collettiva. Una società può celebrare alcuni aspetti del proprio passato e contemporaneamente rimuoverne altri, costruendo un racconto nel quale le esperienze più scomode rimangono ai margini. Quando quelle voci tornano, il conflitto non riguarda soltanto la verità storica, ma l’immagine che una comunità possiede di se stessa. La protagonista contemporanea diventa allora una presenza disturbante proprio perché insiste nel fare domande: riportare alla luce il passato significa obbligare il presente a riconoscere che la propria tranquillità potrebbe essere stata costruita anche sul silenzio degli altri.
Ricordare può essere una forma di giustizia
La memoria occupa quindi il centro morale del romanzo. Non può cancellare ciò che è accaduto né restituire l’infanzia a chi l’ha perduta, ma può impedire che una violenza venga cancellata insieme alle persone che l’hanno subita. È una funzione particolarmente importante quando si parla di abusi istituzionali, perché per molto tempo le vittime possono non essere state credute oppure aver avuto pochissimo potere rispetto alle strutture chiamate a proteggerle. Raccontare significa allora modificare almeno retrospettivamente quella distribuzione della voce, permettendo a chi era stato costretto al silenzio di occupare finalmente il centro della narrazione.
Simonnot sembra affidare proprio alla letteratura questo compito, pur senza trasformare il romanzo in un documento giudiziario. La finzione può avvicinarsi a ciò che una testimonianza storica non può inventare, ma può anche rendere percepibili emozioni e conseguenze che una cronologia degli eventi rischierebbe di lasciare sullo sfondo. Il passaggio continuo tra 1959 e presente mostra inoltre quanto sia ingannevole considerare il passato qualcosa di definitivamente concluso: ciò che è accaduto a un bambino può continuare a produrre conseguenze decenni dopo, dentro una famiglia e dentro la memoria di un’intera comunità.
Perché leggere “L’ora del volo”
L’ora del volo promette quindi una lettura dura per ciò che racconta, ma costruita intorno a un’idea di resistenza che impedisce alla violenza di avere l’ultima parola. Lily cerca rifugio negli uccelli, nei boschi, nell’amicizia e nella necessità di proteggere un altro bambino; molti anni dopo, una giovane donna compie un gesto differente ma complementare, tornando sull’isola per proteggere dall’oblio una storia che rischierebbe altrimenti di scomparire. Tra le due esiste la stessa opposizione alla cancellazione: la prima cerca di preservare la vita dentro il trauma, la seconda cerca di preservarne la memoria.
È proprio questa struttura a rendere il romanzo qualcosa di più di una storia sugli scandali degli istituti di Jersey. Maud Simonnot racconta ciò che rimane dopo la violenza, quando le ferite non sono più immediatamente visibili ma continuano a esistere nei ricordi mancanti, nelle famiglie e nei silenzi collettivi. Il volo evocato dal titolo può allora assumere un significato duplice: è il desiderio di Lily di sottrarsi al luogo che la imprigiona, ma anche il movimento attraverso cui una storia sepolta riesce finalmente a uscire dal passato. Perché alcune vicende non chiedono soltanto di essere scoperte; chiedono che qualcuno, molti anni dopo, trovi ancora il coraggio di raccontarle.

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