Ci sono incontri che sembrano scritti nelle trame del destino, momenti in cui la storia collettiva si intreccia indissolubilmente con la cronaca privata. È in questo spazio che si muove Emmanuel Carrère nel suo attesissimo nuovo libro, “Kolchoz“, in arrivo in tutte le librerie il prossimo 5 maggio.
“Kolchoz” di Emmanuel Carrère
Ci sono stati, nell’infanzia di Emmanuel Carrère, momenti di memorabile beatitudine: quelli in cui, in occasione dei viaggi del padre, a lui e alle due sorelle minori era concesso di trasferirsi nella camera dei genitori. “Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz”.
I tre fratelli, ormai più che adulti, ripeteranno quel rito nella camera di un hospice, raccogliendosi attorno alla madre per trascorrere con lei l’ultima notte della sua vita. Sarà proprio Emmanuel a chiuderle gli occhi; e poco tempo dopo inizierà la stesura di questo libro.
L’incontro tra due “poteri”
Il frammento che anticipa l’opera ci porta direttamente nel cuore pulsante della Russia post-sovietica, al Cremlino. Da una parte Hélène Carrère d’Encausse, madre dell’autore e prima donna a guidare l’Académie française come “segretaria perpetua”; dall’altra un giovane Vladimir Putin, appena eletto alla presidenza della Federazione russa.
L’aneddoto citato da Carrère è folgorante. Mentre Hélène cerca di collocare quel volto nei corridoi della memoria istituzionale, Putin la spiazza con una frase che racchiude un’intera filosofia di vita e di potere: “No, lei non si ricorda, Elena Georgievna. Io sì. Ricordare è il mio mestiere”.
La memoria come “mestiere”
In questo scambio si nasconde l’essenza stessa della scrittura di Carrère: la capacità di cogliere il dettaglio psicologico che rivela l’abisso. Se per Putin ricordare è il dovere di chi proviene dai servizi segreti, per Carrère ricordare diventa l’ossessione dello scrittore che cerca di dare un ordine al caos del mondo.
In “Kolchoz”, l’autore di Limovov e L’avversario torna a confrontarsi con la Russia, terra amata e terribile, cercando di decifrare attraverso il passato della propria famiglia e le evoluzioni politiche globali, il senso di un “perpetuo” che sembra non voler lasciare spazio al futuro.
Perché leggerlo
Leggere Carrère significa accettare di perdersi in un labirinto di riflessioni dove l’autobiografia si fa saggio e il reportage diventa letteratura pura. “Kolchoz” non è solo un libro sulla Russia o su una madre illustre; è un’indagine sulla persistenza del potere e sulla fragilità della memoria umana di fronte alla rigidità della Storia.
Preparatevi a un viaggio che, partendo dalle stanze dorate del Cremlino, scava profondamente nell’anima di un secolo che non ha ancora finito di fare i conti con i propri fantasmi.
L’appuntamento in libreria è per il 5 maggio. Un volume imperdibile per chi ama la letteratura che non ha paura di guardare negli occhi la realtà, anche quando questa ha il “sorriso da gatto” di chi sa già tutto di noi.
Un autore portavoce delle contraddizioni dell’uomo
Emmanuel Carrère (Parigi, 1957) è riconosciuto da critica e pubblico comeuno dei massimi esponenti della letteratura contemporanea, celebre per aver rivoluzionato il genere della non-fiction attraverso opere che fondono autobiografia, reportage e indagine storica. Figlio della storica Hélène Carrère d’Encausse, ha raggiunto la fama mondiale trasformando la realtà in narrazione pura: dalla cronaca nera de “L’avversario” al successo internazionale di “Limonov”, fino alla riflessione spirituale de Il Regno.
Vincitore del Premio Principessa delle Asturie nel 2021, Carrère è oggi considerato un maestro nel mettere a nudo le contraddizioni dell’animo umano con una scrittura onesta, analitica e priva di filtri.
