“La visita dell’arcivescovo”, il romanzo sull’attesa che diventa incubo e su una società disposta a cancellare i suoi indesiderati

A Bogdanski Dolina tutto marcisce mentre gli abitanti aspettano qualcosa capace di cambiare il loro destino. Quando viene annunciata la futura visita dell’arcivescovo, la speranza di rinascita si trasforma però in un’ossessione: la città deve apparire perfetta e tutto ciò che potrebbe turbare quell’immagine deve scomparire. Con La visita dell’arcivescovo, Ádám Bodor costruisce una favola…

“La visita dell’arcivescovo”, il romanzo sull’attesa che diventa incubo e su una società disposta a cancellare i suoi indesiderati

Che cosa può accadere a una comunità quando smette di immaginare di potersi salvare da sola e comincia ad aspettare qualcuno che venga a farlo dall’esterno? All’inizio può esserci la speranza. Poi la speranza diventa obbedienza, l’obbedienza paura e la paura produce il bisogno di nascondere tutto ciò che potrebbe compromettere l’immagine che si vuole offrire al salvatore. Ádám Bodor costruisce La visita dell’arcivescovo proprio intorno a questo meccanismo, collocandolo in un luogo che sembra esistere contemporaneamente nella realtà, nell’incubo e nella memoria delle dittature dell’Europa orientale.

Bogdanski Dolina è una città dove il tempo sembra essersi fermato. Le strade sono immerse in un silenzio sepolcrale, i rifiuti si accumulano intorno al paese e gli abitanti cercano soprattutto di non attirare l’attenzione. Esiste infatti l’Izolda, il luogo nel quale vengono confinati tubercolotici, folli e, più in generale, coloro che una comunità preferisce non vedere. Poi arriva una notizia: l’arcivescovo verrà in visita. Nessuno sa quando. Potrebbe arrivare presto oppure molto più avanti. Poco importa. Da quel momento bisogna prepararsi.

Ed è qui che Bodor trasforma un avvenimento apparentemente insignificante in qualcosa di profondamente politico: per rendere presentabile una società, invece di curarne le ferite, si comincia a nasconderle.

“La visita dell’arcivescovo” di Ádám Bodor, tradotto da Mariarosaria Sciglitano, Il Saggiatore

Al centro del romanzo c’è dunque Bogdanski Dolina, una località sospesa in una condizione di immobilità e decomposizione. I suoi abitanti aspettano, sopravvivono e cercano di mantenere la propria sanità mentale mentre intorno a loro tutto sembra progressivamente deteriorarsi. Il fetore dei rifiuti circonda il paese quasi fosse una muraglia e persino la malattia assume una dimensione sociale: essere considerati inadatti può significare finire all’Izolda, separati dal resto della comunità.

In questo universo arriva improvvisamente la promessa della visita dell’arcivescovo. Il prestigio dell’evento appare così grande da alimentare l’illusione che possa riscattare Bogdanski Dolina e restituirle un futuro. C’è soltanto un problema: nessuno conosce la data dell’arrivo. L’attesa diventa quindi permanente. Bisogna tenersi pronti, ripulire le strade, mantenere l’ordine e soprattutto eliminare qualsiasi elemento che potrebbe suscitare imbarazzo davanti all’illustre visitatore.

Intorno a questa preparazione si muove una popolazione di personaggi inquietanti e quasi irreali. Ci sono le sorelle Senkowitz, rinchiuse all’Izolda e poi fuggite, il cappellano militare Gábriel Ventuza, arrivato per recuperare le spoglie del padre assassinato, e il vicario Periprava, precipitato in un sonno apparentemente interminabile e sorvegliato dagli archimandriti. Personaggi e situazioni finiscono per comporre una sorta di processione grottesca nella quale la realtà sembra continuamente sul punto di trasformarsi in allucinazione.

Aspettare qualcuno che forse non arriverà mai

L’idea più potente del romanzo è racchiusa nella sua stessa premessa. L’arcivescovo deve arrivare, ma non esiste una data. Significa che l’intera città viene obbligata a vivere in funzione di un futuro continuamente rimandato. Il presente perde progressivamente importanza perché tutto viene sacrificato a ciò che potrebbe accadere domani.

È una situazione quasi kafkiana. Il potere più efficace non ha neppure bisogno di manifestarsi fisicamente: è sufficiente che tutti credano nel suo imminente arrivo. Nessuno deve vedere l’arcivescovo perché la sua presenza possa già determinare comportamenti, trasformare la città e stabilire ciò che può o non può essere mostrato. L’assenza diventa una forma di autorità.

Bodor porta così il lettore davanti a un paradosso inquietante. Gli abitanti credono di prepararsi per il futuro, ma proprio questa preparazione impedisce loro di vivere il presente. Ogni giornata trascorsa nell’attesa dovrebbe avvicinarli alla salvezza e invece sembra condannarli ancora di più all’immobilità. La speranza, normalmente associata alla possibilità di cambiare, assume qui una forma oscura: può diventare uno strumento capace di rendere sopportabile persino una condizione intollerabile.

Per rendere perfetta la città bisogna far scomparire qualcuno

È probabilmente questo il punto nel quale La visita dell’arcivescovo diventa più disturbante. Bogdanski Dolina non viene davvero risanata in vista dell’arrivo dell’ospite. Viene resa presentabile. La differenza è enorme.

Ripulire significa allora anche decidere che cosa può essere visto e che cosa deve essere nascosto. L’Izolda rappresenta la conseguenza estrema di questa logica: malati, folli e indesiderati vengono separati dal resto della popolazione. Non appartengono all’immagine che la comunità vuole costruire di se stessa e per questo devono essere allontanati dallo sguardo.

La città di Bodor diventa così una metafora feroce di un meccanismo che attraversa epoche e sistemi politici differenti: quando il potere vuole produrre l’immagine di una società ordinata, il problema rischia di diventare non la sofferenza, ma la sua visibilità. Il povero, il malato, il dissidente, il folle o semplicemente colui che non corrisponde alla norma può trasformarsi in qualcosa da rimuovere affinché l’ordine appaia intatto.

È una delle intuizioni più contemporanee del libro. Una comunità può preoccuparsi più della propria rappresentazione che delle condizioni reali delle persone che la abitano. Bogdanski Dolina deve sembrare degna dell’arcivescovo, anche se per ottenere quell’immagine è necessario cancellare proprio coloro che avrebbero maggiormente bisogno di essere visti.

L’Izolda e la paura di diventare indesiderati

L’Izolda è quindi molto più di un semplice luogo della narrazione. Rappresenta un confine: da una parte stanno coloro che possono ancora essere considerati membri della comunità, dall’altra quelli che sono stati classificati come problema.

Ed è proprio l’esistenza di questo confine a disciplinare tutti gli altri. Gli abitanti sanno che si può essere esclusi. Sanno che esiste un posto nel quale vengono rinchiuse le persone che non devono apparire. La paura di oltrepassare quella linea diventa allora uno strumento potentissimo di controllo, perché non serve necessariamente costringere ogni individuo con la forza quando ciascuno ha imparato autonomamente quali comportamenti potrebbero trasformarlo in un indesiderato.

Il mondo di Bodor assume così i contorni di una distopia senza bisogno di grandi apparati fantascientifici. Bastano una cittadina, un’istituzione opaca, qualche autorità e una popolazione abituata a convivere con l’assurdo. L’inquietudine nasce proprio dalla normalità con cui tutto questo viene accettato.

Il grottesco per raccontare il potere

Bodor non costruisce però un semplice romanzo politico realistico. Bogdanski Dolina è attraversata da episodi che sembrano appartenere a una fiaba macabra: un vicario sprofonda in un sonno interminabile, figure religiose assumono un’aura perturbante, personaggi compaiono e scompaiono e la città stessa sembra possedere una geografia mentale prima ancora che fisica.

Il grottesco permette di rendere visibile l’assurdità di un sistema nel quale tutti continuano a comportarsi come se ciò che accade fosse perfettamente normale. È una delle ragioni per cui il romanzo può evocare quella grande tradizione mitteleuropea ed est-europea che ha trasformato burocrazia, autorità e obbedienza in materia dell’assurdo letterario. Il lettore riconosce qualcosa di reale, ma ogni elemento è leggermente deformato, come osservato attraverso uno specchio annerito.

La città stessa sembra lentamente perdere consistenza. Non sappiamo più dove termini la realtà e dove cominci l’incubo, perché forse per gli abitanti di Bogdanski Dolina quella distinzione ha smesso da tempo di avere importanza.

La speranza può diventare una prigione

C’è infine una domanda ancora più profonda dietro l’arrivo dell’arcivescovo: perché gli abitanti hanno così disperatamente bisogno di crederci?

Perché una società degradata, immobile e circondata dai propri rifiuti ha bisogno di immaginare che esista ancora una possibilità di redenzione. L’arcivescovo diventa la materializzazione di questa speranza. Dopo il suo arrivo qualcosa cambierà. La città verrà finalmente riconosciuta. Il presente acquisterà un senso.

È una promessa antichissima: resisti ancora un po’, perché presto arriverà qualcosa capace di cambiare tutto.

Bodor sembra però interessato al lato oscuro di questa convinzione. Se la felicità viene continuamente collocata nel futuro, quanto del presente siamo disposti a sacrificare aspettandola? E soprattutto: che cosa siamo disposti ad accettare purché nessuno distrugga la nostra speranza?

Gli abitanti possono tollerare il degrado, l’esclusione e l’assurdità perché continuano ad aspettare. L’attesa non è quindi soltanto il tema del romanzo. È il sistema attraverso cui Bogdanski Dolina riesce a continuare a esistere.

Una città che ricorda le ombre dell’Europa orientale

L’universo narrativo di Ádám Bodor possiede una forza particolare proprio perché non ha bisogno di trasformarsi in una ricostruzione storica esplicita. Il controllo dei corpi, l’esclusione degli indesiderati, l’autorità opaca, la paura e l’abitudine a obbedire evocano inevitabilmente la memoria politica dell’Europa centro-orientale del Novecento, ma il romanzo conserva una dimensione allegorica più ampia.

Bogdanski Dolina potrebbe appartenere a un passato totalitario, ma potrebbe anche esistere ogni volta che una società decide che la propria immagine conta più delle persone che la compongono. In questo modo la città immaginata da Bodor supera il proprio contesto geografico. Diventa un laboratorio nel quale osservare ciò che accade quando gli individui rinunciano lentamente alla possibilità di mettere in discussione l’ordine delle cose.

Ed è proprio l’indeterminatezza a rendere il romanzo più perturbante. Se Bogdanski Dolina appartenesse soltanto a un preciso momento storico, potremmo chiuderla tranquillamente nel passato. Bodor ci impedisce di farlo.

Perché leggere “La visita dell’arcivescovo”

La visita dell’arcivescovo, tradotto da Mariarosaria Sciglitano e pubblicato in Italia da il Saggiatore, sembra costruito con la materia dei sogni peggiori: quelli nei quali tutti si comportano normalmente mentre intorno sta accadendo qualcosa di profondamente sbagliato. Non occorrono mostri perché esista l’orrore. Bastano uomini che aspettano, autorità che non hanno bisogno di spiegarsi e persone che vengono progressivamente sottratte allo sguardo.

È soprattutto l’idea dell’arcivescovo invisibile a lasciare una traccia profonda. Un’intera città modifica se stessa per qualcuno che ancora non c’è. Ripulisce, nasconde, espelle, obbedisce. E mentre tutti guardano verso il giorno futuro in cui finalmente arriverà la salvezza, nessuno sembra accorgersi di ciò che viene distrutto nel presente.

La grande domanda lasciata da Bodor riguarda allora anche noi: quante cose siamo disposti a sopportare perché qualcuno ci ha convinti che domani andrà meglio? Bogdanski Dolina continua ad aspettare. L’arcivescovo continua a incombere pur rimanendo assente. Intanto i rifiuti si accumulano, gli indesiderati vengono nascosti e il tempo passa. In questa immagine cupa e grottesca La visita dell’arcivescovo trova tutta la propria forza: non racconta semplicemente una città in attesa di essere salvata, ma il momento in cui aspettare la salvezza diventa il modo più efficace per impedirsi di cambiare.