Han Kang, Premio Nobel per la Letteratura, torna a incantare i lettori italiani con “La scatola delle lacrime” (traduzione di Lia Iovenitti, illustrazioni di Bomroya), una favola moderna che ha il sapore di un rito di guarigione. Dopo il successo internazionale de “La vegetariana” e “L’ora di greco”, l’autrice sudcoreana ci conduce in un territorio dove il realismo magico incontra la fragilità dell’anima, ricordandoci che ogni pianto, anche il più silenzioso, possiede un valore inestimabile.
“La scatola delle lacrime” di Han Kang
C’era una volta una bambina che viveva in un villaggio remoto fra le montagne. Come “due ciottoli sott’acqua”, i suoi grandi occhi scuri erano sempre bagnati di pianto: bastava un’ombra, il soffio umido del vento poco prima della pioggia, un piccolo gesto o una melodia lontana a farle versare lacrime.
Poi, un giorno, giunse al villaggio un uomo vestito di nero, con un grande cappello, una borsa scura e un minuscolo uccellino blu dalle piume lucenti. Un uomo dal sorriso malizioso e dallo sguardo triste, con un uccellino color pesca dalle ali blu surreale che spunta da una manica, e una domanda che scuote le fondamenta della logica: si possono collezionare le lacrime?
“Io sono un collezionista di lacrime. Le rivendo anche, se qualcuno ne ha bisogno”.
In questa premessa risiede il cuore pulsante del libro. Han Kang ci presenta una figura quasi mitologica, un mercante di emozioni che non cerca oro o pietre preziose, ma l’essenza stessa dell’umanità. Con “La scatola delle lacrime”, l’autrice compie un atto rivoluzionario: restituisce dignità al dolore.
Incuriosita dalle storie di quell’uomo misterioso e ammaliata dalla “forza strana” dell’uccellino blu, la bambina decise di unirsi al loro viaggio. E durante il cammino – come narra Han Kang in questo racconto delicato e visionario, che ricorda una fiaba di Miyazaki – il mondo intero iniziò a mutare dentro e fuori di lei.
La scrittura di Han Kang
Chi conosce lo stile della Nobel sa che la sua scrittura è come un bisturi avvolto nella seta: precisa, a tratti cruda, ma profondamente empatica. Nel libro “La scatola delle lacrime” la prosa si fa più rarefatta, quasi eterea, assecondando la natura favolistica del racconto. Eppure, sotto la superficie di questa delicatezza, scorrono i temi cari all’autrice: la solitudine, il peso dei ricordi e la ricerca di un contatto autentico con l’altro.
Le lacrime, in questa narrazione, sono tracce di vita vissuta, testimonianze di momenti che ci hanno segnato. Il collezionista non le accumula per egoismo, ma per rimetterle in circolo. Perché, come suggerisce Han Kang, a volte abbiamo bisogno delle lacrime degli altri per imparare a versare le nostre, o per capire che non siamo soli nel nostro naufragio.
L’arte di Bomroya: un dialogo visivo
Ad arricchire questa edizione sono le illustrazioni di Bomroya, che non si limitano a decorare il testo, ma instaurano un vero e proprio dialogo visivo con le parole della Kang. Le immagini catturano perfettamente quell’atmosfera sospesa, quel contrasto tra il “tetro” dell’abbigliamento dell’uomo e il “blu surreale” delle ali dell’uccellino.
Il libro diventa così un oggetto prezioso, una piccola “scatola” da sfogliare con cura, dove l’arte visiva e quella letteraria si fondono per creare un’esperienza sensoriale completa. È un’opera che parla ai bambini che siamo stati e agli adulti che cercano ancora risposte nel buio.
Perché leggere questo libro oggi
“La scatola delle lacrime” è un invito alla sosta. Ci dice che va bene fermarsi, va bene essere tristi, va bene custodire le proprie ferite. La “vendita” delle lacrime di cui parla il protagonista è una metafora potentissima della condivisione: solo quando accettiamo di mostrare la nostra parte più fragile diventiamo veramente liberi.
Leggere Han Kang significa accettare di guardarsi dentro. Con questo libro, l’autrice ci regala una bussola per orientarci nel labirinto delle nostre emozioni, trasformando il pianto da debolezza a dono.
