Perché diciamo “impicciarsi”? La curiosa storia di un verbo passato da un significato all’altro

Da “ostacolare” a “ficcare il naso”: scopri la storia del verbo impicciarsi, passato nel tempo da impedimento fisico a ingerenza negli affari altrui

Perché diciamo impicciarsi La curiosa storia di un verbo passato da un significato all'altro

Chi di noi non si è mai imbattuto in un “impiccione”? Oggigiorno, il verbo impicciarsi è il sinonimo per eccellenza dell’ingerenza: significa occuparsi di questioni che non ci riguardano, ficcare il naso, intromettersi. Eppure, la lingua italiana è un meraviglioso scrigno di storie e, sfogliando i testi del nostro passato, scopriamo che questo termine non è sempre stato legato alla curiosità indiscreta o al pettegolezzo. Anzi, originariamente, significava qualcosa di molto più “fisico” e materiale.

Prendendo spunto da un’interessante analisi apparsa sul blog linguistico Lo SciacquaLingua di Fausto Raso, ripercorriamo i sette secoli di storia di questo verbo: un vero e proprio “romanzo linguistico” fatto di lente ma logiche trasformazioni.

Impicciarsi: un’origine “intrappolante”

Da dove trae origine quindi l’utilizzo del verbo “impicciarsi”? Tutto nasce dal sostantivo “impiccio” (che ancora oggi utilizziamo come sinonimo di difficoltà o seccatura). Gli studiosi di etimologia concordano nel far risalire questa famiglia lessicale all’idea di impedimento, di qualcosa che si intreccia e blocca il movimento. Secondo la Treccani, la derivazione passa dal francese antico “empeechier”, che a sua volta deriva dal latino tardo “impedicare”, ovvero letteralmente “prendere al laccio” o “intrappolare”.

In origine, dunque, impicciare non voleva dire “curiosare”, bensì “creare un ostacolo”, “intralciare”, “rendere difficile”. Appartiene infatti alla stessa famiglia semantica di parole come impaccio o ingarbuglio: tutte richiamano l’immagine visiva di un elemento che si mette in mezzo e impedisce di procedere speditamente.

Da Cecco d’Ascoli al “Fiore di virtù”: l’evoluzione nei secoli

A confermare questo antico significato ci pensano i grandi testi del nostro passato. Ne “L’Acerba” di Cecco d’Ascoli (composta intorno al 1327), troviamo questo verso: “Lo cor di gran temer subito impiccia”. Qui il verbo ha il chiaro significato di “bloccare”, “paralizzare” a causa della paura. Pochi decenni dopo, nella “Cronaca di Buccio” di Ranallo, si legge di una “briga impicciata”, ossia di una faccenda ostacolata e intralciata nel suo svolgimento.

Ma come siamo passati dall’ostacolo all’intromissione? La chiave di volta risiede nella sua forma pronominale: impicciarsi.

Inizialmente, l’espressione significava semplicemente “lasciarsi coinvolgere”, “invischiarsi in una situazione intricata”. L’immagine è potentissima: chi si impiccia finisce dentro un impiccio, restando impigliato in una questione complessa proprio come un animale che finisce in una rete o in un groviglio di corde. Da lì, il passaggio logico è stato tanto graduale quanto inesorabile:

Impicciarsi = entrare in una situazione complicata e aggrovigliata.

Impicciarsi di qualcosa = iniziare a occuparsene.

Impicciarsi degli affari altrui = ingerirsi, ficcare il naso dove non si è chiamati.

Una testimonianza preziosa di questa fase intermedia la troviamo già a cavallo tra il Duecento e il Trecento, nell’opera Fiore di virtù: “Chi non ha in sé onestà, d’alcuna altra virtù non si dee impicciare”. Qui il significato è ormai modernissimo: “non deve occuparsene”, “non deve ingerirsi”.

Un verbo, due anime

La curiosità più affascinante di questo percorso linguistico è che il verbo ha conservato, fino ai giorni nostri, entrambe le sue anime.

Se oggi diciamo intimiamo a qualcuno “Non impicciarti!”, stiamo usando la sua accezione moderna, invitandolo a non ficcare il naso. Ma se ci lamentiamo che uno scatolone lasciato in mezzo al corridoio “impiccia il passaggio”, stiamo incredibilmente riportando in vita il suo significato originario di settecento anni fa: quello di ostacolo.

Anche il sostantivo impiccione mantiene questa eredità: non è solo una persona curiosa, ma letteralmente un “ostacolo”, qualcuno che entra negli affari altrui finendo per creare, ironia della sorte, dei nuovi “impicci”.

La prossima volta che vi capiterà di utilizzare questo verbo, ricordatevi della sua etimologia. In fondo, la lingua ci insegna una grande lezione: chi si intromette troppo nella vita degli altri, finisce sempre per rimanere… “preso al laccio”!