Che cosa rimane di una persona quando una società le ha già portato via quasi tutto? Il tempo, il lavoro, il denaro, la possibilità di scegliere e infine persino il corpo possono diventare risorse da utilizzare fino all’esaurimento. Fame di Choi Jin-young parte da questa idea e la conduce fino alle sue conseguenze più estreme, trasformando il cannibalismo in un’immagine insieme concreta, disturbante e politica.
Una donna trova il proprio compagno Gu morto sull’asfalto, lo raccoglie, lo porta a casa e decide che nessuna istituzione potrà stabilire che cosa debba accadere al suo corpo. Il gesto che compirà oltrepassa ogni limite sociale e religioso: incorporare letteralmente l’uomo amato perché continui a esistere dentro di lei. Ma dietro l’orrore apparente si apre una domanda molto più ampia. Se il mondo trascorre le nostre vite consumandoci, può il corpo diventare l’ultimo territorio attraverso cui ribellarsi?
“Fame” di Choi Jin-young, tradotto da Rosanna De Iudicibus, E/O
La storia comincia con una morte improvvisa. In un pomeriggio apparentemente uguale a molti altri, una donna trova Gu, il proprio compagno, ucciso per strada. Di fronte al suo corpo il tempo sembra interrompersi: lei lo solleva dall’asfalto, lo stringe, lo riporta a casa e comincia a pulirlo accuratamente.
Nel frattempo Gu assiste dall’aldilà al proprio funerale e le loro due voci continuano a incontrarsi, ricostruendo un’esistenza condivisa segnata dall’amore ma anche dalla fatica quotidiana. Hanno conosciuto lavori logoranti e una società capace di inghiottire persone, energie e aspirazioni; la morte, anziché interrompere questo discorso, sembra renderlo ancora più evidente.
La protagonista arriva allora a una decisione estrema. Non vuole più obbedire alla legge, alla religione o al denaro e trasforma il proprio dolore in un atto radicale di appropriazione: fa del corpo di Gu parte del proprio, mangiandolo perché possa continuare a vivere nella sua carne.
Il cannibalismo entra così nel romanzo non semplicemente come elemento orrorifico, ma come punto d’incontro fra amore, lutto e rivolta. La donna rifiuta che persino la morte dell’uomo che ama venga amministrata da qualcosa di esterno alla loro relazione e porta fino all’impossibile il desiderio che accompagna ogni perdita: impedire alla persona amata di scomparire completamente.
Un amore che rifiuta persino la separazione imposta dalla morte
La scelta di Choi Jin-young rende letterale un’immagine che utilizziamo continuamente quando parliamo dell’amore e del lutto: portare qualcuno dentro di noi. Conserviamo gesti, frasi, abitudini e ricordi delle persone perdute fino a farli diventare parte della nostra identità.
Fame elimina la distanza della metafora e la trasforma in carne. La protagonista non vuole soltanto ricordare Gu, vuole incorporarlo; non accetta che il confine tra il suo corpo vivo e quello morto dell’uomo stabilisca definitivamente la loro separazione. Ciò che normalmente appartiene alla dimensione emotiva viene trasferito sul piano fisico e proprio per questo diventa perturbante.
Il gesto non perde però la sua violenza. Amore e orrore convivono perché la decisione della donna costringe il lettore a confrontarsi con ciò che la cultura considera inviolabile: il corpo dei morti, i rituali attraverso cui li salutiamo, il limite che separa una persona dall’altra.
Ma Fame sembra utilizzare questa violazione per interrogare anche il concetto di possesso. Chi decide che cosa accade a un corpo dopo la morte? A chi appartiene ciò che resta di una persona? E fino a quale punto l’amore può rivendicare qualcosa contro le regole della comunità? La protagonista non offre una risposta rassicurante: trasforma il proprio dolore in un gesto impossibile da ricondurre alla normalità.
Se il capitalismo ci divora, “Fame” prende la metafora alla lettera
La dimensione più interessante del romanzo emerge dal rapporto tra il gesto della protagonista e il mondo in cui lei e Gu hanno vissuto. La presentazione del libro insiste sui lavori logoranti e su una società che “ingurgita tutto”, indicando apertamente nella critica al capitalismo uno dei nuclei dell’opera. Il verbo consumare acquista allora almeno due significati.
Consumiamo merci e cibo, ma siamo a nostra volta consumati dal lavoro, dalla precarietà, dal bisogno di denaro e da sistemi che trasformano il tempo del corpo in qualcosa da sfruttare. Choi Jin-young porta questo linguaggio economico direttamente nella carne.
La fame del titolo smette perciò di essere soltanto un bisogno fisiologico. Può essere fame d’amore, di sicurezza, di giustizia, di tempo e di una vita che non sia interamente assorbita dalla necessità di sopravvivere. Se il sistema ha già divorato una parte enorme dell’esistenza di Gu e della donna, l’atto finale sembra capovolgere violentemente il meccanismo: ora è lei a consumare, ma lo fa per conservare invece che per distruggere.
È un paradosso volutamente scomodo. Il corpo divorato diventa contemporaneamente testimonianza di ciò che il mondo ha tolto e tentativo disperato di sottrarre qualcosa alla scomparsa.
Il corpo come ultimo territorio di ribellione
C’è un passaggio particolarmente significativo nella descrizione di Fame: dopo la morte di Gu, la protagonista non intende più piegarsi «né alla legge, né a Dio, né al denaro». Tre forme di autorità molto differenti vengono poste sullo stesso piano perché ciascuna pretende, in maniera diversa, di stabilire regole sul comportamento e sul corpo.
La ribellione della donna non passa attraverso un programma politico o una battaglia collettiva, ma attraverso la cosa più elementare che possiede: sé stessa. Il suo corpo diventa contemporaneamente luogo del lutto, strumento della protesta e sepoltura dell’uomo che ama.
È qui che la componente fisica del romanzo acquista anche una dimensione filosofica. Se una società può stabilire come dobbiamo lavorare, produrre, consumare e persino elaborare la morte, fino a dove arriva realmente la nostra libertà? Fame porta la domanda in un territorio estremo, dove l’autodeterminazione non assume forme rassicuranti.
La protagonista riconquista il controllo attraverso un gesto che la colloca fuori dalla legge e dalle convenzioni, trasformando il proprio corpo in uno spazio che non vuole più concedere ad alcuna autorità. La sua ribellione non deve necessariamente essere considerata giusta perché funzioni letterariamente: deve essere abbastanza radicale da costringerci a chiederci perché ci disturbi tanto.
Il body horror diventa critica sociale
Pur senza ridursi a una semplice storia dell’orrore, Fame utilizza un immaginario vicino al body horror: carne, morte, contaminazione dei confini corporei, incorporazione dell’altro. Ma il corpo non viene deformato soltanto per provocare disgusto. Diventa il luogo in cui si rendono visibili forze normalmente astratte.
Il capitalismo, il lavoro e la disuguaglianza non possiedono un corpo, eppure producono conseguenze sui corpi: stanchezza, dolore, fame, malattia, privazione, morte. Portare tutto questo nella dimensione fisica permette a Choi Jin-young di rendere impossibile una lettura distaccata.
Anche la copertina dell’edizione italiana gioca efficacemente con questo meccanismo: una confezione di noodles istantanei, simbolo di un cibo rapido e seriale, contiene due figure umane immerse al suo interno. L’immagine sintetizza bene il rovesciamento su cui sembra costruirsi il romanzo: crediamo di essere noi a consumare il mondo, mentre potremmo essere diventati ciò che viene consumato. Il corpo umano finisce dentro la confezione, trasformato simbolicamente in prodotto. È la stessa logica che il libro esaspera attraverso la storia di Gu e della donna, facendo incontrare il bisogno elementare di nutrirsi con un sistema economico che tende a trasformare ogni cosa in qualcosa di utilizzabile.
Una voce radicale della letteratura coreana contemporanea
La presentazione italiana definisce Fame un fenomeno letterario underground proveniente dalla Corea del Sud, e questa provenienza aggiunge un ulteriore livello di interesse senza che sia necessario ridurre il romanzo a una semplice rappresentazione della società coreana. Choi Jin-young utilizza infatti una storia profondamente fisica e privata per affrontare questioni che oltrepassano un singolo paese: precarietà, alienazione lavorativa, disuguaglianza, solitudine e difficoltà di costruire una vita sottratta alla logica della produttività. Il rapporto fra Gu e la protagonista offre a queste questioni una dimensione intima, impedendo che la denuncia sociale rimanga astratta.
È proprio la convivenza di registri apparentemente inconciliabili a rendere Fame un libro difficile da classificare: storia d’amore e romanzo di lutto, critica sociale e riflessione filosofica, racconto corporeo e gesto di ribellione. Choi Jin-young sembra voler eliminare la distanza fra ciò che accade alla società e ciò che accade alla carne. Le strutture economiche possono sembrare enormi e impersonali, ma alla fine vengono sperimentate attraverso corpi individuali che lavorano, soffrono, desiderano, hanno bisogno di mangiare e possono essere spezzati.
Perché leggere “Fame”
Fame sembra appartenere a quei romanzi che utilizzano un’immagine estrema non per cercare semplicemente lo scandalo, ma per rendere impossibile ignorare ciò che vogliono raccontare. Una donna mangia il corpo dell’uomo che ama: basterebbe questa premessa a costruire un libro disturbante. Choi Jin-young la utilizza invece come punto di partenza per interrogare la proprietà del corpo, l’elaborazione del lutto, il bisogno di amare e una società che misura continuamente le persone attraverso ciò che producono e consumano. Il cannibalismo diventa così l’immagine paradossale di un amore che vuole conservare e di un sistema che, al contrario, consuma.
Il titolo contiene forse la chiave dell’intero romanzo. Abbiamo fame perché qualcosa ci manca, e non sempre ciò che manca può essere mangiato: può essere una persona, una vita dignitosa, giustizia, libertà o la possibilità di sottrarre almeno una parte di noi alle regole che governano tutto il resto. Fame porta questa mancanza dentro il corpo e la rende materiale, fino a costruire un’immagine difficile da dimenticare: in un mondo che sembra capace di divorarci, una donna decide che sarà lei, per una volta, a stabilire che cosa significa consumare e che cosa significa conservare.

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