La scomparsa di Carlo Ginzburg, avvenuta a Bologna all’età di 87 anni, segna la fine di un’era per la cultura e la storiografia internazionale. Definito più volte come lo storico italiano più conosciuto e tradotto all’estero, Ginzburg ha letteralmente rivoluzionato il modo di indagarlo, insegnando a generazioni di studiosi che le grandi verità della storia non si nascondono necessariamente nei palazzi del potere o nei grandi trattati di pace, ma possono annidarsi nelle pieghe di un verbale d’inquisizione, nei pensieri di un mugnaio friulano o nei dettagli apparentemente insignificanti di un quadro.
Carlo Ginzburg: un’eredità intellettuale tra le tempeste del Novecento
Nato a Torino il 15 aprile 1939, Carlo Ginzburg recava nel sangue e nel nome il peso e la dignità del miglior intellettualismo italiano del Novecento. Figlio di Leone Ginzburg, eroe dell’antifascismo morto sotto le torture naziste nel carcere di Regina Coeli nel 1944, e di Natalia Ginzburg (nata Levi), una delle più grandi scrittrici e voci letterarie del nostro Paese, Carlo crebbe immerso nella cultura e, al tempo stesso, nelle persecuzioni. Essendo di origini ebraiche da parte di entrambi i genitori, visse l’infanzia sotto la minaccia delle leggi razziali e dell’occupazione bellica, arrivando a dover cambiare temporaneamente cognome per sfuggire alla deportazione.
Quell’esperienza di “ebreo diasporico”, come si sarebbe definito lui stesso in età adulta, ne segnò profondamente l’approccio intellettuale: uno sguardo perennemente obliquo, Laterale, empatico verso gli esclusi, i perseguitati e i marginali.
La rivoluzione della Microstoria: il macroscopico nel frammento
Dopo gli studi d’eccellenza all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, seguiti da un perfezionamento al prestigioso Warburg Institute di Londra, Ginzburg scelse di deviare dai sentieri battuti della storiografia tradizionale. Nel 1966 attirò l’attenzione del mondo accademico con I benandanti, uno studio pionieristico sui culti agrari e sulla stregoneria nel Friuli del Cinquecento e Seicento, condotto unendo la precisione d’archivio all’antropologia e all’etnologia.
Ma il capolavoro assoluto, il testo che avrebbe ridefinito i canoni storiografici mondiali, arrivò nel 1976 con la pubblicazione de Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500. In questo volume – tradotto in decine di lingue – Ginzburg applicò magistralmente il metodo della “microstoria”. Anziché focalizzarsi sulle biografie di re o papi, lo storico ricostruì meticolosamente la cosmologia di Domenico Scandella, detto Menocchio, un comune mugnaio processato dall’Inquisizione per le sue idee eretiche ed eccentriche sulla creazione del mondo (paragonata, appunto, al formaggio da cui nascono i vermi).
Attraverso il microscopio di un singolo caso marginale, Ginzburg riuscì a spalancare una finestra immensa sulla cultura popolare, sulle tensioni religiose dell’epoca e sui complessi meccanismi di trasmissione culturale tra le classi subalterne e l’élite letterata.
Lo storico come investigatore e come giudice
Per Ginzburg, il lavoro dello storico somigliava a quello del detective. Nel suo celebre saggio Miti emblemi spie (1986) teorizzò il “paradigma indiziario”: un metodo di interpretazione basato sulla valorizzazione dei dati marginali, dei dettagli scartati e degli errori come spie di una realtà più profonda. Questo metodo, mutuato tanto dalla medicina quanto dalla critica d’arte di Giovanni Morelli e dai metodi investigativi di Sherlock Holmes, divenne la sua firma metodologica.
Tuttavia, Ginzburg fu sempre molto attento a distinguere il ruolo dello storico da quello del magistrato. Nel memorabile pamphlet Il giudice e lo storico (1991), scritto in margine al controverso processo a Adriano Sofri, spiegò che se il giudice deve condannare o assolvere focalizzandosi sulla prova oltre ogni ragionevole dubbio, lo storico ha il dovere più ampio e sfaccettato di comprendere, contestualizzare e far emergere le contraddizioni della realtà, senza mai appiattire la verità storica su quella puramente giudiziaria.
Una cattedra senza confini
La sua straordinaria statura intellettuale lo portò a insegnare nelle università più prestigiose del pianeta. Dopo lunghi anni trascorsi all’Università di Bologna, si trasferì negli Stati Uniti, dove fu docente alla UCLA (University of California, Los Angeles), oltre ad aver tenuto corsi e lezioni ad Harvard, Yale e Princeton. Dal 2006 al 2010 tornò laddove il suo viaggio era iniziato, insegnando Storia delle culture europee alla Scuola Normale Superiore di Pisa.
Insiti di ben 19 lauree honoris causa e membro delle più illustri accademie internazionali (tra cui l’Accademia Nazionale dei Lincei), Ginzburg non ha mai smesso di scrivere e interrogarsi. Fino ai suoi ultimi lavori (Nondimanco, La lettera uccide), ha continuato a smontare le falsificazioni storiche, a studiare le radici dell’antisemitismo, a rileggere Machiavelli, Pascal e Hobbes, dimostrando come la filologia e il rigore sui documenti d’archivio fossero le armi più potenti per difendere la verità in tempi di dilagante relativismo.
Oggi, con la scomparsa di Carlo Ginzburg, il mondo perde un maestro del pensiero critico, un intellettuale che ha saputo dare voce a chi non l’ha mai avuta e che ci ha insegnato, per sempre, a guardare il mondo partendo dal basso.
Photocredits: Derzsi Elekes Andor
