5 romanzi da leggere in autunno per perdersi tra memoria, storia e destini inquieti

5 romanzi molto diversi per attraversare l’autunno seguendo vite sospese, comunità travolte dalla Storia, possibilità che si aprono e si richiudono e personaggi costretti a fare i conti con ciò che resta del passato. Da “Ritorno a Deià” di Wu Ming 4 a “I ragazzi terribili” di Jean Cocteau, passando per “Parte del caos” di…

5 romanzi da leggere in autunno per perdersi tra memoria, storia e destini inquieti

Sono romanzi nei quali entrare lentamente, lasciando che siano i personaggi, le loro ossessioni e ciò che hanno perduto a stabilire il ritmo della lettura. I cinque titoli scelti seguono proprio questa direzione e, pur essendo molto differenti tra loro, condividono una domanda: cosa accade quando una vita viene costretta a cambiare traiettoria?

Può essere la Storia a irrompere nell’esistenza individuale, come accade in “Ritorno a Deià” e “La resistente”, oppure una crisi intima, come in “Parte del caos”. Può essere persino la morte, moltiplicata in una vertiginosa serie di possibilità in “Tutte le morti di Emily Winter”, o quella forma di autodistruzione che nasce dentro relazioni chiuse e totalizzanti, come ne “I ragazzi terribili”.

Sono quindi cinque letture che permettono anche di attraversare generi, epoche e paesi differenti. Si passa dalla Maiorca degli anni Trenta alla Valsolda della Resistenza, dall’Argentina contemporanea all’universo quasi favolistico costruito intorno a Emily Winter, fino a un classico del Novecento francese che continua a parlare con sorprendente precisione delle zone più oscure della giovinezza.

L’autunno diventa allora soprattutto un pretesto per cercare romanzi capaci di trattenere il lettore dentro una domanda anche dopo aver chiuso il libro: quanto della nostra esistenza dipende dalle nostre scelte e quanto, invece, dagli incontri, dalle circostanze e dalla Storia che improvvisamente entra nelle nostre stanze?

5 romanzi da leggere in autunno

“Ritorno a Deià” di Wu Ming 4, Einaudi

Esistono luoghi nei quali sembra possibile sottrarsi al mondo. “Ritorno a Deià” parte proprio da questa illusione e la colloca a Maiorca, nel villaggio di Deià, dove nel 1929 arrivano il poeta britannico Robert Graves e la poetessa americana Laura Riding. La loro casa diventa progressivamente il centro di una piccola costellazione di intellettuali, artisti, amici e viaggiatori: persone che cercano sull’isola un buen retiro, uno spazio apparentemente separato dalle convenzioni e dalle tensioni dell’Europa. L’immagine è quella di una nave ancorata nel Mediterraneo: non può andare da nessuna parte, ma è il mondo che può raggiungerla. Ed è esattamente ciò che accadrà.

Wu Ming 4 trova nella vicenda un punto di incontro particolarmente fertile tra romanzo storico e riflessione sul ruolo degli intellettuali. Deià non è soltanto un luogo geografico, ma il tentativo di costruire un mondo alternativo. Intorno a Graves e Riding nasce una comunità attraversata da amicizie, amori, rivalità, fascinazioni e conflitti. La cultura non rimane qualcosa di astratto: diventa un modo di abitare, scegliere le proprie relazioni e immaginare la propria esistenza. Proprio per questo l’arrivo della Storia acquista un peso ancora maggiore. Quando esplode la Guerra civile spagnola, l’isola non può più essere pensata come un rifugio e ogni personaggio è costretto a confrontarsi con qualcosa che fino a quel momento sembrava potesse rimanere fuori dalla porta.

È uno degli elementi più interessanti della premessa: l’impossibilità di essere davvero neutrali quando la realtà precipita. Il piccolo Parnaso mediterraneo entra in collisione con una violenza politica che obbliga tutti a scegliere. Le esistenze individuali, con le loro eccentricità e i loro desideri, vengono improvvisamente misurate contro qualcosa di immensamente più grande. E in questa frattura il romanzo può essere letto anche come una storia sulla fine di un’illusione europea: quella secondo cui l’arte e la cultura possano creare un territorio completamente autonomo rispetto agli eventi politici e sociali.

La figura di Laura Riding aggiunge un’altra dimensione. Nel brano riportato nella presentazione editoriale, la sua narrazione del destino dei Troiani diventa quasi una premonizione: una leggenda appartiene a ogni epoca perché permette agli uomini di riconoscere il proprio presente dentro storie antichissime. Troia e Deià finiscono così per sovrapporsi, e la letteratura smette di essere evasione per trasformarsi in uno strumento attraverso cui comprendere ciò che sta accadendo. È un passaggio particolarmente suggestivo perché riporta al centro una delle grandi domande del romanzo storico: raccontiamo il passato perché è finito oppure perché continua, sotto forme diverse, a riguardarci?

“Ritorno a Deià” appare allora particolarmente adatto a una lettura autunnale proprio per questa progressiva trasformazione dell’atmosfera. Si parte da un’isola mediterranea, dagli artisti e dalla promessa di una vita diversa e si arriva alla consapevolezza che nessun luogo è davvero fuori dal tempo. Dietro la bellezza del paesaggio cresce qualcosa di inquieto. Il rifugio diventa frontiera, gli amici devono scegliere e il sogno collettivo viene messo alla prova. È una storia sul momento in cui il mondo bussa alla porta e non è più possibile fingere di non sentirlo.

“Parte del caos” di Ariel Urquiza, tradotto da Franco Malanima, Articoli Liberi

Il caos evocato dal titolo del romanzo di Ariel Urquiza non è necessariamente quello spettacolare delle grandi catastrofi. È molto più vicino e riconoscibile: è il disordine che si forma lentamente quando le parti della propria esistenza continuano a essere presenti ma non sembrano più combaciare. Il protagonista ha un lavoro che non ama, un matrimonio che si sta sgretolando e un figlio con il quale non riesce a costruire una vera sintonia. Davanti a questa frattura comincia a raccontarsi la propria vita, quasi potesse trovare nel racconto un’origine precisa del crollo e, individuandola, capire come ricominciare.

È un meccanismo narrativo estremamente contemporaneo. Ricostruire il passato significa infatti cercare una spiegazione di se stessi, ma la memoria raramente restituisce una storia ordinata. Nel romanzo affiorano il lavoro come fotografo, la vita familiare, un’infanzia segnata dalla tragedia e l’incontro con Nancy, ex hostess conosciuta durante un viaggio negli Stati Uniti. A tutto questo si aggiunge l’ossessione per il suicidio di uno studioso di testi biblici che il protagonista aveva fotografato appena un giorno prima della morte. Fotografia e memoria finiscono così per avvicinarsi: entrambe promettono di conservare qualcosa, eppure nessuna delle due riesce davvero a restituire ciò che è stato.

Ancora più significativa è la relazione virtuale con un filosofo costaricano al quale il protagonista si presenta fingendo di essere Nancy. L’identità diventa mobile e la rete offre la possibilità di costruire una versione alternativa di sé. Non sembra però una semplice fuga: dietro la menzogna emerge il bisogno di guardarsi da una prospettiva differente. Se raccontarsi direttamente non basta, forse diventare qualcun altro consente di avvicinarsi alla propria verità. Urquiza mette così in relazione identità, rappresentazione e solitudine, interrogando una delle contraddizioni della contemporaneità: possiamo moltiplicare le possibilità di comunicare con gli altri e sentirci comunque irrimediabilmente separati da loro.

Il mestiere del protagonista assume allora un significato ulteriore. Una fotografia isola un istante dal flusso del tempo e sembra trasformarlo in una prova. Ma possedere l’immagine di qualcosa non significa necessariamente comprenderla. Il protagonista dispone dei pezzi del proprio passato e tuttavia non riesce a completare il puzzle. È forse proprio qui che il romanzo trova la sua idea più forte: la vita non è un enigma al quale manca semplicemente l’ultima tessera. Alcune esperienze rimangono contraddittorie, alcuni dolori non producono spiegazioni definitive e persino ciò che ricordiamo cambia a seconda del punto dal quale lo osserviamo.

Arte, filosofia, letteratura e religione attraversano questa ricerca perché il problema non riguarda soltanto ciò che è accaduto, ma ciò in cui sia ancora possibile credere. Quando lavoro, amore e famiglia non riescono più a offrire coordinate stabili, resta da capire se sia possibile ricostruire un significato. “Parte del caos” sembra interessato proprio a questa zona fragile: non al grande gesto con cui un uomo cambia improvvisamente vita, ma al lento tentativo di tornare a sentirla come propria. Un romanzo adatto all’autunno perché invita a rivolgere lo sguardo verso l’interno e accetta una verità scomoda ma profondamente umana: capire da dove viene il nostro caos non significa necessariamente riuscire a eliminarlo.

“Tutte le morti di Emily Winter” di Guadalupe Eichelbaum, tradotto da Franco Malanima, Articoli liberi

Emily Winter muore sedici volte. La prima ancora prima di nascere, con il cordone ombelicale intorno al collo. Poi a nove mesi, a tre anni, a quattro, a cinque, a otto, a dieci. E ancora sui pattini, precipitando da una scogliera, accoltellata per strada, in un incidente aereo, per un ictus o nel sonno, ormai novantenne. Potrebbe sembrare l’inizio di un romanzo dominato dalla morte; la trovata di Guadalupe Eichelbaum produce invece quasi l’effetto opposto, perché accanto a ognuna di quelle morti esiste la possibilità che Emily sopravviva. Basta un dettaglio. Una mano arriva in tempo, qualcuno guarda nella direzione giusta, una scelta cambia e la vita prende un’altra strada.

“Tutte le morti di Emily Winter” utilizza così la morte per parlare della vertiginosa precarietà dell’esistenza. Ogni giorno attraversiamo una quantità di possibilità delle quali non siamo consapevoli e chiamiamo semplicemente “vita” la traiettoria che alla fine si realizza.

Il romanzo rende visibili quelle deviazioni invisibili. Emily può essere contemporaneamente la bambina che non arriva al primo compleanno e la donna che raggiunge i novant’anni. La sua biografia non è più una linea, ma un albero di possibilità, e ciò trasforma una vicenda individuale in una riflessione più ampia sulla fortuna, sulla casualità e sulla nostra necessità di immaginare che l’esistenza abbia un ordine.

La maternità sembra rappresentare uno dei luoghi nei quali questa consapevolezza diventa più dolorosa. Emily è prima figlia e poi madre, e l’amore materno porta con sé una particolare percezione del pericolo. Amare qualcuno significa anche sapere che potrebbe essere perduto.

La presentazione del romanzo parla significativamente di una “veglia perpetua sull’orlo del precipizio”: la mente immagina ciò che potrebbe accadere proprio perché ciò che possediamo è prezioso. Eichelbaum sembra trasformare questa paura in struttura narrativa, mettendo in scena ripetutamente ciò che normalmente rimane soltanto una possibilità temuta.

Ma Emily non esiste da sola. Intorno a lei si raccolgono le voci di genitori, fratelli, mariti, figli, nipoti, amici, vicini e persino di una badante che non ha conosciuto la “vera” Emily. È un elemento importante perché introduce un’altra domanda: quante versioni di una persona esistono?

Ogni relazione conserva una Emily differente, così come ogni possibile morte avrebbe prodotto un’assenza diversa. L’identità non appartiene quindi interamente all’individuo, ma continua nelle memorie degli altri. Anche il lutto smette di essere soltanto la conseguenza della morte e diventa il luogo nel quale chi rimane prova a ricostruire una persona che non potrà mai possedere nella sua interezza.

Il confine fra favola, romanzo e meditazione sulla perdita rende il libro difficile da rinchiudere in una sola categoria. E proprio questa sembra essere la sua forza. L’idea delle sedici morti avrebbe potuto diventare un puro esercizio narrativo; qui, invece, permette di capovolgere la prospettiva. Più Emily muore, più acquista valore il fatto che continui a vivere. Ogni sopravvivenza ordinaria diventa quasi miracolosa senza aver bisogno di nulla di soprannaturale.

È forse il romanzo più filosoficamente autunnale dei cinque. Non perché sia semplicemente malinconico, ma perché guarda contemporaneamente alla caducità e alla persistenza. Le foglie possono cadere, una possibilità può chiudersi, qualcuno può scomparire; eppure fino all’istante precedente esisteva ancora un’altra strada. “Tutte le morti di Emily Winter” sembra ricordarci proprio questo: essere vivi significa abitare, senza quasi accorgercene, la possibilità che per una volta la mano sia arrivata in tempo.

“La resistente” di Mattia Bertoldi, Gabriele Capelli Editore

Lucia Buonvicini non sembra destinata a diventare una combattente. Svizzera di nascita, arriva con la famiglia a Oria, in Valsolda, pensando al paese affacciato sul Ceresio come a un rifugio temporaneo.

Poi arriva l’8 settembre e ciò che avrebbe dovuto essere provvisorio diventa il punto di partenza di una scelta radicale. Lucia entra nella Resistenza con il nome di battaglia Nichi e comincia una doppia vita nella quale ogni errore potrebbe significare la fucilazione. Mattia Bertoldi costruisce “La resistente” a partire da una storia vera e mette al centro non soltanto la lotta contro il fascismo, ma il prezzo umano della scelta di opporsi.

La posizione di Lucia rende il conflitto particolarmente interessante. Non è soltanto una resistente: è anche una madre. Quando il comandante fascista Emilio Castelli e la sua Brigata Nera stringono la regione in una morsa e un rastrellamento costringe quasi tutti i partigiani a riparare in Svizzera, Lucia rimane coinvolta in una rete sempre più pericolosa.

Sulle montagne resta una piccola banda guidata da Falco, mentre Castelli cerca l’arsenale nascosto dai ribelli. Lucia è sorvegliata e deve arrivare a utilizzare il figlio Renzo, di appena nove anni, per mantenere le comunicazioni con i partigiani.

È qui che il romanzo acquista una tensione che va oltre la semplice avventura resistenziale. La libertà non viene presentata come un ideale astratto, ma come qualcosa che entra in conflitto con altri doveri e altri amori.

Fino a che punto può spingersi una persona per ciò in cui crede? E cosa accade quando la scelta politica mette a rischio proprio coloro che vorremmo proteggere? Lucia è costretta a vivere dentro questa contraddizione senza poterla risolvere facilmente. Essere madre non cancella la resistente e la resistente non può cancellare la madre.

Anche il paesaggio assume un ruolo decisivo. Montagne, confini e inverno non sono soltanto sfondo: determinano le possibilità dei personaggi. La vicinanza con la Svizzera significa salvezza, fuga, espulsione e clandestinità.

Un confine geografico diventa continuamente anche un confine morale: tra prudenza e coraggio, fedeltà e tradimento, sopravvivenza e responsabilità. Quando la banda di Falco deve abbandonare il proprio nascondiglio, quelle distinzioni diventano ancora meno nette e il romanzo sembra ricordare quanto le categorie che utilizziamo a posteriori possano apparire molto più chiare di quanto fossero per chi viveva gli eventi.

Il destino di Lucia aggiunge infine una dimensione dolorosa alla vicenda. Espulsa dall’Italia, nel maggio 1945 tenta di attraversare clandestinamente le montagne per tornare dai figli. Non arriverà mai. Sapere che la storia nasce da una vicenda reale cambia inevitabilmente il peso di questo epilogo: dietro il personaggio rimane la traccia di una donna che ha effettivamente attraversato una delle stagioni più drammatiche della storia italiana.

“La resistente” diventa così un romanzo sulla Resistenza nel significato storico del termine, ma anche sulla resistenza individuale: quella del corpo, degli affetti e delle convinzioni quando tutto spinge alla resa. Per una selezione autunnale porta con sé montagne, clandestinità e inverno imminente, ma soprattutto una storia nella quale la grande Storia viene osservata dalla posizione di chi deve pagarne personalmente ogni conseguenza.

“I ragazzi terribili” di Jean Cocteau, prefazione di Matteo Marchesini, BUR Rizzoli

Ci sono romanzi che invecchiano perché appartengono irrimediabilmente al proprio tempo e altri che, riletti molti decenni dopo, sembrano aver intercettato qualcosa che continua a ripresentarsi sotto forme differenti.

Rizzoli presenta la nuova edizione 2026 de “I ragazzi terribili” sottolineandone proprio la “sconcertante attualità”. Al centro ci sono due giovani, fratello e sorella, e un amico particolare, legati all’interno di un universo affettivo nel quale complicità, dipendenza, fascinazione e distruzione diventano progressivamente difficili da distinguere.

Cocteau guarda alla giovinezza senza trasformarla nell’età innocente che spesso la letteratura adulta ama rimpiangere. I suoi ragazzi sono attraversati da disordine, prostratione, gioia gratuita, temerarietà e una sorta di selvaggia disponibilità a spingersi oltre il limite.

La definizione editoriale di “legami ambigui stretti fino a limiti morbosi” permette di comprendere subito dove si trovi il nucleo più inquietante del romanzo: nell’intimità che smette di proteggere e comincia a imprigionare. Il piccolo mondo costruito dai personaggi funziona secondo regole proprie, come se la realtà esterna potesse essere sospesa attraverso il gioco, l’immaginazione e la reciproca devozione.

È però proprio il gioco a contenere una minaccia. Ciò che all’inizio può apparire come libertà assoluta possiede anche qualcosa di claustrofobico. Quando un gruppo si chiude completamente su se stesso, ogni emozione viene amplificata e l’altro smette progressivamente di essere soltanto una persona: diventa specchio, rivale, oggetto di desiderio, alleato indispensabile.

La complicità può allora trasformarsi in una forza autodistruttiva. La presentazione parla significativamente di una “complicità con le forze della morte”, espressione che restituisce bene il modo in cui vitalità e annientamento finiscono per avvicinarsi.

È anche ciò che rende il romanzo interessante oggi. Cocteau non ha bisogno di appartenere al nostro presente per riconoscere alcune dinamiche che continuano a caratterizzare l’adolescenza e la prima giovinezza: la costruzione di un linguaggio privato, l’intensità assoluta delle relazioni, il bisogno di sentirsi separati dal mondo adulto, la trasformazione dell’identità in una rappresentazione condivisa con gli altri. La domanda proposta dalla stessa edizione, non sono forse tratti ricorrenti di molta gioventù? impedisce di trattare questi personaggi come semplici creature eccentriche di un’altra epoca.

Il carattere lirico e quasi allucinato della vicenda trova inoltre un’estensione nelle illustrazioni realizzate dallo stesso Cocteau, presenti in questa edizione. Non sono un’aggiunta puramente ornamentale: la dimensione visiva appartiene profondamente all’immaginario di un autore che attraversò letteratura, teatro, cinema e arti figurative. Il libro diventa così anche un oggetto attraverso cui incontrare una sensibilità artistica incapace di rispettare confini troppo rigidi fra le forme.

All’interno di questi cinque romanzi, “I ragazzi terribili” è una chiusura particolarmente efficace perché porta la selezione in un territorio differente. Dopo la Storia, la memoria, la morte e la Resistenza, troviamo una stanza chiusa nella quale il pericolo nasce dai rapporti stessi tra le persone.

L’autunno di Cocteau è interiore: è il momento nel quale l’euforia della giovinezza comincia a mostrare la propria ombra. E dietro l’apparente gioco rimane una domanda che rende questo classico ancora perturbante: cosa succede quando il mondo che abbiamo creato per proteggerci dagli altri diventa il luogo dal quale non sappiamo più uscire?

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A unire questi libri non è un genere, né un’epoca, ma il momento della trasformazione. Robert Graves, Laura Riding e la comunità di Deià scoprono che nessun paradiso può restare impermeabile alla Storia; il protagonista di “Parte del caos” cerca nei frammenti del passato una strada per ricostruirsi; Emily Winter attraversa tutte le vite che avrebbero potuto interrompersi; Lucia Buonvicini scopre quanto possa costare trasformare la libertà in una scelta concreta; i ragazzi di Cocteau portano invece fino all’estremo il desiderio di costruire un universo soltanto loro.

Sono cinque modi diversi di raccontare quella zona dell’esistenza in cui qualcosa finisce e qualcos’altro deve ancora trovare una forma. Ed è forse proprio per questo che sono cinque romanzi perfetti da portare con sé nei mesi autunnali.