3 saggi per chi non vuole più accettare il mondo così com’è

Chi decide quali voci meritano di essere ascoltate, quali vite entrano nella Storia e persino quali esseri hanno diritto a occupare il centro del mondo? Tre saggi molto diversi tra loro mettono in discussione gerarchie che abbiamo imparato a considerare naturali e ci invitano a osservare la realtà da una prospettiva completamente diversa.

3 saggi per chi non vuole più accettare il mondo così com'è

Chi ha il diritto di parlare? Perché denunciare un’ingiustizia può trasformare chi la subisce in un problema? Perché continuiamo a raccontare la storia attraverso alcune vite dimenticandone altre? E cosa accadrebbe se smettessimo perfino di considerare l’essere umano come misura di tutto ciò che esiste?

Tre saggi apparentemente lontani permettono di attraversare queste domande da prospettive differenti. Sara Ahmed indaga il potere delle istituzioni e l’esperienza di chi decide di denunciare ciò che accade al loro interno; Donna J. Haraway mette in discussione l’antropocentrismo per immaginare nuove forme di convivenza in un pianeta profondamente trasformato dall’azione umana; Giorgio Podestà riporta alla luce dieci donne del Rinascimento che il racconto storico ha lasciato nell’ombra. Tre libri che parlano di potere, memoria e relazioni e che, soprattutto, ci chiedono di spostare lo sguardo verso ciò che troppo spesso rimane fuori dall’inquadratura.

3 saggi per spostare lo sguardo dal centro ai margini

Il filo che unisce questi libri è proprio il concetto di centro. Ogni società stabilisce implicitamente ciò che considera importante e ciò che può essere lasciato sullo sfondo: alcune persone vengono ascoltate mentre altre devono continuamente dimostrare la legittimità della propria voce; alcune vite diventano Storia mentre altre sopravvivono appena nelle note a piè di pagina; persino il nostro rapporto con il pianeta nasce da una gerarchia che ha collocato per secoli l’essere umano sopra le altre forme di vita. Leggere questi tre saggi significa allora compiere un movimento opposto, abbandonare temporaneamente il centro e osservare cosa accade ai suoi confini.

Non diciamo no da sole. Arte e attivismo di denuncia” di Sara Ahmed, Fandango Libri

Dire no sembra uno dei gesti più semplici che possano esistere. Sara Ahmed mostra invece quanto possa diventare difficile quando quel no viene pronunciato contro un’istituzione, un sistema di potere o una consuetudine che tutti sembrano avere imparato ad accettare.

In “Non diciamo no da sole. Arte e attivismo di denuncia”, la filosofa e teorica femminista parte dalle esperienze di chi denuncia molestie sessuali, razzismo e discriminazioni per interrogarsi su ciò che accade dopo aver trovato il coraggio di parlare. Il paradosso è feroce: chi segnala un problema rischia di diventare, agli occhi dell’istituzione, il problema stesso. L’attenzione si sposta così dall’ingiustizia denunciata alla persona che ha infranto il silenzio, che può essere isolata, stigmatizzata o descritta come difficile proprio perché ha rifiutato di adeguarsi.

Ahmed non si limita però a raccontare la denuncia come esperienza individuale. Uno dei passaggi più interessanti del suo ragionamento riguarda la necessità di imparare ad ascoltare con quelle che definisce “orecchie femministe”, riconoscendo che persino l’ascolto può essere condizionato dai rapporti di potere. Una denuncia non esiste nel vuoto: incontra procedure, linguaggi, gerarchie e persone che decidono quale versione dei fatti meriti credibilità.

Per questo parlare diventa anche un gesto politico. Le testimonianze raccolte nel libro mostrano come esperienze apparentemente private possano rivelare strutture molto più profonde e come riconoscersi nelle parole degli altri possa trasformare l’isolamento in solidarietà. Il plurale del titolo acquista allora tutto il suo significato: il no può nascere da una voce, ma la possibilità di cambiare qualcosa comincia quando quella voce scopre di non essere sola.

Chthulucene+. Sopravvivere su un pianeta infetto” di Donna J. Haraway, Produzioni Nero

Se Sara Ahmed sposta l’attenzione verso le persone che le istituzioni tendono a marginalizzare, Donna J. Haraway compie un movimento ancora più radicale: mette in discussione la posizione privilegiata dell’essere umano.

“Chthulucene+. Sopravvivere su un pianeta infetto”, proposto in questa edizione integrale da Produzioni Nero, nasce dalla necessità di trovare un linguaggio capace di raccontare un pianeta nel quale crisi climatica, estinzioni, trasformazioni ambientali e attività umane sono ormai impossibili da separare. Haraway rifiuta però l’immagine dell’uomo come protagonista assoluto della Terra e invita a pensare l’esistenza come una rete nella quale specie, organismi, tecnologie e ambienti dipendono continuamente gli uni dagli altri.

È proprio qui che il libro diventa particolarmente affascinante. Haraway intreccia filosofia, femminismo, scienza e immaginazione speculativa fino a rendere insufficiente la distinzione tradizionale tra natura e cultura. Il problema non consiste soltanto nel trovare il modo di “salvare” un pianeta considerato qualcosa di esterno a noi, perché noi siamo già dentro quelle relazioni che abbiamo contribuito a modificare.

Bisogna piuttosto imparare a vivere in un mondo danneggiato, costruendo nuove forme di parentela e responsabilità tra esseri differenti. Dietro una teoria complessa emerge quindi una domanda sorprendentemente concreta: come possiamo continuare a vivere insieme?

Haraway ci costringe ad abbandonare l’idea rassicurante di essere individui autonomi e ci restituisce l’immagine di un’esistenza fatta di contaminazioni, dipendenze e legami. Spostare l’uomo dal centro non significa diminuirne l’importanza, ma comprendere finalmente quanto la sua sopravvivenza dipenda da tutto ciò che per secoli ha considerato semplice sfondo.

Concerto in nero. Dieci voci di donne dal Rinascimento” di Giorgio Podestà, Graphe.it

Esistono poi margini che diventano visibili soltanto quando qualcuno decide di tornare indietro e interrogare la memoria. È ciò che fa Giorgio Podestà in “Concerto in nero. Dieci voci di donne dal Rinascimento”, con prefazione di Valeria Palumbo e illustrazioni di Roberto Pasqua.

Il libro parte da un’evidenza che riguarda direttamente il modo in cui abbiamo costruito il nostro immaginario: per secoli la Storia ha raccontato soprattutto le vite degli uomini, mentre molte donne sono state cancellate, trasformate in personaggi secondari oppure ricordate esclusivamente attraverso il rapporto con padri, mariti, amanti e famiglie. Podestà sceglie invece di restituire loro una voce attraverso dieci biografie che attraversano potere, cultura, violenza, desiderio e possibilità di autodeterminazione.

Arabella Stuart, Margherita Farnese, Maria d’Avalos, Jane Grey, Isabella di Morra, Giovanna di Valois, Bianca di Trastámara, Antonia e Parisina Malatesta e Agnese Visconti formano così una sorta di coro proveniente da un passato che scopriamo meno silenzioso di quanto ci sia stato raccontato.

Particolarmente suggestiva è la scelta della musica come chiave narrativa: il Canto delle dame, l’ensemble femminile della corte estense, diventa l’immagine di una presenza che avrebbe dovuto rimanere invisibile e che invece riuscì a esistere e a farsi ascoltare. Il nero del titolo raccoglie destini spesso segnati dal lutto e dall’ingiustizia, ma le protagoniste non vengono ridotte alla condizione di vittime. Attraverso le loro vicende emergono intelligenza, ambizione, passioni e forme di resistenza che permettono di comprendere quanto sia incompleta una storia raccontata lasciando fuori metà delle persone che l’hanno vissuta.

Guardare i margini significa capire meglio il centro

Alla fine, Sara Ahmed, Donna J. Haraway e Giorgio Podestà ci conducono nello stesso luogo seguendo tre strade completamente differenti. La prima ci porta dentro le istituzioni per osservare cosa succede quando qualcuno rompe il silenzio; la seconda oltrepassa persino i confini dell’umano per ricordarci che nessuna specie esiste davvero da sola; il terzo torna nel passato per restituire consistenza a vite femminili che la memoria collettiva ha troppo spesso ridotto a comparse. In tutti e tre i casi ciò che sembrava periferico diventa improvvisamente indispensabile per comprendere l’intero quadro.

Una delle funzioni più potenti della saggistica è insegnarci che il mondo cambia anche a seconda del punto dal quale scegliamo di osservarlo. Spostare lo sguardo significa accorgersi delle voci che non abbiamo ascoltato, delle vite che abbiamo dimenticato e delle relazioni che non siamo stati educati a riconoscere. I margini, a quel punto, smettono di essere semplicemente margini. Diventano il luogo dal quale è possibile vedere con maggiore chiarezza anche tutto ciò che abbiamo sempre chiamato centro.