3 saggi da recuperare prima che settembre finisca 

Tre saggi molto diversi per attraversare storia, femminismi e cultura contemporanea: dal patto Molotov-Ribbentrop e dalla manipolazione della memoria storica al trauma nell’immaginario digitale, fino alle lotte femministe dell’Asia orientale.

3 saggi da recuperare prima che settembre finisca 

Settembre è spesso il mese dei nuovi inizi, ma può essere anche quello delle letture capaci di mettere in discussione ciò che pensavamo di sapere. I tre saggi che abbiamo scelto sembrano appartenere a mondi lontanissimi: Antonella Salomoni torna a uno dei passaggi decisivi che precedettero la Seconda guerra mondiale e soprattutto alla lunga battaglia politica intorno alla sua memoria; Núria Gómez Gabriel entra negli immaginari digitali contemporanei per interrogare il rapporto tra trauma, femminismo, immagini e identità; Eleonora Zocca sposta invece lo sguardo verso l’Asia orientale, ricostruendo genealogie femministe che troppo spesso rimangono fuori dalle narrazioni occidentali.

Eppure un filo li attraversa tutti. Ognuno, a modo proprio, si domanda chi abbia il potere di costruire una narrazione e quali conseguenze produca quella narrazione quando viene accettata come naturale.

La storia può essere riscritta, il dolore può diventare un’estetica e persino il femminismo può essere raccontato adottando un punto di vista che lascia fuori intere esperienze. Sono quindi tre letture che chiedono al lettore qualcosa di più della semplice acquisizione di informazioni: chiedono di interrogare il modo in cui guardiamo ciò che ci viene raccontato.

3 saggi per mettere in discussione ciò che credevamo di sapere

Il protocollo segreto. Il patto Molotov-Ribbentrop e la falsificazione della storia” di Antonella Salomoni, il Mulino

Il 23 agosto 1939 la Germania nazista e l’Unione Sovietica sottoscrivono il patto Molotov-Ribbentrop. Formalmente è un accordo di non aggressione, ma al trattato viene affiancato un protocollo segreto che riguarda la spartizione delle rispettive sfere d’influenza nell’Europa orientale. Pochi giorni dopo, il 1° settembre, l’invasione tedesca della Polonia apre la guerra in Europa. Antonella Salomoni non dedica però “Il protocollo segreto” soltanto alla ricostruzione di quell’accordo. Il cuore più interessante del suo lavoro è ciò che accade alla verità storica quando un documento diventa terreno di scontro politico. 

Il protocollo venne evocato durante il processo di Norimberga e successivamente pubblicato negli Stati Uniti sulla base di copie non certificate. Da qui prese forma una contrapposizione destinata a durare decenni: mentre in Occidente il documento veniva considerato autentico, l’Unione Sovietica ne negava l’esistenza. Soltanto nel periodo della glasnost’ una commissione sovietica ne riconobbe l’autenticità e nel 1992 venne ritrovato il plico che lo conteneva. Ci si potrebbe aspettare che il ritrovamento materiale di un documento chiuda definitivamente la controversia. È proprio qui, invece, che il libro di Salomoni diventa particolarmente attuale: l’esistenza di una prova non significa necessariamente la fine della battaglia intorno alla sua interpretazione. 

“Il protocollo segreto” diventa così un saggio non soltanto sulla storia, ma sulla costruzione della memoria. La domanda che emerge riguarda il rapporto tra documento, verità e potere: che cosa accade quando uno Stato ha interesse a rendere credibile una determinata versione del passato? La falsificazione non consiste necessariamente nell’inventare dal nulla un evento alternativo. Può passare attraverso omissioni, selezioni, reinterpretazioni e attraverso la costruzione di un linguaggio capace di rendere una narrazione politicamente funzionale.

È questo aspetto a rendere il volume particolarmente interessante anche per chi conosce già le coordinate generali del patto Molotov-Ribbentrop. Salomoni non tratta il passato come qualcosa di concluso, ma segue la vita politica della sua memoria.

La nuova edizione nella collana Storica paperbacks del Mulino, uscita il 4 settembre 2026, conta 280 pagine; la prima edizione del lavoro risale invece al 2022.  Il lettore si trova così davanti a un caso emblematico di quanto la storiografia sia indispensabile proprio quando la storia diventa oggetto di contesa pubblica. Il documento esiste, ma resta da capire cosa una società decida di farne. Ed è in quello spazio, tra ciò che è accaduto e il modo in cui scegliamo di ricordarlo, che questo saggio trova la sua forza.

Traumacore. Cronache di una dissociazione femminista” di Núria Gómez Gabriel, NERO Edizioni, traduzione di Amaranta Sbardella

Può esistere un modo di raccontare il dolore senza trasformarlo in qualcosa di bello da guardare? È intorno a questa domanda che Núria Gómez Gabriel costruisce “Traumacore”, un saggio difficilmente riducibile a una sola categoria. Sociologia, filosofia, cultura digitale, autobiografia e immaginario gotico entrano continuamente in contatto mentre l’autrice attraversa uno dei territori più ambigui della contemporaneità: il momento in cui il trauma smette di appartenere esclusivamente all’esperienza privata e diventa immagine, linguaggio, estetica, contenuto da condividere e persino forma attraverso la quale costruire la propria identità online. 

Il punto è particolarmente interessante perché Gómez Gabriel evita una lettura semplicistica della cultura digitale. “Traumacore” attraversa erotomania, autolesionismo, condivisione online delle immagini del dolore, cultura hentai, morute, hauntologia ed epistemologie paranoiche, mettendo in comunicazione fenomeni che a prima vista potrebbero sembrare inconciliabili. A tenere insieme il discorso è il modo in cui sofferenza, corpo e identità vengono raccontati in un’epoca nella quale l’esperienza individuale passa continuamente attraverso immagini e piattaforme. La scrittura stessa riflette questa contaminazione, muovendosi tra vissuto personale e analisi teorica. 

È soprattutto il confronto con la figura della “sad girl” a rendere il discorso provocatorio. La sofferenza femminile possiede una lunghissima storia di estetizzazione: la donna fragile, malinconica, ferita o destinata all’autodistruzione è stata trasformata in un’immagine culturalmente seducente molto prima della nascita dei social network. Internet ha però accelerato e moltiplicato questa dinamica, permettendo al dolore di essere contemporaneamente esperienza, rappresentazione e materiale condivisibile. Gómez Gabriel cerca una via diversa, quella di un femminismo che possa essere cupo, malinconico, arrabbiato e persino perturbante senza trasformare la ferita in un oggetto da contemplare.

Da qui nasce la vicinanza con il gotico e con pensatrici come Sarah Ahmed e Julia Kristeva. Non interessa offrire al lettore un percorso rassicurante nel quale il trauma viene necessariamente superato e ricomposto in una narrazione di crescita. Al contrario, il libro si confronta con la dissociazione, la spersonalizzazione e con quei sentimenti negativi che una certa cultura contemporanea della realizzazione personale vorrebbe rapidamente convertire in guarigione e produttività. NERO Editions presenta infatti il volume come un testo che rivendica un femminismo “per nulla pacificato con l’esistente”. 

Pubblicato in italiano il 16 settembre 2026 nella traduzione di Amaranta Sbardella, “Traumacore” è probabilmente il più sperimentale dei tre saggi.  È una lettura particolarmente interessante per chi studia il rapporto tra genere, cultura pop e internet perché suggerisce che le estetiche digitali non siano mai semplicemente decorazioni: possono raccontare il modo in cui una generazione impara a riconoscere, esibire e perfino abitare il proprio dolore.

Disobbedire a Confucio. Lotte femministe in Asia orientale” di Eleonora Zocca, ADD Editore

Anche se “Disobbedire a Confucio” non è ancora uscito, prima che settembre finisca, corri a pre-ordinarlo, perché la sua lettera è importante quando essenziale. La pubblicazione è il 2 ottobre 2026.

Il punto di partenza di Eleonora Zocca è importante: quando parliamo di storia del femminismo rischiamo ancora di costruire una genealogia prevalentemente occidentale. “Disobbedire a Confucio” sposta invece il centro geografico e culturale del discorso verso Giappone, Corea del Sud, Cina e Taiwan, mostrando come le lotte per mettere in discussione gerarchie familiari, norme di genere e ruoli sociali abbiano sviluppato linguaggi e strategie differenti a seconda dei contesti. Il libro nasce da ricerche documentarie, interviste e indagini sul campo e ricostruisce le esperienze di pensatrici, attiviste, avvocate e cittadine che hanno sfidato modelli patriarcali radicati nelle rispettive società. 

Tra le vicende affrontate troviamo le proteste ūman ribu nel Giappone degli anni Settanta, le mobilitazioni contro la misoginia in Corea del Sud legate alla successiva esplosione del #MeToo, le strategie adottate dalle giovani cinesi per muoversi dentro gli spazi digitali sottoposti alla censura e l’esperienza di Taiwan.  Il valore del libro sembra stare proprio nell’accostamento di realtà che dall’Europa tendiamo facilmente a riunire sotto l’etichetta generica di “Asia orientale”, ma che possiedono storie politiche, sociali e culturali profondamente differenti.

Anche il titolo merita attenzione. “Disobbedire a Confucio” non sembra voler ridurre il confucianesimo alla causa unica della subordinazione femminile, quanto interrogare l’uso conservatore di alcuni suoi principi all’interno di sistemi sociali fondati su famiglia, gerarchia e ruoli di genere. L’editore parla infatti esplicitamente di una “versione conservatrice del confucianesimo”.  È una distinzione importante perché evita di trasformare il saggio nell’ennesimo racconto occidentale di un’Asia immobile dalla quale le donne dovrebbero essere liberate. Al contrario, al centro ci sono le donne asiatiche stesse, le loro elaborazioni teoriche e le strategie attraverso cui hanno prodotto cambiamento.

Per chi si interessa di Giappone e cultura asiatica questo può diventare un libro particolarmente prezioso proprio perché permette di andare oltre manga, anime e prodotti culturali per ricostruire il terreno sociale nel quale anche quelle rappresentazioni vengono prodotte. “Disobbedire a Confucio” promette insomma di fare qualcosa di necessario: togliere il femminismo dell’Asia orientale dalla periferia del nostro sguardo e restituirgli una storia propria.

Tre libri per imparare a diffidare delle narrazioni troppo semplici

È forse questa la connessione più interessante tra i tre saggi. Antonella Salomoni mostra come persino un documento storico possa diventare il centro di una battaglia sulla memoria; Núria Gómez Gabriel osserva come il dolore possa essere trasformato in immagine fino a confondere esperienza e rappresentazione; Eleonora Zocca mette in discussione una genealogia del femminismo che rischia di considerare centrale soltanto ciò che è accaduto in Occidente.

Tre libri diversissimi, quindi, ma attraversati dalla stessa necessità: guardare anche il meccanismo che produce un racconto, non soltanto il racconto che ci viene consegnato. Due possiamo già recuperarli prima che settembre finisca. Il terzo, “Disobbedire a Confucio”, arriverà il 2 ottobre, ma settembre è già il momento giusto per cominciare a parlarne e per assicurarsi la propria copia.