Con i saggi sulla letteratura non soltanto si parla dei libri che arrivano fino a noi. La letteratura è costruita anche intorno alle vite di chi li ha scritti, alle storie che continuiamo a raccontare su di loro e, soprattutto, alle assenze prodotte da ciò che nel corso del tempo abbiamo scelto di conservare oppure di dimenticare. “Sulle tracce di Truman Capote.
Lo scrittore e i suoi fantasmi” di Leila Guerriero e “In cerca dei giardini delle nostre madri. L’esperienza creativa delle donne” di Alice Walker sembrano muoversi inizialmente in direzioni opposte: il primo parte da uno degli scrittori più riconoscibili del Novecento, il secondo dalla necessità di ritrovare donne la cui creatività è stata ignorata, marginalizzata o costretta a manifestarsi lontano dai luoghi ufficiali della cultura.
A unirli è però una domanda molto simile: come si ricostruisce una memoria? Leila Guerriero segue le tracce di Truman Capote e scopre quanto sia difficile distinguere l’uomo dalla leggenda costruita intorno a lui; Alice Walker cerca invece una genealogia femminile che il canone non ha saputo o voluto tramandare.
Da una parte bisogna attraversare l’eccesso di memoria, dall’altra combatterne la mancanza. Il risultato sono due libri che parlano di scrittura ma anche del nostro modo di attribuire valore alle storie, ricordandoci che ogni canone è il risultato di una selezione e che tornare sulle tracce del passato può significare imparare a guardarlo diversamente.
2 saggi sulla letteratura e sulle loro voci
“Sulle tracce di Truman Capote. Lo scrittore e i suoi fantasmi” di Leila Guerriero, SUR
Truman Capote con la sua voce, le fotografie, la mondanità, le amicizie, gli scandali e naturalmente “A sangue freddo” ha contribuito a creare un’immagine talmente potente da rischiare di sovrapporsi all’uomo.
È proprio dentro questa zona incerta che entra Leila Guerriero con “Sulle tracce di Truman Capote. Lo scrittore e i suoi fantasmi”. Non sembra interessarle costruire l’ennesima biografia ordinata dello scrittore americano. Il movimento è più affascinante: partire da una traccia, seguirla e capire che cosa accade quando il passato viene attraversato dal ricordo, dal turismo, dal racconto e dal mito.
Il punto di partenza ha già qualcosa di letterario. Si racconta che Capote abbia terminato “A sangue freddo” in una villa sulla Costa Brava, lontano dalla frenesia di New York e anche dal Kansas nel quale si era consumato l’assassinio della famiglia Clutter che sarebbe diventato il cuore del suo libro più celebre.
Guerriero raggiunge quella casa e i luoghi circostanti, ma ciò che trova non può essere semplicemente “il passato”. Sono trascorsi decenni. Le testimonianze si sono trasformate, alcuni ricordi sono diventati racconti ripetuti, il marketing e il turismo hanno contribuito a modificare ciò che resta di Capote. Cercare lo scrittore significa allora fare i conti con qualcosa di molto più instabile: la memoria non conserva semplicemente le cose, le riscrive.
Ed è qui che il libro diventa particolarmente interessante, perché la ricerca di Capote finisce inevitabilmente per trasformarsi in una riflessione sul giornalismo narrativo. Guerriero segue le tracce di un autore che ha fatto della relazione tra realtà e racconto uno dei problemi centrali della propria opera.
“A sangue freddo” nasce dall’indagine su un fatto realmente accaduto, ma la sua forza letteraria ha alimentato per decenni discussioni sul modo in cui Capote costruì quella realtà sulla pagina. Tornare sulle sue tracce significa quindi interrogarsi anche sulla precisione, sulla selezione dei dettagli e sulla responsabilità di chi prende una vita realmente esistita e la trasforma in narrazione.
Il sottotitolo, “Lo scrittore e i suoi fantasmi”, assume così un significato più ampio. I fantasmi non sono soltanto quelli di Capote. Sono le persone raccontate, i luoghi attraversati, le versioni contraddittorie degli eventi, ciò che viene ricordato e ciò che scompare.
Ma il fantasma è anche Capote stesso, ormai impossibile da incontrare se non attraverso ciò che altri hanno detto, scritto, venduto o immaginato su di lui. Guerriero sembra muoversi precisamente dentro questa impossibilità: invece di eliminarla, la rende parte dell’indagine. Il limite della ricostruzione diventa materia narrativa.
È un meccanismo che porta il lettore a interrogarsi anche sul proprio rapporto con gli scrittori. Quanto della nostra idea di un autore deriva davvero dai suoi libri e quanto dalla biografia che gli abbiamo costruito intorno? Nel caso di Capote il problema diventa ancora più evidente perché lo scrittore stesso contribuì attivamente alla creazione del proprio personaggio pubblico. Cercarlo significa allora attraversare strati successivi di rappresentazione, quasi come se dietro ogni possibile verità ne apparisse immediatamente un’altra.
“Sulle tracce di Truman Capote” può quindi interessare anche chi non sta cercando semplicemente un libro su Capote. È una lettura sul mestiere di raccontare la realtà, sulla fragilità delle fonti, sull’ossessione per il dettaglio e sulla distanza che separa ciò che è accaduto da ciò che siamo ancora capaci di ricostruire.
Guerriero sembra suggerire che forse un’indagine non diventa significativa soltanto quando trova una risposta definitiva. Talvolta lo diventa proprio quando rende visibili le crepe attraverso cui comprendiamo quanto ogni memoria sia incompleta.
Ed è forse questo il fantasma più interessante inseguito dal libro: non Truman Capote in quanto celebrità letteraria, ma la possibilità stessa di raggiungere davvero qualcuno attraverso la scrittura. Rimangono luoghi, testimonianze, libri, fotografie, ricordi. Rimangono le parole.
Ma tra quelle tracce e la persona che le ha lasciate continua a esistere uno spazio vuoto. Guerriero entra proprio lì, trasformando la ricerca di uno scrittore in una riflessione più grande su ciò che facciamo ogni volta che proviamo a raccontare una vita.
“In cerca dei giardini delle nostre madri. L’esperienza creativa delle donne” di Alice Walker, SUR
Se Leila Guerriero deve attraversare le innumerevoli immagini lasciate da uno scrittore diventato leggenda, Alice Walker parte da un problema quasi contrario: che cosa succede quando le tracce non sono state conservate? “In cerca dei giardini delle nostre madri.
L’esperienza creativa delle donne” raccoglie sei saggi attraverso i quali l’autrice de “Il colore viola” affronta una questione decisiva per comprendere non soltanto la letteratura femminile, ma il funzionamento stesso del canone. Per secoli moltissime donne hanno creato senza poter essere riconosciute come artiste. Ritrovare la loro esperienza significa allora allargare radicalmente la nostra definizione di creatività.
L’immagine del giardino racchiude perfettamente questa intuizione. Se a una donna non era concesso pubblicare un romanzo, frequentare determinati ambienti culturali o considerare la propria attività creativa un mestiere, questo non significa che la sua immaginazione abbia smesso di esistere.
Quell’energia poteva trovare altri luoghi nei quali manifestarsi. Un giardino, un tessuto, una canzone, una storia tramandata oralmente o qualsiasi gesto capace di introdurre bellezza e invenzione dentro un’esistenza segnata dalla subordinazione potevano diventare forme di espressione. Il problema, dunque, non è soltanto recuperare opere dimenticate: è imparare a riconoscere come cultura ciò che una determinata idea di cultura aveva escluso.
Per Walker la questione assume una forza ancora maggiore quando riguarda le donne afroamericane. Alla discriminazione di genere si sovrappongono razzismo, povertà e una lunga storia di esclusione sociale. Chiedersi perché alcune donne del passato non abbiano lasciato romanzi, dipinti o opere riconosciute significa quindi partire dalle condizioni materiali nelle quali vivevano.
Il talento non nasce nel vuoto e soprattutto non basta, da solo, a produrre un’opera destinata a sopravvivere. Servono tempo, strumenti, istruzione, libertà, possibilità economiche e qualcuno disposto a riconoscere quella creazione come degna di essere conservata.
Da qui deriva uno dei nuclei più potenti del libro: la necessità di costruire una genealogia. Walker cerca le donne venute prima di lei perché nessuna scrittrice comincia davvero da zero. Sapere che un’altra donna ha scritto, creato e resistito significa poter immaginare che quello spazio sia abitabile anche per chi viene dopo.
La ricerca di Zora Neale Hurston assume in questo senso un valore enorme. Walker contribuì alla riscoperta dell’autrice e arrivò a individuarne il luogo di sepoltura: un gesto concreto che sembra condensare simbolicamente l’intero progetto. Trovare una tomba significa restituire un nome a qualcuno che rischiava di scomparire.
Ma sarebbe riduttivo leggere “In cerca dei giardini delle nostre madri” soltanto come un libro sul recupero delle scrittrici afroamericane. La riflessione si allarga al rapporto tra letteratura, spiritualità, esperienza femminile e costruzione della propria identità creativa.
Il confronto con Flannery O’Connor, per esempio, permette a Walker di ragionare su un’altra tradizione e su un diverso modo di far entrare la dimensione spirituale nell’indagine letteraria. Il canone alternativo che emerge non vuole semplicemente sostituire un elenco di uomini con un elenco di donne: vuole cambiare le domande attraverso le quali decidiamo che cosa merita attenzione.
È qui che il libro continua a essere estremamente attuale. Ogni volta che recuperiamo una scrittrice dimenticata possiamo limitarci a inserirla tardivamente dentro una storia già costruita oppure domandarci perché quella storia sia stata costruita in modo tale da perderla.
Walker sceglie la seconda strada. Il recupero diventa quindi un atto critico: non basta aggiungere un nome, bisogna mettere in discussione i criteri attraverso i quali alcuni nomi sono diventati universali mentre altri sono stati considerati marginali.
La presenza di una riflessione autobiografica legata al periodo della scrittura de “Il colore viola” rende infine ancora più chiaro il rapporto fra teoria ed esperienza. Walker stessa è parte della genealogia che sta ricostruendo. Cercare le proprie madri culturali significa comprendere meglio da dove arriva la propria voce e, contemporaneamente, lasciare qualcosa alle donne che verranno dopo.
“In cerca dei giardini delle nostre madri” diventa così un libro sulla trasmissione della creatività. Ci ricorda che dietro ogni artista riconosciuta possono esistere generazioni di donne che non hanno avuto la possibilità di chiamarsi artiste, ma che hanno continuato ugualmente a creare.
I loro giardini diventano archivi alternativi, luoghi nei quali la memoria è sopravvissuta anche quando nessuno pensava di registrarla. Cercarli significa non soltanto rendere giustizia al passato, ma modificare il modo in cui guardiamo il presente: perché ogni volta che allarghiamo ciò che siamo capaci di riconoscere come cultura, allarghiamo anche ciò che immaginiamo possibile per chi verrà dopo.
La letteratura come esercizio di memoria
I due libri arrivano così allo stesso punto percorrendo strade opposte. Leila Guerriero cerca di attraversare la quantità quasi soffocante di racconti che circondano Truman Capote per capire che cosa possa ancora essere raggiunto dell’uomo dietro il mito; Alice Walker cerca invece le tracce lasciate da donne alle quali la storia non aveva concesso la stessa possibilità di diventare memoria. In entrambi i casi leggere significa interrogare ciò che abbiamo ereditato, senza considerarlo neutrale.
La memoria culturale non è un archivio immobile nel quale il passato aspetta semplicemente di essere consultato. È qualcosa che costruiamo continuamente attraverso le storie che scegliamo di tramandare, le persone che continuiamo a raccontare e quelle che decidiamo finalmente di cercare.
“Sulle tracce di Truman Capote” e “In cerca dei giardini delle nostre madri” ricordano che tornare indietro non significa soltanto conoscere meglio ciò che è stato: può anche insegnarci a scegliere diversamente ciò che non vogliamo più perdere.

Condividi questo articolo