Un nonno anziano, un bambino di quattro anni e tre giorni da trascorrere insieme dentro una casa napoletana. Potrebbe sembrare l’inizio di una commedia familiare, ma Scherzetto, il romanzo di Domenico Starnone pubblicato da Einaudi nel 2016, utilizza questa situazione minima per parlare di qualcosa di molto più grande: l’invecchiamento, la paura di essere sostituiti.
Il rapporto tra talento e tempo, la rivalità tra generazioni e quella strana vertigine che nasce quando, davanti alla vitalità di un bambino, un uomo anziano comincia a misurare tutto ciò che ha già vissuto. Ora quella storia diventa un film diretto da Mario Martone, con Toni Servillo nel ruolo del protagonista, e sarà presentato Fuori Concorso nella sezione Open della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Martone stesso ha spiegato di essersi innamorato del romanzo a partire dal titolo e dalla sua struttura: due personaggi collocati agli estremi della vita, una situazione familiare spesso comica, un unico ambiente e dei fantasmi. Durante la lavorazione, ha aggiunto il regista, a quelli immaginati da Starnone si sarebbero affacciati anche i suoi.
È una dichiarazione che suggerisce già la direzione dell’adattamento: non una semplice commedia sull’incontro improbabile tra nonno e nipote, ma un film capace di usare quell’appartamento come luogo della memoria, dove il presente continua a urtare contro ciò che è stato e contro tutto ciò che non potrà più essere.
“Scherzetto”, il romanzo di Domenico Starnone diventa un film
Il protagonista del libro è Daniele Mallarico, illustratore celebre che ha superato i settant’anni e vive da tempo a Milano, in una solitudine che sembra essersi trasformata quasi in abitudine. Quando la figlia gli chiede di tornare a Napoli per badare per alcuni giorni al nipote Mario, Daniele accetta e rientra nella casa della propria infanzia.
I genitori del bambino devono allontanarsi per un convegno, anche se dietro quel viaggio si intravede una crisi matrimoniale, e improvvisamente nonno e nipote si ritrovano costretti a condividere lo stesso spazio per settantadue ore. Da qui nasce quello che Einaudi definisce un duello tra un uomo stanco e un bambino vitalissimo, giocato tra quattro mura e un balcone, in una casa che poco alla volta sembra riempirsi di ricordi, presenze e fantasmi.
La trama è volutamente ridotta all’essenziale perché il vero movimento avviene dentro Daniele. Tornare a Napoli significa attraversare un luogo che appartiene contemporaneamente al presente e al passato, mentre occuparsi di Mario lo costringe a confrontarsi con una forma di energia che lo irrita proprio perché gli ricorda ciò che lui sente di stare perdendo.
Il bambino non rappresenta soltanto il futuro in senso astratto: osserva, impara, imita, giudica e pretende attenzione. Daniele, che ha costruito gran parte della propria identità sulla capacità artistica, scopre così quanto possa essere destabilizzante trovarsi davanti a qualcuno che non riconosce automaticamente la sua autorevolezza e che, proprio grazie all’età, vive ancora nel territorio delle possibilità infinite.
Toni Servillo sarà Daniele Mallarico
Nel film Daniele avrà il volto di Toni Servillo, scelta che rende immediatamente interessante il personaggio perché Mallarico non richiede semplicemente la presenza di un uomo anziano e burbero. È un artista, quindi qualcuno abituato a pensare il proprio valore attraverso lo sguardo degli altri, attraverso il lavoro realizzato e attraverso una reputazione costruita negli anni. L’invecchiamento diventa ancora più doloroso quando la propria identità è legata alla creatività, perché non riguarda soltanto il corpo ma la paura di non riuscire più a produrre qualcosa all’altezza di ciò che si è stati.
Accanto a Servillo troviamo Lorenzo Perrotta, mentre il cast comprende anche Serena Rossi, Leonardo Lidi, Giovanni Ludeno e Gianluca Di Gennaro. La sceneggiatura è firmata da Mario Martone e Ippolita Di Majo, a partire dal romanzo di Starnone. La Biennale indica una durata di 116 minuti e colloca ufficialmente il film nella sezione Open – Fuori Concorso di Venezia 83.
Un bambino può diventare il rivale di suo nonno?
È proprio questa una delle intuizioni più sottili di Starnone. Il rapporto tra Daniele e Mario non è costruito soltanto sulla tenerezza. Il bambino può essere irritante, competitivo, invadente, e il nonno può reagire con una durezza che rende il loro rapporto molto più vivo del classico incontro consolatorio tra due generazioni. La parentela non produce automaticamente armonia e l’affetto non elimina la rivalità. Al contrario, a volte è proprio dentro i rapporti familiari che il confronto diventa più feroce, perché l’altro rappresenta qualcosa che ci appartiene e nello stesso tempo ci sfugge.
Daniele vede nel nipote la forza del futuro, ma anche la minaccia di una sostituzione. Mario è ancora all’inizio, mentre lui sente di trovarsi nella parte finale della propria traiettoria. Nel bambino tutto può ancora accadere; nell’adulto ogni possibilità viene inevitabilmente confrontata con ciò che è già stato fatto. Questa differenza rende il loro scontro comico e doloroso allo stesso tempo, perché dietro la competizione più assurda si intravede una paura molto seria: che cosa resta di noi quando il mondo continua tranquillamente senza avere più bisogno della nostra centralità?
La casa di Napoli e i fantasmi della memoria
La casa è fondamentale nel romanzo perché non costituisce semplicemente l’ambiente nel quale Daniele deve badare al nipote. È la casa della sua infanzia, quindi un luogo che continua a contenere versioni precedenti di lui stesso. Tornare dopo tanti anni significa rendersi conto che gli spazi possono rimanere mentre le persone cambiano, invecchiano o scompaiono. Gli oggetti trattengono tracce, le stanze diventano dispositivi della memoria e ogni angolo può produrre una sovrapposizione tra ciò che Daniele vede e ciò che ricorda.
Martone sembra voler spingere proprio su questa dimensione. Parlando del film, il regista ha insistito sui “fantasmi” presenti nel romanzo e su quelli personali che sono emersi durante la lavorazione. È un’indicazione preziosa, perché suggerisce che il cinema possa rendere visibile ciò che nel libro vive attraverso la coscienza del protagonista. Un’inquadratura, una stanza vuota o un rumore possono restituire quella sensazione per cui il passato non è davvero scomparso: continua piuttosto a convivere con noi e a interferire con il presente, soprattutto quando torniamo nei luoghi in cui siamo diventati ciò che siamo.
Invecchiare significa anche perdere il controllo sul proprio racconto
Daniele è un uomo abituato a raccontare attraverso le immagini, ma a Napoli si trova costretto a osservare una storia che non può dirigere. La figlia possiede la propria vita e i propri problemi matrimoniali, Mario sviluppa una personalità che nessuno può determinare completamente e il mondo continua a produrre immagini senza chiedere il suo intervento. Per un artista, questa perdita di controllo può diventare una forma particolarmente crudele di invecchiamento.
Il romanzo lavora così sulla differenza tra il valore che attribuiamo a ciò che abbiamo fatto e l’indifferenza con cui le generazioni successive possono accoglierlo. Mario non ha alcun motivo per trattare Daniele come una figura importante semplicemente perché il mondo dell’arte lo considera tale. A quattro anni, ciò che conta è molto più immediato: il gioco, l’attenzione, la curiosità, il desiderio di fare. Questa prospettiva obbliga il nonno a confrontarsi con una domanda scomoda: se togliamo carriera, prestigio e riconoscimento, che cosa rimane davvero di noi nel rapporto con un’altra persona?
Starnone e la durezza dei legami familiari
Scherzetto appartiene perfettamente al territorio narrativo di Domenico Starnone, che ha spesso raccontato la famiglia come uno spazio in cui affetto e conflitto non possono essere separati. Anche qui il legame non è una garanzia di serenità. È piuttosto qualcosa che ci costringe a restare esposti agli altri, a fare i conti con il loro giudizio e con il modo in cui modificano l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.
La famiglia, in questo senso, è il luogo nel quale le nostre narrazioni personali vengono continuamente corrette. Possiamo pensare di essere indipendenti, risolti, importanti o lontani da ciò che eravamo, poi basta tornare in una vecchia casa o trovarsi davanti a un nipote che non abbiamo quasi mai visto perché tutte quelle convinzioni vengano rimesse in discussione. È proprio questa pressione che rende Scherzetto un testo molto più amaro di quanto la sua premessa quasi comica possa far pensare.
Perché Mario Martone sembra il regista giusto per questo adattamento
Martone ha già costruito una parte fondamentale del proprio cinema intorno a Napoli, memoria, identità e ritorno, spesso lavorando sul modo in cui una città può contenere contemporaneamente storia personale e storia collettiva. In Scherzetto trova quindi un materiale ideale: un uomo che torna a Napoli dopo una lunga lontananza e scopre che il luogo dal quale pensava di essersi separato continua ad avere qualcosa da chiedergli.
Ma la dimensione più interessante potrebbe essere proprio quella da camera. Il romanzo vive prevalentemente dentro pochi spazi e il film può trasformare questa limitazione in forza, osservando progressivamente come cambiano le distanze tra nonno e nipote. Una casa può diventare enorme quando due persone non sanno come stare insieme, oppure minuscola quando ciascuno ha bisogno di sottrarsi all’altro. Il cinema può registrare questa tensione attraverso i corpi, gli sguardi e gli oggetti, lasciando che l’appartamento diventi quasi un terzo personaggio.
Dal libro allo schermo, “Scherzetto” arriva a Venezia 83
Scherzetto sarà presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, insieme a Nessun dolore di Gianni Amelio, all’interno della nuova sezione Open. Il direttore Alberto Barbera ha spiegato di essere grato ai due registi per aver accettato di presentare i propri lavori fuori dalla competizione principale, nonostante il peso dei loro nomi nel cinema italiano. La Biennale conferma inoltre Toni Servillo, Lorenzo Perrotta, Serena Rossi, Leonardo Lidi, Giovanni Ludeno e Gianluca Di Gennaro nel cast.
Il passaggio dal romanzo allo schermo sembra quindi puntare meno sulla trama che sulla possibilità di rendere fisica una relazione. Due persone agli estremi della vita chiuse nella stessa casa, ciascuna convinta a modo proprio di possedere il centro del mondo, mentre fuori il tempo continua a passare. È questo il vero “scherzetto” costruito da Starnone: far credere che il duello sia tra un nonno e un bambino e mostrare, poco alla volta, che Daniele sta in realtà combattendo contro ciò che Mario rappresenta, cioè la vita che continua quando noi cominciamo ad accorgerci che non saremo lì per vederla tutta.

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