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“La città dei vivi”, il romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia diventa un film

La città dei vivi, il libro con cui Nicola Lagioia ha raccontato il caso di Luca Varani trasformando la cronaca in un’indagine sul male, sulla responsabilità e sulla Roma contemporanea, arriva al cinema. Edoardo Gabbriellini sceglie però una strada diversa: invece di ricostruire soprattutto il delitto e interrogare i suoi autori, riporta al centro Luca,…

“La città dei vivi”, il romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia diventa un film

Prima di diventare il nome di una delle vicende di cronaca più sconvolgenti degli ultimi anni, Luca Varani era un ragazzo di ventitré anni. Aveva una famiglia, una fidanzata, degli amici, cercava un lavoro e provava a immaginare cosa avrebbe fatto della propria vita. È da questa constatazione apparentemente semplice che parte La città dei vivi, il film di Edoardo Gabbriellini liberamente tratto dall’omonimo libro di Nicola Lagioia, pubblicato da Einaudi nel 2020. Dopo essere stato presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, il film arriva nelle sale italiane il 1° ottobre 2026, distribuito da Eagle Pictures. 

Il passaggio dalla pagina allo schermo comporta però una scelta importante. Lagioia aveva seguito per anni il caso, raccolto documenti e testimonianze, incontrato persone coinvolte nella vicenda e cercato di capire che cosa l’omicidio dicesse non soltanto dei suoi responsabili, ma della città e del tempo nel quale era avvenuto. Gabbriellini parte dallo stesso fatto reale, ma compie quasi il movimento contrario: toglie progressivamente il delitto dal centro dell’immagine per restituire spazio alla persona che il delitto ha finito per oscurare. 

“La città dei vivi”, il libro di Nicola Lagioia

Pubblicato da Einaudi nel 2020, La città dei vivi nasce dal lungo lavoro compiuto da Nicola Lagioia intorno all’omicidio di Luca Varani, avvenuto a Roma nel marzo del 2016. Lo scrittore ha raccontato di avere lavorato al libro per circa quattro anni, seguendo il processo, consultando atti e documenti, raccogliendo interviste e incontrando persone appartenenti ad ambienti molto diversi della città. Intrattenne inoltre uno scambio epistolare con Manuel Foffo dal carcere. Il risultato è un’opera di oltre quattrocento pagine difficile da rinchiudere nella semplice categoria del true crime: Lagioia stesso l’ha inserita nella tradizione italiana della “letteratura del vero”, richiamando autori come Carlo Levi, Primo Levi, Leonardo Sciascia, Anna Maria Ortese e Alessandro Leogrande. 

Il punto di partenza è un fatto realmente accaduto. Nel marzo 2016 Luca Varani viene ucciso da Manuel Foffo e Marco Prato in un appartamento della periferia romana. Ciò che interessa a Lagioia, però, non è soltanto ricostruire la successione degli eventi. Il libro continua ad allargare il proprio campo visivo, chiedendosi cosa significhino responsabilità, colpa e libero arbitrio e interrogando l’ambiente sociale nel quale quella violenza è maturata. Dall’indagine emergono famiglie, padri e figli, aspettative disattese, difficoltà nel diventare adulti, disuguaglianze e identità fragili. 

E poi c’è Roma, che nel libro diventa quasi un personaggio. È una città contraddittoria, contemporaneamente invivibile e piena di vita, attraversata dalle droghe, dalla corruzione e dalle disuguaglianze ma capace anche di produrre una particolare sensazione di libertà. L’omicidio diventa così il centro di cerchi concentrici sempre più ampi: partendo da un appartamento, Lagioia finisce per interrogare una città e una società intera. Il titolo acquista proprio per questo un significato ulteriore. Parlare della morte significa inevitabilmente interrogare la città dei vivi che esiste intorno ad essa. 

Dal libro al film: perché “La città dei vivi” cambia prospettiva

Portare un libro simile al cinema significava affrontare un problema evidente: La città dei vivi non possiede la struttura lineare di un romanzo tradizionale. È indagine, riflessione, ricostruzione documentaria, autobiografia e racconto di una città. Il film sceglie quindi dichiaratamente di essere “liberamente ispirato” all’opera di Lagioia e non la sua trasposizione letterale. La sceneggiatura, firmata dai fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, prende il fatto di cronaca come origine narrativa ma sposta progressivamente l’attenzione sulla vita di Luca e sul contesto sociale ed emotivo nel quale si muovono i giovani protagonisti. 

È una scelta che modifica radicalmente il punto di osservazione. Nel libro Lagioia entra anche nelle vite dei responsabili e tenta di capire come persone considerate fino a quel momento comuni abbiano potuto attraversare un confine apparentemente inconcepibile. Gabbriellini, invece, ha spiegato di voler raccontare Luca lontano dall’orrore, concentrandosi sul ragazzo prima che diventasse una vittima. 

Non significa ignorare ciò che è accaduto. Significa impedire che l’atto finale divori retroattivamente tutto ciò che una persona è stata. È un problema che riguarda profondamente il modo in cui consumiamo oggi la cronaca nera: spesso conosciamo una vittima soltanto nel momento in cui non esiste più e la sua identità viene inevitabilmente schiacciata dalle circostanze della morte. La città dei vivi prova a invertire questo processo.

Chi è Luca nel film di Edoardo Gabbriellini

Nel film Luca ha ventitré anni ed è interpretato da Emanuele Maria Di Stefano. Vive con la famiglia che lo ha adottato, frequenta la scuola serale per ottenere il diploma, aiuta il padre nel lavoro e cerca un’occupazione più stabile. Ha una relazione con Marta Gaia e, come molti ragazzi della sua età, si trova in quel momento incerto nel quale il futuro sembra contemporaneamente aperto e impossibile da afferrare. 

Gabbriellini insiste proprio su questa normalità. Luca ha sogni non ancora definiti, rapporti familiari, contraddizioni e desideri; si muove tra la periferia e il centro di Roma e cerca una strada senza sapere ancora quale possa essere. L’incontro con ambienti differenti dai suoi sembra inizialmente offrirgli nuove possibilità, finché la sua traiettoria non incontra quella violenza che lo spettatore sa già essere all’orizzonte. MYmovies sottolinea come il regista eviti di puntare sul sensazionalismo e scelga invece un racconto intimo, nel quale all’assurdità del male viene contrapposta l’ostinata normalità della vita. 

Ed è forse proprio il fatto che conosciamo già la conclusione a cambiare il significato delle scene precedenti. Una conversazione familiare, un progetto con la fidanzata o l’incertezza sul lavoro assumono un peso diverso perché appartengono a un futuro che noi sappiamo non arriverà. Il film non ha quindi bisogno di costruire suspense intorno al delitto: la tensione nasce dal tempo concesso a Luca prima che la cronaca si impossessi della sua identità.

Un film che prova a sottrarsi al meccanismo del true crime

La scelta assume un peso particolare in un momento nel quale il true crime è diventato uno dei generi più consumati tra serie, documentari, podcast e libri. Il rischio è che l’attenzione venga assorbita completamente dal carnefice: le sue motivazioni, la sua psicologia, le sue dichiarazioni e persino la sua immagine finiscono per occupare uno spazio molto maggiore di quello riservato alla persona che ha subito la violenza.

La città dei vivi compie consapevolmente un’altra operazione. La critica presentata da MYmovies ha osservato come l’adattamento di Gabbriellini non cerchi tanto di ricostruire il delitto quanto di restituire Luca Varani alla vita, raccontandolo attraverso sentimenti, rapporti, fragilità e contraddizioni.  È una differenza fondamentale: ricordare qualcuno soltanto come vittima significa lasciare che sia ancora il crimine a definirlo.

Anche il libro di Lagioia aveva riflettuto sul pericolo di lasciare che fosse il male a diventare il narratore dell’intera storia. Il cinema porta questa intuizione alle sue conseguenze più radicali scegliendo di mostrare ciò che la cronaca, per sua stessa natura, tende a non poter raccontare: la vita ordinaria prima della tragedia.

Il cast di “La città dei vivi”

Accanto a Emanuele Maria Di Stefano troviamo Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei e Valerio Mastandrea. La regia è di Edoardo Gabbriellini, mentre la sceneggiatura dei fratelli D’Innocenzo aggiunge un ulteriore elemento di interesse a un progetto che nasce dall’incontro tra letteratura e cinema italiano contemporaneo. Il film, della durata di 104 minuti, è una produzione Eagle Pictures, Cinemaundici e Lungta Film e arriverà nelle sale italiane il 1° ottobre con Eagle Pictures. 

Prima dell’uscita commerciale è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 nella sezione Orizzonti, dove il cambio di prospettiva rispetto al libro è emerso come uno degli elementi centrali dell’adattamento. 

“La città dei vivi”, quando adattare significa scegliere dove guardare

Libro e film sembrano quindi partire dallo stesso punto per muoversi in due direzioni differenti. Nicola Lagioia parte dal delitto e allarga progressivamente lo sguardo verso Roma, le famiglie, una generazione e la possibilità stessa del male. Edoardo Gabbriellini restringe invece l’inquadratura e torna verso Luca.

È proprio questa distanza a rendere interessante il passaggio dal libro allo schermo. Il film non tenta di sostituirsi all’indagine di Lagioia e nemmeno di condensarne oltre quattrocento pagine in meno di due ore. Prende piuttosto una domanda presente nel libro e la osserva da un’altra posizione: quanto di una persona sopravvive nel racconto pubblico dopo che un evento terribile ne ha trasformato il nome in una notizia?

Per questo La città dei vivi può diventare qualcosa di diverso da un film su un celebre caso di cronaca. Può essere un film su un ragazzo che ha vissuto prima di essere ucciso. Riportare Luca dentro la sua famiglia, accanto alla ragazza che ama, nei suoi progetti incompleti e nelle sue incertezze significa restituirgli ciò che il racconto del delitto rischia inevitabilmente di sottrargli: una biografia che non comincia dalla sua morte.