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Dal libro allo schermo, “La casa nella prateria”

Per molti La casa nella prateria coincide con un’immagine precisa: Melissa Gilbert con le trecce che corre nell’erba mentre la musica della serie televisiva accompagna uno dei racconti familiari più riconoscibili della cultura popolare americana. Eppure, molto prima di diventare un fenomeno televisivo, quella storia apparteneva alla letteratura e alla memoria di Laura Ingalls Wilder, che negli…

Dal libro allo schermo, “La casa nella prateria”

Per molti La casa nella prateria coincide con un’immagine precisa: Melissa Gilbert con le trecce che corre nell’erba mentre la musica della serie televisiva accompagna uno dei racconti familiari più riconoscibili della cultura popolare americana. Eppure, molto prima di diventare un fenomeno televisivo, quella storia apparteneva alla letteratura e alla memoria di Laura Ingalls Wilder, che negli anni Trenta trasformò parte della propria infanzia in una serie di romanzi destinati a diventare un classico.

Dal 9 luglio 2026 La casa nella prateria è tornata sullo schermo con una nuova serie di otto episodi disponibile su Netflix.

Sarebbe però riduttivo considerarla semplicemente il remake della celebre produzione televisiva iniziata nel 1974. La creatrice e showrunner Rebecca Sonnenshine riparte direttamente dai libri semi-autobiografici di Wilder e, in particolare per questa prima stagione, da Little House on the Prairie, pubblicato nel 1935. Netflix definisce infatti il progetto contemporaneamente un dramma familiare, una storia epica di sopravvivenza e un racconto sulle origini dell’Ovest americano. 

È proprio questo ritorno al testo letterario a rendere interessante il passaggio dal libro allo schermo, perché recuperare oggi La casa nella prateria significa anche confrontarsi con il modo in cui l’America ha raccontato la propria frontiera e con tutto ciò che, per molto tempo, è rimasto fuori da quel racconto.

La casa nella prateria: prima della serie televisiva c’erano i libri di Laura Ingalls Wilder

Laura Ingalls Wilder cominciò a pubblicare i libri della serie Little House negli anni Trenta, trasformando i ricordi della propria famiglia e dell’infanzia trascorsa nell’America della seconda metà dell’Ottocento in narrativa. Non siamo quindi davanti a un’autobiografia nel senso più rigido del termine: memoria personale e costruzione letteraria convivono, e la stessa Wilder intervenne sugli eventi trasformandoli in una storia capace di parlare a un pubblico di lettori.

Il romanzo Little House on the Prairie, terzo volume pubblicato della serie, racconta il viaggio degli Ingalls dal Wisconsin verso il Kansas e la loro esperienza in un territorio in cui costruire una nuova casa significa confrontarsi quotidianamente con la natura, la precarietà, la malattia, l’isolamento e una vita nella quale ciò che oggi consideriamo essenziale deve essere costruito, coltivato o procurato.

Al centro rimane lo sguardo della giovane Laura. È attraverso di lei che la frontiera assume contemporaneamente i contorni dell’avventura e quelli della paura, perché il paesaggio può essere meraviglioso ma anche pericoloso, mentre la casa diventa qualcosa di più di un edificio: è il tentativo della famiglia di costruire stabilità dentro un mondo continuamente mutevole.

La saga ha avuto una diffusione enorme. Netflix ricorda che i libri hanno superato complessivamente i 73 milioni di copie vendute in oltre cento Paesi e sono stati tradotti in almeno 27 lingue. 

La nuova “La casa nella prateria” non vuole rifare la serie degli anni Settanta

Il confronto con la serie televisiva interpretata da Michael Landon e Melissa Gilbert è inevitabile, ma rischia anche di portarci fuori strada. Quella produzione è diventata talmente famosa da aver quasi sostituito, nell’immaginario collettivo, i romanzi da cui era nata.

La versione Netflix sceglie invece di tornare a Wilder senza tentare di ricostruire la vecchia serie scena per scena. Alice Halsey interpreta Laura, mentre Luke Bracey e Crosby Fitzgerald sono rispettivamente Charles e Caroline Ingalls. Al centro rimane una famiglia molto unita che lascia i boschi del Wisconsin per cercare una nuova vita nelle pianure del Kansas, dove la bellezza del paesaggio convive con una quotidianità estremamente dura. 

La differenza sta soprattutto nell’ampiezza dello sguardo. Se il libro nasce dall’esperienza di Laura e conserva inevitabilmente la prospettiva di una bambina appartenente a una famiglia di coloni, la serie può utilizzare la struttura corale del racconto televisivo per mostrare contemporaneamente esperienze diverse.

Ed è qui che l’adattamento del 2026 diventa qualcosa di più di un’operazione nostalgica.

La frontiera americana vista anche da chi era già lì

Raccontare oggi l’espansione verso Ovest soltanto come l’avventura di famiglie alla ricerca di una terra sulla quale costruire il proprio futuro significherebbe riprodurre una versione incompleta della storia. La terra sulla quale arrivano gli Ingalls non è uno spazio vuoto in attesa di essere occupato.

Nella serie questo nodo entra direttamente nella narrazione attraverso la presenza della comunità Osage. Netflix ha coinvolto Julie O’Keefe come consulente culturale Osage e ha spiegato come una delle indicazioni emerse durante il lavoro con la comunità fosse la necessità di raccontare entrambe le prospettive. La serie introduce così la famiglia Mitchell e altre figure legate alla comunità indigena, affiancando alle aspirazioni dei coloni le conseguenze dell’espansione occidentale sulle popolazioni che abitavano già quei territori. 

La scelta cambia profondamente il significato del racconto senza cancellare Laura o la sua famiglia. Charles e Caroline possono continuare a sperare in una vita migliore e, contemporaneamente, lo spettatore può comprendere che quel sogno si inserisce in un processo storico molto più complesso.

La frontiera smette così di essere semplicemente il luogo nel quale una famiglia costruisce una casa e diventa uno spazio conteso, nel quale sogni differenti possono entrare in conflitto.

Che cosa resta del romanzo nella serie Netflix

Resta innanzitutto la famiglia. Rebecca Sonnenshine ha descritto il cuore del progetto come una storia d’amore familiare, costruita intorno a persone che rimangono unite, si raccontano storie e attraverso quelle storie definiscono anche se stesse. 

Rimane inoltre la natura, che non funziona semplicemente come scenografia. Nel mondo di Laura il paesaggio determina la vita delle persone: il clima, gli animali, il raccolto, il fuoco e la distanza possono cambiare improvvisamente ciò che sembrava acquisito. La prima stagione porta questo principio fino all’ultimo episodio, quando un incendio nella prateria minaccia Independence e la perdita di gran parte del raccolto costringe infine gli Ingalls a lasciare ciò che avevano costruito. 

Anche la produzione ha cercato di restituire fisicamente questo rapporto con l’ambiente. I set sono stati realizzati con grande attenzione alla ricostruzione storica e le riprese nella prateria nei pressi di Winnipeg hanno permesso alla serie di evitare l’aspetto artificiale di un tradizionale backlot televisivo. La stessa Independence è stata ricostruita appositamente per la produzione. 

La casa, allora, recupera il significato che possedeva già nella narrativa di Wilder: non è un punto fermo, ma qualcosa che gli Ingalls devono continuare a creare.

Tornare a “La casa nella prateria” nel 2026

Forse è proprio questa la domanda più interessante. Che cosa può trovare uno spettatore contemporaneo in una famiglia dell’Ottocento che attraversa la prateria su un carro e cerca di sopravvivere lontano da tutto? Una risposta sta nel concetto stesso di casa.

Per gli Ingalls la casa non coincide necessariamente con un luogo. Può essere costruita e poi abbandonata, può trovarsi in Wisconsin, Kansas o altrove, perché ciò che rimane è la rete di relazioni attraverso cui una famiglia prova a dare continuità alla propria esistenza. In questo senso il racconto di Wilder conserva qualcosa di sorprendentemente vicino alla sensibilità contemporanea: la necessità di capire dove apparteniamo quando ciò che consideravamo stabile cambia.

Ma la nuova serie aggiunge una domanda ulteriore: che cosa accade quando la costruzione della nostra casa interferisce con quella di qualcun altro?

È questo passaggio a impedire che il ritorno di La casa nella prateria diventi soltanto nostalgia. Possiamo continuare a riconoscere la meraviglia negli occhi di Laura davanti a un territorio sconfinato e allo stesso tempo comprendere che quello stesso paesaggio possiede storie precedenti all’arrivo degli Ingalls.

Un classico, dopotutto, continua a vivere non quando viene conservato immobile, ma quando una nuova generazione riesce a interrogarlo. La serie Netflix sembra partire proprio da qui: recuperare la dimensione intima dei libri di Laura Ingalls Wilder senza rinunciare a osservare la frontiera con una consapevolezza storica diversa.

E il viaggio non è terminato. Netflix aveva rinnovato La casa nella prateria per una seconda stagione già prima dell’esordio della prima; la nuova parte è ora in produzione e proseguirà il percorso letterario adattando On the Banks of Plum Creek, seguendo gli Ingalls verso il Minnesota. 

Così, a quasi un secolo dalla pubblicazione dei libri e più di cinquant’anni dopo la serie che trasformò Laura Ingalls in un’icona televisiva, quella piccola casa torna ancora una volta a cambiare luogo. Ed è forse proprio questa la ragione per cui continua a raccontarci qualcosa: perché dietro il mito della frontiera c’è una domanda molto più semplice e universale, quella su cosa significhi trovare un posto da chiamare casa.