Per anni il fantasy cinematografico ha costruito i propri mondi soprattutto guardando all’Europa medievale, alle mitologie nordiche, alle corti rinascimentali o a universi che, pur inventati, conservavano quell’immaginario come riferimento. Il Regno di Orïsha, adattamento di Figli di sangue e ossa di Tomi Adeyemi, arriva al cinema con un’ambizione diversa: costruire un kolossal fantasy che trae forza dalle mitologie, dalle tradizioni e dalle culture dell’Africa occidentale.
Il primo trailer italiano ha finalmente mostrato il mondo di Orïsha sullo schermo, tra città monumentali, magia, combattimenti, paesaggi reali e una guerra che nasce da una ferita molto più antica dei suoi protagonisti. Il film è diretto da Gina Prince-Bythewood, già regista di The Woman King, e arriverà nelle sale statunitensi il 15 gennaio 2027; in Italia sarà distribuito da Eagle Pictures nel mese di gennaio. Paramount presenta il progetto come una grande produzione fantasy d’avventura e drammatica, guidata da un cast che riunisce alcune delle voci più importanti del cinema contemporaneo.
Ma dietro l’imponenza produttiva c’è soprattutto un romanzo che, nel 2018, aveva provato a spostare il centro del fantasy young adult e a chiedersi che cosa accada quando un popolo viene privato non soltanto del proprio potere, ma anche della propria memoria.
“Figli di sangue e ossa”, il libro da cui nasce il regno di Orïsha
Children of Blood and Bone, pubblicato in Italia come Figli di sangue e ossa, è il romanzo d’esordio di Tomi Adeyemi e il primo capitolo della trilogia Legacy of Orïsha.
Il mondo narrato nel libro è un regno nel quale la magia esisteva realmente. A possederla erano i maji, riconoscibili anche attraverso caratteristiche fisiche che li rendevano immediatamente identificabili all’interno della società.
Poi il potere politico decide che quella magia rappresenta una minaccia.
Il re Saran ordina di eliminarla e perseguita i maji, trasformando ciò che un tempo costituiva una parte fondamentale dell’identità di Orïsha in qualcosa da reprimere. La protagonista Zélie Adebolaappartiene proprio a quella comunità. Ha perso la madre durante le persecuzioni e cresce in un mondo nel quale ciò che la sua famiglia era viene considerato pericoloso.
Quando si presenta la possibilità di restituire la magia al suo popolo, Zélie intraprende un viaggio insieme al fratello Tzain e finisce per allearsi con Amari, figlia dello stesso sovrano responsabile dell’oppressione dei maji.
Il fantasy assume così fin dall’inizio una dimensione politica. Il problema non è semplicemente recuperare un potere magico scomparso, ma comprendere chi abbia il diritto di decidere quale cultura possa sopravvivere.
Dal libro al cinema: cosa racconta “Il Regno di Orïsha”
La sinossi ufficiale del film conserva questo nucleo. Nel regno di Orïsha la magia è stata brutalmente sottratta a un intero popolo. Una giovane donna decide di recuperarla e, nel corso della missione, si allea con il proprio fratello e con i figli del sovrano, dando vita a una ribellione contro il sistema costruito dal re.
Thuso Mbedu interpreta Zélie, mentre Damson Idris è suo fratello Tzain. Amandla Stenberg veste i panni della principessa Amari, Tosin Cole quelli del principe Inan. Attorno a loro Paramount ha costruito un cast particolarmente impressionante: Cynthia Erivo, Lashana Lynch, Zackary Momoh, Richard Mofe-Damijo, Chiwetel Ejiofor, Regina King, Idris Elba e Viola Davis.
È raro che un fantasy young adult arrivi al cinema sostenuto da un simile insieme di interpreti, e proprio questa scelta suggerisce la volontà di trattare il progetto come qualcosa di più di una semplice nuova saga adolescenziale.
Il mondo di Adeyemi deve sembrare ampio, antico, politicamente complesso. Non basta costruire una successione di combattimenti e incantesimi: bisogna dare l’impressione che Orïsha esistesse già prima che Zélie iniziasse il proprio viaggio.
Un fantasy costruito a partire dall’Africa occidentale
La caratteristica che immediatamente distingue Figli di sangue e ossa da molto fantasy occidentale sta nel modo in cui Adeyemi costruisce il proprio immaginario.
Orïsha non è un’Africa storica mascherata da mondo fantastico, ma un universo inventato che attinge soprattutto alla tradizione yoruba e a differenti suggestioni culturali dell’Africa occidentale.
La magia, la spiritualità, i nomi e il rapporto tra individui e divinità provengono quindi da riferimenti molto diversi rispetto a quelli che hanno dominato per decenni il fantasy angloamericano.
Sul piano cinematografico, Gina Prince-Bythewood ha voluto rafforzare questa materialità scegliendo di girare nei luoghi reali invece di affidare il mondo quasi esclusivamente al green screen. Secondo quanto riportato in occasione dell’uscita del trailer, la regista voleva che gli interpreti potessero muoversi all’interno di spazi concreti e che il paesaggio diventasse parte integrante dell’identità di Orïsha.
È una scelta importante, perché il rischio di un fantasy di questo tipo sarebbe trasformare l’Africa occidentale in puro elemento decorativo. Utilizzare luoghi, costumi e una costruzione visiva radicata in riferimenti precisi può invece restituire la sensazione di una cultura complessa.
La magia come memoria di un popolo
Nel romanzo, la magia ha un significato più ampio del semplice potere soprannaturale.
Quando il re la elimina, non sottrae soltanto ai maji la possibilità di compiere determinati prodigi. Interrompe il rapporto tra un popolo e la propria eredità.
Per questo il viaggio di Zélie può essere letto anche come un tentativo di recuperare ciò che è stato cancellato.
La persecuzione dei maji lavora infatti su un meccanismo riconoscibile nella storia: per controllare una comunità non è sufficiente dominarne il presente, bisogna convincerla che ciò che era prima non abbia valore, oppure che sia qualcosa di cui vergognarsi. Riportare la magia significa allora ricostruire una continuità.
È questo che può dare al film una forza particolare: al centro del kolossal non c’è soltanto una ragazza che scopre di possedere un destino straordinario, ma qualcuno che prova a restituire alla propria comunità la possibilità di ricordarsi chi era.
Zélie e Amari, due ragazze ai lati opposti del potere
Una delle dinamiche più interessanti del romanzo riguarda Zélie e Amari. Provengono da due mondi opposti.
Zélie appartiene al gruppo perseguitato dal regno; Amari è la figlia del sovrano che ha costruito quel sistema. La loro alleanza rende quindi impossibile dividere la storia semplicemente tra “buoni” e “cattivi”.
Amari deve mettere in discussione il mondo nel quale è cresciuta e capire che il fatto di aver beneficiato di un sistema non significa necessariamente conoscerne le conseguenze.
Zélie, al contrario, porta nel corpo e nella memoria gli effetti di quella violenza.
Il loro incontro introduce una domanda che il fantasy utilizza spesso, ma che qui assume una dimensione molto concreta: che cosa significa scegliere di disobbedire al mondo che ci ha insegnato chi dovremmo essere?
È una questione che riguarda anche Inan, il principe, diviso tra il dovere verso il padre e ciò che progressivamente comprende sulla magia e sul regno che dovrebbe un giorno governare.
Il fantasy come storia del potere
È qui che Figli di sangue e ossa si allontana dal semplice racconto di formazione. Il problema fondamentale del libro è il rapporto tra potere e paura.
Saran combatte la magia perché la considera una minaccia all’ordine che vuole mantenere. Per poterla eliminare, però, deve prima trasformare chi la possiede in un pericolo agli occhi della società.
La repressione passa quindi anche dal linguaggio, dal modo in cui una comunità viene descritta, isolata e privata progressivamente di legittimità.
È un meccanismo narrativo che appartiene alla fantasia, ma non esclusivamente alla fantasia.
Adeyemi utilizza la struttura del fantasy young adult per interrogarsi su discriminazione, violenza istituzionale, disuguaglianza e vendetta, senza trasformare il romanzo in un’allegoria rigida.
Il potere magico rende visibile ciò che nella realtà può essere più difficile riconoscere: chi possiede il diritto di stabilire quali differenze siano accettabili e quali debbano essere cancellate?
Gina Prince-Bythewood torna a raccontare il potere attraverso l’Africa
La scelta di Gina Prince-Bythewood assume un significato particolare dopo The Woman King.
Nel film del 2022 la regista aveva raccontato le Agojie del regno di Dahomey, costruendo un grande spettacolo cinematografico intorno a protagoniste nere e a una storia ambientata nell’Africa occidentale del XIX secolo.
Il Regno di Orïsha appartiene naturalmente a un terreno differente, perché qui siamo completamente dentro il fantasy. Ma torna l’interesse per il corpo, per il combattimento, per le relazioni tra donne, per il potere politico e per un’Africa mostrata come centro della narrazione anziché come margine di una storia altrui.
La stessa Prince-Bythewood ha scritto la sceneggiatura insieme a Tomi Adeyemi.
Ed è proprio su questo punto, tuttavia, che il progetto porta con sé anche una questione molto delicata.
Tomi Adeyemi ha preso le distanze dal film
Dopo essere stata coinvolta direttamente nell’adattamento come sceneggiatrice ed executive producer, Tomi Adeyemi ha annunciato nel luglio 2026 di non voler vedere né promuovere il film, raccontando pubblicamente di aver vissuto l’esperienza produttiva in maniera profondamente dolorosa. Adeyemi ha riferito di aver lasciato il set in forte stato di sofferenza e ha parlato di problemi dietro le quinte senza rendere pubblici tutti i dettagli di ciò che sarebbe accaduto.
È un elemento che, parlando oggi dell’adattamento, non può essere ignorato.
Non sappiamo in che misura le divergenze abbiano modificato il film finito, né sarebbe corretto dedurre la qualità dell’opera dalle tensioni produttive. È però insolito che l’autrice di un bestseller, inizialmente così coinvolta nel passaggio al cinema, scelga di separarsi pubblicamente dall’adattamento prima dell’uscita.
Per questo il confronto tra libro e film avrà inevitabilmente un livello ulteriore: non riguarderà soltanto ciò che è stato mantenuto o modificato sulla pagina, ma anche il rapporto tra un’autrice e il processo attraverso cui Hollywood trasforma il suo universo narrativo in una produzione internazionale.
Dal libro allo schermo: Orïsha può diventare una nuova grande saga fantasy?
Il potenziale è evidente. Figli di sangue e ossa è soltanto il primo volume della trilogia Legacy of Orïsha, proseguita con Children of Virtue and Vengeance e Children of Anguish and Anarchy. Se il film avrà successo, il materiale narrativo per continuare la storia esiste già.
Ma il vero interesse de Il Regno di Orïsha non sta semplicemente nella possibilità di inaugurare un nuovo franchise.
Sta nel vedere arrivare al centro del grande cinema fantasy un immaginario che per troppo tempo è rimasto molto meno rappresentato rispetto a quello europeo. Il trailer promette battaglie, magia e spettacolo, ma ciò che rende la storia di Adeyemi riconoscibile è ciò che si trova sotto questa superficie: il rapporto tra identità e memoria, tra discriminazione e potere, tra eredità e possibilità di costruire un futuro diverso.
Il Regno di Orïsha arriverà nelle sale il 15 gennaio 2027 negli Stati Uniti, mentre la distribuzione italiana di Eagle Pictures è annunciata per gennaio.
E forse la domanda più interessante non sarà soltanto se riuscirà a diventare il prossimo grande fantasy cinematografico, ma se riuscirà a conservare ciò che rendeva il romanzo qualcosa di più di una saga di magia: l’idea che riconquistare un potere significhi, prima ancora, riconquistare il diritto di raccontare la propria storia.

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