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“Backrooms” perché questo horror riesce a trasformare il vuoto in paura pura

“Backrooms” colpisce in modo diverso rispetto alla maggior parte degli horror contemporanei, perché non cerca immediatamente il trauma visivo, il jumpscare o la violenza esplicita. La sua inquietudine cresce lentamente e si insinua nello spettatore attraverso ambienti che, almeno all’apparenza, sembrano normali. Un corridoio illuminato male, una moquette gialla consumata, stanze infinite prive di finestre,…

“Backrooms” perché questo horror riesce a trasformare il vuoto in paura pura

Backrooms” colpisce in modo diverso rispetto alla maggior parte degli horror contemporanei, perché non cerca immediatamente il trauma visivo, il jumpscare o la violenza esplicita. La sua inquietudine cresce lentamente e si insinua nello spettatore attraverso ambienti che, almeno all’apparenza, sembrano normali.

Un corridoio illuminato male, una moquette gialla consumata, stanze infinite prive di finestre, il ronzio continuo dei neon. Tutto appare familiare e proprio per questo motivo diventa disturbante. Chiunque, almeno una volta, ha attraversato un centro commerciale quasi vuoto, un ufficio silenzioso o un hotel immerso in un’atmosfera irreale. “Backrooms” prende quella sensazione sospesa e la trasforma in un incubo esistenziale.

La forza del progetto creato da Kane Parsons nasce quindi da un’intuizione molto semplice: la paura più profonda non deriva sempre dall’ignoto assoluto, ma da qualcosa che riconosciamo e che improvvisamente smette di comportarsi nel modo corretto. 

Backrooms Da creepypasta a film A24: la nascita di un fenomeno culturale

Le Backrooms nascono da un’immagine diventata virale online e trasformata nel tempo in una delle creepypasta più celebri di Internet. La fotografia mostrava una stanza gialla apparentemente infinita, anonima e desolata, illuminata da luci artificiali fastidiose e priva di qualsiasi presenza umana. 

Da quell’immagine si sviluppa una leggenda digitale tanto assurda quanto affascinante: esisterebbero spazi nascosti dietro la realtà, luoghi in cui si può finire accidentalmente “uscendo” dal mondo reale attraverso una sorta di errore dell’universo. Il concetto di “no-clip”, preso dal linguaggio dei videogiochi, indica proprio questo attraversamento involontario della realtà. 

Kane Parsons, conosciuto online come Kane Pixels, trasforma questa idea in una serie found footage su YouTube capace di ottenere milioni di visualizzazioni grazie a un’estetica straniante e incredibilmente realistica. La scelta di A24 di produrre un adattamento cinematografico diretto proprio da Parsons dimostra quanto il progetto sia stato percepito come qualcosa di più di un semplice fenomeno virale. 

Dietro “Backrooms” non si nasconde soltanto un horror sperimentale, ma una riflessione molto precisa sul rapporto tra spazio, solitudine e percezione.

“Backrooms” e l’inquietudine degli ambienti vuoti

Per comprendere davvero la forza di “Backrooms” bisogna soffermarsi sul concetto di spazio liminale. Con questa espressione si indicano luoghi di passaggio, ambienti progettati per essere attraversati piuttosto che vissuti: aeroporti, corridoi, scale mobili, parcheggi, scuole durante l’estate, hall di alberghi o uffici deserti.

Quando questi spazi sono pieni di persone risultano normali. Quando invece restano vuoti, producono una sensazione profondamente inquietante.

Il motivo è legato alla percezione umana. Il cervello associa automaticamente quei luoghi al movimento, al rumore, alla vita sociale. Nel momento in cui tutto questo scompare, qualcosa sembra rompersi. Lo spazio perde il proprio significato originario e diventa quasi irreale.

“Backrooms” costruisce il proprio orrore esattamente su questa frattura psicologica. Le stanze infinite del film non fanno paura perché contengono necessariamente qualcosa di mostruoso, ma perché sembrano aver perso completamente la loro funzione.

Non esiste un riferimento temporale. Non esiste un’esterno. Non esiste nemmeno la certezza di poter uscire.

Molti critici hanno collegato il fenomeno delle Backrooms all’alienazione contemporanea e alla sensazione crescente di vivere all’interno di ambienti sempre più impersonali e artificiali. 

Ed è proprio qui che il film riesce a toccare qualcosa di universale: la paura di essere dimenticati dentro uno spazio che continua a esistere senza di noi.


L’estetica analog horror e la sensazione del reale

Un altro elemento fondamentale dell’universo di “Backrooms” riguarda la sua estetica analog horror, costruita attraverso immagini sporche, videocassette rovinate, distorsioni audio e riprese che sembrano provenire da archivi dimenticati.

Questo stile visivo produce un effetto molto preciso, perché lo spettatore non ha la sensazione di assistere a una messinscena cinematografica tradizionale. Al contrario, tutto appare come materiale recuperato accidentalmente, quasi fosse la documentazione reale di qualcosa accaduto davvero.

Parsons utilizza questa estetica con grande intelligenza, creando ambienti enormi e disorientanti che sembrano sospesi fuori dal tempo. Anche il colore giallo delle pareti e l’illuminazione artificiale sono stati studiati per generare disagio psicologico. 

Il risultato finale non è un horror che aggredisce immediatamente lo spettatore, ma un’esperienza che lo consuma lentamente, facendo crescere una tensione costante e quasi ipnotica.

“Backrooms” parla delle nostre paure contemporanee

La vera forza di “Backrooms” deriva anche dal fatto che i suoi ambienti ricordano moltissimo gli spazi della quotidianità moderna: uffici impersonali, centri commerciali, edifici prefabbricati, corridoi senza identità, architetture costruite più per la funzionalità che per il benessere umano.

Per questo motivo il film riesce a evocare una paura profondamente contemporanea. Le Backrooms sembrano infatti una versione estrema della vita moderna, fatta di routine ripetitive, stanze identiche, luce artificiale continua e perdita graduale di punti di riferimento emotivi.

L’orrore non nasce quindi soltanto dalla presenza di eventuali creature, ma dall’idea di dissolversi lentamente dentro un sistema troppo grande, impersonale e infinito per essere davvero compreso.

Molti horror classici costruivano il loro immaginario attorno alla paura del mostro. “Backrooms”, invece, costruisce la propria inquietudine attorno alla paura del vuoto, dell’assenza e della perdita di significato.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui continua a colpire così tanto il pubblico contemporaneo: non ci mostra qualcosa di completamente alieno, ma ambienti che conosciamo fin troppo bene.